“Moebius” di Kim Ki-Duk in anteprima italiana a Firenze: vietato a chi non si spoglia delle categorie occidentali…

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(Commento di emmedi)
Dopo soli due giorni dalla presentazione fuori concorso alla Mostra di Venezia, Moebius e’ stato presentato ieri sera, in affollata serata speciale, all’Odeon di Firenze come anteprima nazionale.

il film ha diviso Venezia e probabilmente, a giudicare da qualche commento a caldo degli spettatori che guadagnavano l’uscita, anche Firenze.
Io vorrei dire subito che non solo mi sento di schierarmi dalla parte di chi ha molto apprezzato il film, ma anche che lo ho trovato molto bello, profondo, sottile ed ironico nella giusta maniera. Intendiamoci: noi siamo in occidente e la storia raccontata si svolge in Corea ed e’ tipicamente orientale nelle modalità di svolgimento e nei contenuti . E allora io, vorrei provare, con molto schematismo anche arbitrario, e cercando di evitare ogni supponenza e atteggiamento di tipo-puzza-sotto-il-naso, a suddividere lo spettatore occidentale (in questo caso italiano) in due categorie:
a) coloro che vedendo un film come Moebius (e tanti altri film diciamo “non-occidentali”) fanno uno sforzo di grande onestà intellettuale e provano a non commisurarlo alle categorie tipiche di noi occidentali, ma a calarsi nella mentalità e nelle modalità di pensiero di un Paese e di una società così distante, utilizzando in altri termini innanzitutto la categoria della “diversità”.
b) coloro che proprio non ce la fanno a portare avanti una simile operazione e non possono fare a meno di vedere e giudicare un film come Moebius utilizzando schemi e categorie logiche tipiche del mondo occidentale. Intendiamoci (non vorrei essere frainteso), non c’e’ malafede in simile operazione, che e’ frutto di un antichissimo retaggio culturale e antropologico che risale agli inizi del colonialismo e che viene solitamente definito “Eurocentrismo”, contro il quale già nel ‘700 Montesquieau, pur non essendo tra gli illuministi più progressisti, si scagliava con accanimento e che consisteva, fin da quei tempi, nel verificare la bontà o meno di azioni e pensieri dei “selvaggi” a seconda se esse fossero simili o meno ai comportamenti e ai pensieri dei “progrediti” (si badi: non-diversi”) occidentali.

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Dunque a tutti coloro che rientrano, consapevolmente o inconsapevolmente nella categoria b) il film non può assolutamente piacere: l’atteggiamento si pone al di qua’ di ogni giudizio critico e Moebius non puo’ che suscitare sentimenti che oscillano tra il disgusto e l’ilarità’.
Questo non significa che a tutti coloro che riescono a tener conto delle categorie di pensiero orientali e delle logiche diversità il film debba per forza piacere. Quello che voglio invece dire e’ che le critiche a Moebius da parte di critici e spettatori della categoria a) parte da considerazioni di merito che tengono comunque conto che stiamo parlando di un altro mondo, dove sentimenti, passioni, reazioni emotive sono completamente diversi dal mondo occidentale. Ciò posto il film può essere (ed e’ stato) giudicato negativamente “nel merito”.
Detto questo, devo affermare – al di la’ di ogni possibile banalizzazione/ridicolizzazione della trama – che la caratteristica e la bellezza del film consistono nel partire da una impietosa analisi dell’inferno della famiglia e nel terminare allo stesso punto, nell’inferno della famiglia; tra questi due estremi tragici si dipanano le storie dei protagonisti e i loro tentativi, a volte seri, a volte goffi, di portare ad una qualche soluzione le problematiche drammatiche che gli inizi della pellicola ci hanno buttato addosso. E allora, nella stessa parte iniziale, potremmo già notare come diversa e’ la concezione della famiglia, a quali livelli (generalmente sconosciuti nel mondo occidentale) può portare la gelosia, e poi, nel corso del film, quali esiti incredibili per noi può determinare un acuto senso di colpa del male che si ritiene fatto al proprio figlio. Atteggiamenti, reazioni e modalita’ di pensiero in buona misura impensabili – appunto – per noi occidentali.
E lungo questo percorso il filo rosso che unisce le varie situazioni e’ costituito dalla dialettica “amore-morte”, e dalla sua variante “piacere-dolore” i cui confini sono cosi labili e incerti da essere continuamente messi in discussione dal comportamento dei personaggi. Tematiche intensissimamente trattate da Kim Ki-Duk e che non possono non richiamare alla mente un altro film orientale-capolavoro, l’indiscussamente celebrato “Ecco l’impero dei sensi”, basato su una storia vera (accaduta appunto in Oriente) del regista giapponese Nagisa Oshima,
Quello che invece francamente ci risulta poco comprensibile e’ l’atteggiamento delle autorità sud-coreane del Korea Media Rating Board., che hanno inizialmente sanzionato come “restricted” la visione del film, il che significava che essa era del tutto proibita in Corea e permessa solo all’estero nei vari Festival. Solo successivamente e’ stato “consigliato” a Kim Ki-Duk un taglio di scene pari a 1 minuto e 40 secondi , ma neanche questo e’ bastato a dare al regista via libera alla visone del film nel proprio Paese. Solo dopo un successivo taglio di altri 2 minuti e 30 secondi il Korea Media Rating Board ha acconsentito alla visione del film nelle sale di quel Paese, con la limitazione però di “restricted for teenagers”, che ricorda la nostra famigerata dicitura “vietato ai minori”. Saremmo curiosi di sapere quali sono gli oltre 3 minuti complessivi di tagli al film e quali i criteri: perché se si deve parlare di tagli il film o va tagliato tutto o va accettato in toto, come sarebbe stato logico ed auspicabile.
Infine, qualche critico ha sottolineato la grande distanza che corre tra “Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera” (2003) e Moebius. La distanza indubbiamente c’e’ ed e’ evidente, ma e’ una distanze piu’ di tematiche che di modalità filmica e cifra stilistica. C’e’ un senso di sottile ironia sotteso allo svolgimento di quel film del 2003 e c’e’ anche in Moebius una diffusa ironia neppure tanto sottesa, col quale il regista sembra strizzare l’occhio allo spettatore (e al critico) invitandolo a non prendere poi del tutto sul serio lo svolgimento della sua storia (invito poco seguito in verità). Emblematica in tal senso la scena finale del film: dopo che si e’ del tutto consumata la parte conclusiva della tragedia famigliare, si scopre che il personaggio che di notte si inginocchia e prega davanti ad una vetrina ove e’ esposto il busto del Dio, e che già nel corso del film si vede di spalle, come anticipazione al finale stesso, non e’ altro che lo sfortunato figlio e cioè lo stesso vero protagonista della intera storia. E infatti con un repentino roteare della macchina da presa viene inquadrato il suo volto che, fissando prima intensamente  lo spettatore, gli sorride con ironica complicità!

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