“La grande bellezza” di Paolo Sorrentino o…Della decadenza dell’impero romano

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(marino demata) “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino e’ un film importante, denso, potente come deve essere un film che impietosamente riferisce della inarrestabile decadenza, cialtroneria e provincialismo di un ceto, se cosi’ si puo’ chiamare, che rappresenta oggi la putrescente superfetazione di una societa’ che ha stravolto e capovolto in due decenni i propri valori di fondo, creando un sorta di “lobby” parassitaria e una modalita’ di vita e di atteggiamenti paradigmatici. Si dira’: qualcosa del genere c’e’ sempre stato; magari verranno ricordati i festini della DC tirati in ballo dallo stesso Sorrentino ne “Il Divo”. In questo caso pero’, su questo mondo chiuso, impegnato solo in feste fatte di sesso, droga e discorsi vacui, la “videocracy” imperante ha buttato addosso i fari della TV, della cronaca rosa, delle pagine patinate delle riviste, cosi’ da farlo diventare un mondo oggetto di ammirazione, di invidia e speranza di emulazione da parte della maggioranza (?) dei comuni mortali. Sorrentino a nostro giudizio riesce ad offrire uno spaccato efficiace di quella modalita’ di vita, con oggettivita’, senza compiacimenti e senza trascurare gli aspetti piu’ deprimentemente pacchiani che la rendono una sorta di “cafonlandia” milionaria e decadente. Insomma parafrasando il titolo del bel film canadese di Arcard (Il declino dell’impero americano), l’opera di Sorrentino potrebbe essere anche intitolata ‘Il declino dell’Impero romano”, con tutto il doppio senso di ironia che l’espressione puo’ portare con se’.La grande bellezza
Ma la complessita’ deriva anche dalle complicate stratificazioni di cui e’ ricco il film, dai significati non sempre scontati, dalle frasi a volte volutamente e studiatamente banali, dai contasti che diventano anche cromatici e sonori, da rimandi e citazioni e omaggi a grandi registi del passato. Il film ricorda e cita innanzitutto Fellini, ma direi non tanto per il film “Roma”: infatti la “Roma” di Fellini e’ una Roma complessa e articolata, ove accanto ai grandi palazzi e monumenti troviamo le strade, i vicoli, la vita di tutti i giorni, le trattorie popolari. Qui invece la Roma di Sorrentino e’ a sua volta “una grande bellezza”, fatta di monumenti, grandi palazzi, fontane, panorami mozzafiato dal Gianicolo, elementi che non narrano della attuale decadenza e per certi versi imbarbarimento della citta’. Le analogie e i richiami a Fellini sono invece da trovare altrove, ne “Dolce vita” e “Otto e mezzo”.
Per cio’ che riguarda “La Dolce vita” sono riconoscibili a nostro giudizio numerose citazioni (o affettuosi omaggi) in molti passaggi del film, ed anche nel ritmo col quale sono girate alcune sequenze, specialmente di esterni, nell’uso della colonna sonora che accompagna sapientemente i repentini movimenti della macchina da presa e perfino nei frequentissimi passaggi di prelati, suore che scendono scalinate, preti cardinali.
Ma direi che il film piu’ citato ed omaggiato e’ “Otto e mezzo”. Cosi’ come in in “Otto e mezzo”, anche nel film di Sorrentino il protagonista e’ un intellettuale in crisi, alla ricerca di se stesso, della propria ispirazione e ragion d’essere: entrambi i personaggi trovano in una donna una sorta di ancoraggio, una “fonte” di diversita’ dal mondo che li circonda (non a caso in “Otto e mezzo” Claudia Cardinale e’ esplicitamente – e si autodefinisce – proprio la donna della “sorgente”). La grande bellezza 3
Anche Jep Gambardella e’ alla ricerca di una sorgente, ed anche lui ad un certo punto pensa di averla trovata in una donna. La differenza e’ che lo spettatore, anche sospinto dalla poetica felliniana, non puo’ non comprendere e non amare il protagonista di Otto e mezzo, mentre difficilmente amera’ il protagonista del film di Sorrentino, che vive in un mondo chiuso ed esclusivo, pieno di ostentazioni, falsita’ e cafonaggini che lui stesso deride e critica e…auto-critica, senza pero’ minimamente pensare a farne a meno.
E ancora: la scena in cui Jep Gambardella (il bravissimo Toni Servillo) tenta di interrogare il cardinale su problemi spirtuali, ricevendone un brusco rifiuto (il Cardinale in pratica si disinteressa della domanda), mi ha riportato alla memoria la scena dell’incontro, in “Otto e mezzo” tra Guido Anselmi/Marcello Mastroianni e il Cardinale. Guido afferma, attendendo risposta: “Eminenza, io non sono felice!”, e ne riceve come risposta solo una domanda: “Chi ha detto che si viene al mondo per essere felici?”
E infine, ne “La grande bellezza” non manca neppure il mago (proprio come in “Otto e mezzo”), capace di fare scomparire zebre ma non uomini, perche’, come egli dice “e’ tutto un trucco”.La grande bellezza.2jpg
In certi passaggi il film ricorda anche “La terrazza” (1980) di Ettore Scola, e non solo per l’ambientazione (anche nel film di Scola e’ una bella terrazza romana). Anche in questo caso troviamo l’iterazione di feste, per lo piu’ cene, sempre nello stesso luogo piu’ o meno con le stesse persone. Ma quanta distanza! Al contrario che nel film di Sorrentino, la comitiva di amici del film di Scola e’ formata da uno sceneggiatore in crisi, un giornalista di un quotidiano di sinistra, un deputato del PCI, responsabile della cultura del partito, un produttore alla ricerca di soggetti e tanti altri personaggi di un ambiente – si dira’ – radical-chic, con tutti i limiti che questo termine sottende, che litigano, si beccano a vicenda, vivono tradimenti, ma soprattutto dove storie personalissime si intrecciano e si integrano pregevolmente al presente e alla attualita’ del nostro Paese, come solo Scola riusciva a fare.
Trovo citata “La terrazza” nel film di Sorrentino in particolare nel personaggio di Carlo Verdone: anche lui, come Galeazzo Benti nel film di Scola, getta la spugna, si ritira da quel mondo, non ce la fa piu’, confessa il proprio fallimento e la propria mancata integrazione: “Roma mi ha deluso”. Ritratto di due personaggi perdenti, ambizioni e speranze frustrate, due pesci fuor d’acqua poco stimati e male accolti nelle rispettive terrazze.
Ma le analogie finiscono qui. La terrazza di Scola e’ chiusa ormai da tempo e nessuno piu’ dice “il pranzo e’ servito’ a quel gruppo di intellettuali di sinistra in crisi, a volte forse anche un po’ patetici, ma specchio di un Paese sicuramente migliore, piu’ vitale e soprattutto con tante speranze. Quella non e’ una razza in estinzione, e’ una razza estinta. La razza di oggi presente nelle terrazze della Roma bene e’ quella dei Jep Gambardella, dei Corona e di Belem e di tanti come loro. Ammirati e invidiati da troppi.

 

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