Verso l’evento dell’11 settembre, “serata Cile” – “Il postino” di M. Radford e M. Troisi – E. Ghezzi e Troisi – Neruda – Premi e riconoscimenti

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(Marino Demata)
Alla notizia della morte di Troisi poche ore dopo aver girato l’ultima scena de Il postino (ironia della sorte: proprio la scena della morte del suo personaggio, Mario Ruppolo), Enrico Ghezzi scrisse un bel pezzo pubblicato su “Il Manifesto” del 5 giugno 1994 dal titolo assai significativo, “Morte di un postino napoletano”, parafrasi del titolo del bellissimo film dell’altro regista napoletano, Martone (“Morte di un matematico napoletano”). E di Martone, per inciso, Ghezzi sottolinea la strana somiglianza fisica con lo stesso Troisi.  Senza dire una parola in piu’ del dovuto, come sempre fa, senza le enfasi che circostanze del genere magari possono incoraggiare, Ghezzi sottolinea a caldo alcuni aspetti essenziali della figura di Troisi, i cui purtroppo pochi film che ha avuto il tempo di girare“sono uno piu’ bello e inventato dell’altro”. E lo accosta a Benigni, dicendo che insieme costituiscono “una grande coppia di cineasti indipendenti” (e l’”indipendenza”, per come la vedo io, e’ il piu’ grande complimento che si possa fare ad un regista). Ghezzi ricorda poi lo “sgangherato”  “Non ci resta che piangere”, diretto da entrambi, di cui si puo’ dire tutto il male possibile, ma che comunque ha alla base una idea e una intuizione felicissima che anticipa di 10 anni “Ritorno al futuro”.  E infine, con un volo tipico alla Ghezzi, cita, oltre al postino, un unico altro film di Massimo, che e’ tra l’altro uno dei miei preferiti in assoluto, “Credevo fosse amore, invece era un calesse”, definendolo molto giustamente “l’unico grande film d’amore degli ultimi dieci anni del cinema italiano”.
Mi sara’ perdonata, spero, questa digressione iniziale col ricordo del grande Massimo attraverso le parole di Ghezzi. Ma non e’ incongrua nella preparazione della serata dedicata al Cile che avremo domani come “Rive Gauche” all’Affratellamento qui a Firenze. La sua ultima fatica infatti e’ stata dedicata proprio al Cile, al film sull’esilio di Neruda in un’isola italiana. E l’ultimo libro che ha letto e’ stato anch’esso cileno, di uno scrittore di quella terra, Antonio Skármeta, “Ardiente paciencia”/”Il postino di Neruda”, del quale si innamorò a tal punto da volere fortemente che ne fossero acquistati i diritti e volle a tutti i costi che se ne facesse un film. Il suo ultimo.
Troisi aveva ragione: e’ un bel romanzo che racconta una bellissima storia: l’esilio di Neruda in un’isola italiana, che diventa teatro di una grande e delicata amicizia tra il poeta e il postino, arruolato per l’occasione per portare lettere all’unico temporaneo ospite dell’isola capace di leggere. La trama ci riporta ad un’altra dittatura odiosa ed oppressiva, quella di Videla, democraticamente eletto con l’appoggio di radicali, democratici e sinistra e con l’entusiastico sostegno dello stesso Neruda, ma poi dimostratosi di idee e comportamenti assolutamente illiberali e contrari alle rivendicazioni dei lavoratori e delle classi meno agiate. Il punto di maggiore  rottura si raggiunse quando Videla, nel 1946 rispose alle rivendicazioni  dei minatori in  sciopero facendoli arrestare e rinchiudere in campi di concentramento. Neruda lancio’ un durissimo atto di accusa al regime in un discorso pronunciato davanti all’intero Senato e la contromossa di Videla fu mettere fuori legge il Partito Comunista Cileno, a cui Neruda aveva aderito, far decadere come fuori legge tutti i parlamentari di quel partito, emettere un ordine di cattura nei confronti di Neruda, che fu costetto ad una avventurosa fuga. Durante gli anni di esilio Neruda soggiorno’ in realta’ a Capri e ad Ischia, ma il romanzo ed il film ambientano la storia in una isola molto piu’ piccola (le location del film sono Salina nelle Eolie e soprattutto Procida). Al ritorno in patria dopo la caduta di Videla, travolto dagli scandali, Neruda sostenne con grande forza la candidatura di Allende, al quale fu legato anche da grandissima amicizia. A tal punto che il Poeta, gia’ malato da tempo, cadde in un profondo scoramento alla notizia dell’11 settembre, dell’assassinio dell’amico e compagno e del nuovo dramma che stava iniziando nel suo Paese. Con strano sincronismo Neruda morì solo pochi giorni dopo la morte di Allende il colpo di Stato di Pinochet, il 23 settembre 1973. C’e’ un giallo legato alle circostanze della sua morte: solo poche settimane fa un giudice cileno, accogliendo le accuse a suo tempo portate avanti, sembra in modo circostanziato, da parte di  testimoni dei suoi ultimi giorni di vita, di un vero e proprio assassinio da parte di sicari di Pinochet nell’ospedale ove Neruda era ricoverato, ne ha disposto la riesumazione della salma per attenti ed approfonditi esami che sono ancora in corso negli Stati Uniti, per verificare in tal modo se si sia trattato di morte naturale o violenta (veleno?).

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In ogni caso, la storia romanzata dell’esilio in Italia di Neruda dal libro di Skármeta,  doveva secondo Troisi assolutamente diventare un film sull’amicizia, sull’amore, sulla poesia e sulla solidarietà tra gli uomini. Fu da lui scelto, ovviamente d’intesa con la produzione, un regista di mestiere e discreto talento, Michael Radford, i cui titoli migliori sono l’ottimo “Another time, another place”, e poi “Orwell 1984”, “Misfatto bianco”.  Infatti le precarissime condizioni di salute di Massimo non gli avrebbero permesso la fatica di una regia cosi’ impegnativa. La riprova di cio’ sta nel fatto che ad un certo punto si decise che I tempi di lavorazione del film dovevano drasticamente ridursi al massimo a 2 o 3 ore al giorno, per consentirgli di riposare e recuperare energie.  Eppure, con la generosità e l’attaccamento al cinema che lo contraddistingueva, Troisi non negò il suo attivo contributo anche alla regia, tanto che in Italia e in qualche altro Paese vengono accreditati come registi lui e Radford insieme, e accollandosi in questo modo un incarico che altre volte aveva dichiarato di non piacergli. In una importante intervista ai tempi dei tre film che giro’ con la regia di Ettore Scola, Troisi si lamentava che, quando faceva solo l’attore diretto dalla regia di altri, veniva spesso incitato da questi a dare suggerimenti di regia o addirittura a sostituirsi ad essi. Il mio desiderio, diceva, quando sono diretto da un altro regista e non da me stesso, e’ che lui mi possa dire per filo e per segno cosa io debba fare e dire e in che modo. Insomma, diceva, io voglio essere “diretto” e fare in quel caso veramente l’attore. E invece, si lamentava, capitava il contrario, che cioe’ I registi spesso si affidavano a lui anche come regista (o aiuto-regista). E’ accaduto anche ne “Il postino” e questo ne ha certamente aumentata la fatica.
Alla fine ne esce un film obiettivamente con molti difetti, a parte la recitazione di Troisi che e’ sublimemente misurata, piu’ che mai se possibile. Il film infatti a me e’ parso sempre eccessivamente sbilanciato verso la figura interpretata da Troisi, mentre il personaggio di Neruda (Philippe Noiret) appare inevitabilmente sbiadito e sottotono. La stessa Cucinotta non mi e’ mai parsa in questo film che la consacrera’ (ma anche in film successivi) veramente all’altezza della situazione. Eppure, malgrado limiti e difetti, il film ha avuto un successo di pubblico e di critica straordinari. Ben cinque nomination all’Oscar e assegnazione dell’Oscar alla bellissima musica di Bakalov, decine di premi in svariati festival in tutto il mondo, da Taormina a Los Angeles, fino al riconoscimento dell’autorevolissimo New York Times che inserisce addirittura Il postino nell’elenco dei “Best 1000 movies ever made”. Anche negli Stati Uniti il successo e’ stato straripante e sono circolate due copie del film, una, come di consueto, in originale coi sottotitoli in inglese, l’altra doppiata e a Troisi presta la sua voce non uno qualunque, ma Robert De Niro. Sarebbe lungo elencare in questa sede tutti riconoscimenti che il film ha ricevuto da singoli attori, registi, giornalisti, ecc, da Sean Connery (“Il Postino è il più bel film che abbia mai visto. Mi avrebbe fatto piacere girare un film con Troisi”) a Benigni (“Vedendolo nel Postino ho pianto… il suo corpo smagrito fluttuava sopra lo schermo, magicamente”).
Questi sono alcuni dei motivi per i quali, riprendendo le mosse da dove siamo partiti, La Rive Gauche ha ritenuto di privilegiare questo film, assieme all’altro grande film della serata, “La tierra prometida”, per il 40’ anniversario della tragedia cilena. Un piccolo omaggio a quel grande popolo che ha prodotto grandi uomini come Allende, Neruda, Littin e tantissimi altri.

Cover of "The Postman (Il Postino)"
Cover of The Postman (Il Postino)

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