Verso l’evento dell’11 settembre, “serata Cile” – La grande avventura di Littin – Il romanzo di Garcia Marquez.

Miguel Littín (Chile)
Miguel Littín (Chile) (Photo credit: Cinemateca del Caribe)

(commento di emmedi)
La Rive Gauche-Cinema ha deciso di dedicare, nel 40’ anniversario del tragico golpe di Pinochet in Cile e dell’assassinio del Presidente democraticamente eletto, Salvador Alliende, un serata di grande cinema e cultura. Oltre alla lettura di discorsi di Allende e di poesie di Neruda, si potra’ assistere alla proiezione di due grandi film: il film cileno “La tierra prometida” (1971) di Miguel Littin e “Il postino” (1994) di Michael Radford & Massimo Troisi.

Oggi vogliamo dedicare questa pagina a Miguel Littin, e alla sua straordinaria avventura di esiliato che con coraggio sfidò il regime, tornando in patria clandestinamente per filmare le scene di vita quotidiana del suo Paese oppresso dalla dittatura. Littin e’ sempre stato un cineasta impegnato politicamente, inserito da Pinochet nella lista delle persone  alle quali era assolutamente vietato tornare nel proprio Paese, pena la prigionia e probabilmente la morte, sorte conosciuta da tantissimi cileni eliminati da quel regime o misteriosamente “spariti”. Ebbene Littin, che durante la presidenza di Allende era il suo “consulente per le immagini”, utilizzando un travestimento e spacciatosi per businessman uruguayano, nel 1985 ebbe appunto il grande coraggio di sfidare il regime, di andare in lungo e in largo per il suo Paese per filmarne le condizioni durante la dittatura, ma anche la crescita della coscienza politica e il malessere che si traduceva in voglia di lotta. Girò il suo materiale cinematografico per 6 settimane con l’ausilio di tre troupe cinematografiche europee e di sei piccole troupe mobili cilene, riuscendo ad uscire dal Paese in tempo proprio mentre, ormai scoperto,  le maglie del regime stavano per braccarlo. Una vera grande avventura!
 Il risultato e’stato circa 4 ore di film che furono proiettati dalla TV spagnola ed una edizione molto piu’ ridotta che divenne un film per le sale: “Acta general de Chile”, un film veramente fuori dal comune come la storia della sua realizzazione. Una storia piena di avventura che a sua volta meriterebbe di essere tradotta in un film, una sorta di road movie per le strade del Cile da parte di un coraggioso militante amante del suo Paese e del cinema!
Ebbene Littin raccontò per filo e per segno la sua avventura straordinaria (e fortunata) a Garcia Marques, a sua volta in esilio in Spagna, e dal suo racconto nacque un bellissimo romanzo che Marquez scrisse di getto: “Le avventure di Miguel Littín, clandestino in Cile”, rompendo quel silenzio che lo scrittore si era imposto, di non parlare del Cile fino a che Pinochet non fosse caduto (auto- prescrizione in verita’ piu’ volte trasgredita in precedenza).
P]In attesa di riapprezzare una delle opere cinematografiche piu’ significative di Littin, “La tierra prometida” nel corso della serata Cile che abbiamo organizzato a Firenze, pubblichiamo qui di seguito una bella recensione alla edizione italiana del libro di Garcia Marquez (Mondadori 1986) ad opera di D. Puccini apparsa su “L’indice” nel 1987.

(11 settembre alle ore 17.30 all’Affratellamento, via via G.P. Orsini, 73 – 50126 Firenze.
Saranno proiettati:
Miguel Littin: “La tierra prometida”(1971) (ed. originale in lingua spagnola)
Michael Radford & Massimo Troisi: “Il postino” (1994)
Durante la serata anche letture di poesie di Neruda e di discorsi di S. Allende.)

Littin GarciaMarquez

Le avventure di Miguel Littín, clandestino in Cile di García Márquez Gabriel
(recensione pubblicata per l’edizione del 1986)
recensione di Puccini, D., L’Indice 1987, n. 1

“Mettiamo sulla bilancia due cose: da un lato, il silenzio narrativo che ingenuamente Garcia Marquez s’impose anni fa “finché Pinochet non fosse caduto” e gli articoli spesso a carattere politico (anch’essi ingenui e spesso francamente mediocri) che scrisse per qualche anno e che un quotidiano italiano (al pari di una catena di giornali di tutto il mondo) pubblicò regolarmente; e dall’altro, questa lunga intervista al regista cileno Miguel Littin, il quale, colpito da un mandato d’arresto permanente, ha intrapreso la rischiosa avventura di andare a vedere e filmare la vita cilena sotto la dittatura di Pinochet, dopo dodici anni di oppressione. Non vi sono dubbi: la seconda soluzione, l’intervista a Littin, è e sarà di gran lunga più efficace dei primi due espedienti. Pubblicata via via da “El Pais” di Madrid, ancor prima dell’uscita del film al Festival di Venezia, non farà, insieme con il film, cadere il tiranno: ma varranno l’una e l’altra a tener desto nell’opinione pubblica lo scandalo di una dittatura che, nata da un golpe feroce e contro un governo legittimo, continua a ferocemente conculcare un intero paese dalle buone tradizioni democratiche e un intero popolo dai pacifici e civili e delicati costumi di vita.

La verifica di questa mia bilancia metaforica serve anche a ribadire ciò che tutti sappiamo da tempo: che gli scrittori la politica debbono farla attraverso o dentro il proprio mestiere: cioè scrivendo, e scrivendo, possibilmente, con immaginazione e ingegnosità. E Marquez – come forse pure Littin, il cui film non ho veduto – non ci racconta una storia di un “tutto nero” come banale propaganda vorrebbe, bensì una relazione dal vivo su come vive e come può cambiare un paese e la sua gente, con il trascorrere del tempo, anche sotto una tirannia assurda come quella del generale Augusto Pinochet. Tanto più che Marquez il suo contributo alla letteratura di finzione contro i dittatori già l’aveva svolto vari anni fa, ne “L’autunno del patriarca”, scegliendo la linea di una fantasia allucinata e surreale.

È questa la seconda volta che Marquez ha tradotto la sua scrittura giornalistica in qualcosa di più consistente e di maggiore durata. La prima volta quando, nel 1955, intervistò un marinaio colombiano naufrago per dieci giorni di una nave da guerra, adibita a una sorta di mercato nero militare: mi riferisco al “Racconto di un naufrago”, che fu poi pubblicato come libro nel 1970. Ora Marquez ripete l’esperimento con questa lunga intervista al regista Miguel Littin. Entrambi scritti in prima persona, come se fosse l’intervistato a parlare, i due libri non sono opere letterarie in senso stretto, ma hanno l’inconfondibile soffio di grazia del narratore. Entrambi hanno avuto ed hanno una loro funzione di denuncia: il primo, che costò a Marquez l’esilio, contro la corruzione in abiti militari; e questo la denuncia contro una dittatura. Ed entrambi spiegano come e quanto Garcia M.rquez dipenda anche per la sua arte maggiore, dal trapasso dalla scrittura giornalistica a quella propriamente letteraria e creativa: difficile e rischioso (e sbagliato) distinguere troppo.Del resto, è Littin che ha visto e guardato, ma è il Garcia Marquez narratore che alla fine vede e guarda attraverso Littin: talora, diremmo quasi, gli presta i suoi occhi, e, come i suoi occhi, la sua spumeggiante immaginazione. Per di più, non si può essere davvero certi che alcuni episodi siano tutto vino della botte del regista cinematografico. Sono senza dubbio di Garcia Marquez, oltre ovviamente alla scrittura (molti aggettivi tipici del narratore), alcune ossessioni sul tempo (il passaggio da una generazione all’altra, il senso della vecchiaia, ecc.); il gioco sulla duplice personalità di Littin, travestito da pubblicitario uruguayano, ma ad ogni pie’ sospinto interamente cileno e uomo di cinema fino all’osso; il disegno delle figure femminili, come Clemencia Isaura, che scopre a 72 anni “la lotta armata, la cospirazione, l’ebbrezza dell’azione intrepida”, e come quella della madre del regista, che gli permette di sviluppare un episodio di tenera memoria e di struggente nostalgia, al pari che nei migliori episodi familiari della sua vasta opera narrativa. Infine, Garcia Marquez presta a Littin alcuni suoi tipici tics, come la paura degli aerei, la passione per l’avventura quasi gratuita, la mania per i vestiti da “regista da campo”, la timidezza davanti al barbiere o alla artista di spogliarello, e così via.
Insomma, anche questo libro – con la sua carica di documentazione e di testimonianza – porta un tassello in più a quella mitografia dell’America Latina che Garcia Marquez sta tracciando da tempo, e con vari mezzi e registri: e questo tassello è senza dubbio più piccolo e modesto degli altri, ma non del tutto secondario.”’

 

 


 

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