“Dream house” (USA 2011) di Jim Sheridan – La nostra recensione

Un incubo, un film disconosciuto in cerca di autore!

dreanhouse

(marino demata)  Spinto sempre dalla mia ormai endemica ed inguaribile curiosità verso tutto quello che accade attorno ad un film, ho spesso pensato che le vicende che ne accompagnano la creazione, dal suo concepimento come idea, alla sua lavorazione, fino alla post-produzione sono spesso così intriganti, complesse, conflittuali, da costituire in molti casi a loro volta una “storia” da cui ho qualche volta sognato si potesse ricavare una sceneggiatura da offrire magari a qualche regista perchè a sua volta la trasformi in film. E mi è capitato non poche volte di appassionarmi di più alle storie che ruotano appunto attorno alla creazione di un film che al film stesso, soprattutto ovviamente quando i
prodotto finito risulta assai deludente.daniel-craig_1
E’ il caso proprio di “Dream house” di (?) Jim Sheridan. Senza dubbio un brutto film, di quelli che un tempo potevano chiamarsi B-movie: Will Atenton è un editore in fase di pre-pensionamento che decide di iniziare una nuova vita acquistando la casa dei suoi sogni lontano da New York, nel romantico New England, ove trovare la quiete per scrivere un romanzo e vivere serenamente con la moglie Libby (Rachel Weisz) e le sue due figliolette. Ben presto scoprirà che la casa è stata precedentemente la “crime scene” di un efferato delitto che ha stroncato una intera famiglia. E ci fermiamo qui nel caso qualcuno avesse voglia (o meglio curiosità) di vedere l’intero film. Mentre, per inciso, non si è fermato qui lo sciagurato trailer del film, che rivela praticamente tutto del film stesso, contribuendone così all’inevitabile flop commerciale e aprendo una fase di post-produzione veramente unica per essere così drammaticamente e masochisticamente disastrosa.
Eppure il film era partito sotto i migliori auspici. Un abile scrittore/sceneggiatore,
David Loucka, aveva messo a disposizione delle Morgan Creek Production una storia non originalissima, ma da poter comunque essere ben spesa come convincente trama di un film. A condizione beninteso di poterlo affidare ad una regia capace di trasformare l’ennesima storia di case stregate o maledette in un sottile dramma psicologico. E chi meglio di Jim Sheridan? Il regista irlandese, trapiantato a New York nella caratteristica zona di Hell’s Kitchen, e autore di pochi ma veramente importanti film come “Il mio piede sinistro”, “In nome del padre”, “The boxer” e poi quel “In America”, che costituisce un po’ lo spartiacque tra il periodo irlandese e quello americano del regista, per quello sguardo disincantato nei confronti della realtà americana, che lungi dal profilarsi come terra promessa, si manifesta per Sheridan come realtà autenticamente problematica.
Tutto dunque sembrava filare liscio, ma ad un certo punto della lavorazione la Morgan Creek Production ha cominciato ad intervenire pesantemente nella scelta delle scene girate e soprattutto nel montaggio, dando al film un senso totalmente diverso da quello che il regista aveva inteso dare. Dunque questa vicenda assume i connotati di un vero e proprio giallo: il film, da dramma psicologico che era l’approdo voluto da Sheridan, finisce per diventare un banalissimo e scontatissimo horror, che più che Dream House avrebbe potuto chiamarsi La Casa 7 o 8, insomma uno della sciagurata serie…Ma non finisce qui: il colpo di scena finale di questa stuzzichevole trama parallela al film è il…disconoscimento di paternità del film da parte del regista che, dopo essere quasi venuto alle mani col produttore dichiara ufficialmente che il film non è suo, trattandosi di cosa ben diversa da quella da lui ideata e girata.  E ancora: due dei tre protagonisti seguono il regista su questa medesima linea. Daniel Craig e Rachel Weisz disconoscono anche loro il film e rifiutano di partecipare ad ogni iniziativa promozionale del film stesso (conferenze stampa, partecipazione a prime visioni, ecc).  Ironia della sorte però, il  regista e i due attori, purtroppo per loro, non riescono, malgrado la carta bollata, ad evitare che i loro nomi compaiano sui credits del film. Resta sola su una linea diversa Naomi Watts, che, irriconoscibile nel film, spaesata e fuori ruolo, non riesce evidentemente a superare lo spaesamento neppure nella post-produzione e si rende protagonista di una scelta contro corrente e a favore della produzione.
Ma alla fine della storia di questo film che veramente potremmo definire “maledetto” c’e’ in definitiva anche un happy end: Daniel Craig e Rachel Weisz, innammoratisi durante le contrastate riprese, si sposeranno subito dopo la travagliata fine della lavorazione. E sembra che duri ancora…
La mia curiosità è stata premiata: non ne è venuta fuori una intrigante trama con tanti colpi di scena, molto meno scontata di quanto non lo sia il film, ovvero il mediocre e disconosciuto prodotto finale?
Dream_House

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