11 settembre – Serata Cile – L’intervista di Roberto Rossellini a Salvador Allende

Marchers for Salvador Allende. A crowd of peop...
Marchers for Salvador Allende. A crowd of people marching to support the election of Salvador Allende for president in Santiago, Chile. (Photo credit: Wikipedia)

Nel 1971 Salvadoir Allende invito’ a casa sua per alcuni giorni Roberto Rossellini. Il grande regista del neo-realismo aveva chiesto al Presidente cileno, attraverso il fratello Renzo, che era stato precedentemente a Santiago, di poterlo intervistare.  Allende, consapevole anche della fama e del prestigio di Rossellini, non esito’ ad inviatrlo nella propria abitazione privata e volentieri si lascio’ inervistare in quello che ancora oggi rimane non solo una memorabile testimonianza del pensiero politico e dei propositi di Allende per il suo popolo, ma anche un ulteriore esempio offerto dal Regista di “Roma citta’ aperta” di cinema militante, e non di propaganda, di grande intelligenza e duttilita’.
L’intervista infatti fu completamente filmata dai collaboratori di Rossellini e da questa nacque il film-documentario “La forza e la ragione”, di cui proproniamo qui sotto, grazie a Youtube e a  l’intera intervista. Subito dopo troverete Alcune riflessioni di Rossellini sulla sua bellissima permanenza a casa Allende e il testo completo dell’intervista stessa.

 

http://www.youtube.com/watch?v=F_1_MuEwdWM

 

INTERVISTA AD ALLENDE

di Roberto Rossellini

 

Español: Salvador Allende Gossens (Valparaíso,...
Español: Salvador Allende Gossens (Valparaíso, 26 de junio de 1908 – Santiago, 11 de septiembre de 1973) (Photo credit: Wikipedia)

Nella primavera del ’71 Allende aveva promosso l’operazione che si
chiamava
verdad, l’operazione verità. Aveva invitato personalità da tutte le
parti del mondo
perché si recassero a Santiago a vedere e toccare con mano
l’autentica realtà cilena e il
tentativo democratico di sviluppo socialista in Cile. Mio figlio
Renzo, in
quell’occasione, andò laggiù e io lo pregai di farsi latore di una
mia preghiera: avrei
amato incontrare Allende e avere un’intervista con lui. Allende mi
fece sapere che
sarebbe stato lieto di incontrarmi e così i primi di maggio andai in
Cile.
I miei incontri con lui si sono sempre svolti nella sua casa privata.
Egli abitava in
via Tommaso Moro e, una sera a cena, gli ho parlato di Tommaso Moro
l’utopista, gli
ho parlato dell’idea generale di utopia. Allende era molto
interessato, conosceva
Tommaso Moro, ma non ne aveva letto tutte le opere, non ci aveva
ripensato su.
Chiamò uno del suoi segretari e gli chiese di prendere tutto quello
che si trovava su
Tommaso Moro. Gli premeva approfondire, sapere cosa avesse realmente
detto
l’autore di Utopia.
Era un uomo così, intellettualmente curioso e mal pago. Si sentiva

English: Photo of Ingrid Bergman and Roberto R...
English: Photo of Ingrid Bergman and Roberto Rossellini. (Photo credit: Wikipedia)

benissimo che
questo non era affatto un atteggiamento di civetteria, ma anzi
l’affermazione di tutto
quanto stava a fondamento del suo pensiero e del suo modo di vedere
l’umanità:
l’uomo conta per la sua intelligenza, per la sua capacità di
intendere, per la sua
capacità di essere assolutamente cosciente: di lì il tentativo di
uscire dalle passioni.
Prendiamo per esempio il suo modo di vestire: egli era sempre molto

 
curato, portava
belle cravatte e belle camicie. Quel che si dice un uomo ben
assestato. Secondo me, è
logico che il modo di vestire finisca per far trasparire quella che è
la passione dl un
uomo: un uomo si veste da rivoluzionario, da conservatore, da
raffinato, cioè si
camuffa. In Allende il modo di restare legato ai dettami di una moda
assolutamente
tradizionale rappresentava la cancellazione della fantasia per
esprimere invece tutto
ciò che c’è e più ci può essere di razionale.
Alle pareti della sua camera da pranzo, per esempio, teneva due
piccoli quadri di
Matta, che è il pittore cileno ben noto in tutto il mondo, un pittore
che dipinge nel
suo modo le interiora, le vesciche, le budella, le reni e cose di
questo genere. Gli ho
chiesto di Matta: Matta non gli piaceva. Gli piacevano altri pittori
cileni. Aveva difatti
altri quadri ed erano quadri estremamente composti, estremamente
realistici, nei quali
l’atmosfera, persino la trasparenza dell’aria del paese erano
accuratamente annotate.
Cioè anche dai suoi gusti emergevano la sua idea e le sue radici
socialiste. In questo
particolare, mi trovo facilmente in accordo con Allende, perché io
capisco, per
esempio, Palizzi e non riesco a intendere, per scendere ad un altro
esempio, Mirò.
Con Allende ho conosciuto alcuni dei suoi collaboratori. Essi
appartenevano
proprio a quel tipo di uomini che sì comprende subito che sono un
pochino differenti
da quelli che s’incontrano normalmente. Avevano tutti quanti questo
aspetto, che ho
detto, di borghesi. magari di piccoli borghesi normalissimi e tutti
erano poi, invece,
nei fatti, animati da una grande passione, da un grande ideale.
Io personalmente non credo affatto alle tesi del suicidio di Allende
perché egli era
uomo troppo cosciente dei suoi doveri e delle speranze ch’erano
riposte in lui. Egli
sapeva benissimo – io ne sono convinto-che per poter arrivare
all’affermazione delle
proprie idee bisogna spingersi a tutti gli estremi dell’eroismo,
compresa la morte
violenta. L’ipotesi del suicidio è con ciò stesso da scartarsi.
D’altra parte, la versione
dei militari desta immediatamente una quantità di sospetti. Il
suicidio implicitamente
può suggerire l’impressione che Allende si sia sentito in colpa ed
invece era uomo che
ha lottato fino all’ultimo secondo con la consapevolezza di essere
non già in colpa, ma
di svolgere un ruolo di grande importanza umana. E credo ancora che
chi sostiene la
tesi del suicidio voglia dire con ciò che l’eventuale successione dl
Allende si apre in un
altro modo. Suicidarsi significa rinunciare; essere morto ammazzato
significa qualcosa
di ben diverso, cioè essere sparito in un incidente, talché l’eredità
del movimento di
Allende dovrebbe essere ripresa dalle persone, a cui la Costituzione
attribuisce questa
funzione successoria. Si tratta di sospetti che si sentono da
lontano, anche in
mancanza di informazioni precise.
Mi sembra che un giorno, parlando e distinguendo tra furberia e
intelligenza – si fa
sempre una gran confusione a questo proposito: si dice che un uomo
furbo è molto
intelligente, mentre il furbo non ha niente a che vedere con
l’intelligenza – chiesi ad
Allende se sapeva perché Sisifo era stato condannato a portare
quell’enorme masso che
si sa in cima al monte dopo di che il masso ricrollava a valle.
Andavo io sostenendo
che la condanna di Sisifo era venuta dagli dei perché Sisifo era per
l’appunto uno
scaltro. Condannare Sisifo equivaleva a condannare la scaltrezza. Con
la scaltrezza non
si costruisce niente; si costruisce provvisoriamente, ci si crea
delle illusioni, poi tutto
ricrolla a valle. Davanti a queste mie idee, Allende sorrideva. Egli
con la sua azione
dimostrava di essere dall’altra parte e di voler agire in maniera che
con l’esempio gli
uomini potessero sviluppare la propria capacità di pensare e di
discernere, cioè di
essere coscienti e intelligenti.

IL TESTO DELL’INTERVISTA

Allende. Appartengo a una famiglia che è stata per molti anni nella
vita pubblica. Per esempio, mio padre e i miei zii furono militanti
del Partito radicale quando il Partito radicale era un partito
d’avanguardia. Occorre ricordare che questo partito nacque con le
armi in pugno, lottando contro la reazione conservatrice. Mio nonno,
il dottor Ramon Allende Padin, fu un senatore radicale,
vicepresidente del Senato, e fondò la prima scuola laica del Cile nel
secolo scorso. A quell’epoca fu anche Serenissimo Gran Maestro
dell’Ordine Massonico, che era cosa più pericolosa che essere oggi
militanti del Partito comunista.
Ben presto, nonostante appartenessi a una famiglia della media
borghesia, lasciai la provincia, Valparaiso, e venni a studiare
medicina a Santiago. Gli studenti di medicina, a quel tempo, si
trovavano nelle posizioni più avanzate. Io non mancai, per questo,
all’obbligo di essere un buon studente. Ci riunivamo per discutere i
problemi sociali, per leggere Marx, Engels, i teorici del marxismo.
Laureato in medicina, potei misurare qual era la realtà del medico in
confronto all’esistenza dell’immensa maggioranza dei clienti. Ma
prima vorrei ricordare qui che io non avevo frequentato l’università
cercando ansiosamente un titolo per guadagnarmi da vivere. Militai
sempre nei settori studenteschi che lottavano per la riforma. Fui
espulso dall’università e arrestato. Fui giudicato, prima ancora di
diventare medico, da tre corti marziali. Fui liberato, mandato come
delegato nel nord del Cile e poi, come dicevo poco fa, cominciai a
Valparaiso la mia carriera professionale. Con molta difficoltà,
nonostante fossi stato un buon studente, mi fossi laureato con
un’elevata qualificazione e a pieni voti. Mi presentai, per esempio,
a 4 concorsi. Ero l’unico candidato, quindi non c’erano altre
alternative, ma questi concorsi restarono vacanti. Perché? Per la mia
vita studentesca! A Valparaiso dovetti lavorare duramente come medico
nell’unico incarico che mi fu dato di scegliere: assistente in
anatomia patologica. Con questo nome ho fatto 1.500 autopsie. So cosa
vuol dire amare la vita e so quali sono le cause della morte. Perciò
a Valparaiso, terminato il mio lavoro di medico, mi dedicai a
organizzare il Partito socialista. Io sono il fondatore del Partito
socialista a Valparaiso! Voglio dire che mi sembra di aver mantenuto,
da quando ero studente a oggi, una linea, un atteggiamento e una
coerenza. Un socialista non poteva stare su altra barricata che
quella dove sono stato io tutta la vita!

Rossellini. Colpisce, qui in Cile, vedere quale enorme margine di
libertà lei concede all’opposizione. Basta guardare alla stampa per
rendersene conto. Quasi tutti i mezzi di informazione dell’opinione
pubblica, cioè la stampa, ma anche la radio, sono praticamente nelle
mani del cosiddetto establishment. Durante la campagna elettorale lei
non disponeva in modo diretto neanche della televisione. Quali mezzi
avete usato e usate per far sentire la vostra voce e muovere
l’elettorato? Si direbbe che si possono vincere le elezioni senza la
propaganda…

Allende. In primo luogo vorrei ricordarle, signor Rossellini, che
come militante di un partito popolare, io sono sempre stato legato
alle lotte del popolo. E le lotte del popolo, in Cile, sono state
molto dure per molti anni. No, non si può considerare soltanto
quest’ultima campagna. Io sono stato candidato quattro volte. Nel
1951, per mostrare, per aprire, per far capire che esisteva anche una
strada diversa da quella scelta dal Partito socialista, al quale io
appartenevo, fui espulso per non aver accettato tale linea.
Espulso dal Partito socialista, entrai in contatto con un Partito
comunista che stava nell’illegalità. Così nacque l’embrione di quello
che è oggi l’Unità popolare, l’intesa socialista-comunista: un
piccolo gruppo socialista, che io rappresentavo, e i comunisti che
stavano nell’illegalità. Nel 1951 percorsi tutto il Cile senza
nessuna allusione elettorale, ma per dire al popolo che la grande
possibilità consisteva nell’unità tra i partiti della classe operaia.
La forza di questa idea nata nel 1951 si manifestò già in maniera
poderosa nel 1958. Nel 1958 io persi le elezioni per 30 mila voti.
Nel 1964 avremmo vinto se ci fossero stati tre candidati. Ma il
candidato della destra, che era radicale, praticamente si ritirò e
restammo il signor Frei e io. E la destra appoggiò Frei.
Con questo voglio sottolineare che per tanti anni io ho avuto un
dialogo costante e permanente con il popolo attraverso i partiti
popolari e in quest’ultima campagna organizzando i Comitati
dell’unità popolare. In ogni fabbrica, nei quartieri, nelle strade,
dappertutto abbiamo formato Comitati: scuole, licei, industrie,
ospedali. Questi sono stati il veicolo, i contatti del pensiero
dell’Unità Popolare con il popolo. Ecco perché, nonostante i mezzi di
informazione siano tanto ristretti, come ha osservato lei, sono
potuto arrivare a questa vittoria di oggi. Potremmo usare qui
un’espressione non politica, ma chiara: il raccolto della vittoria è
la semina di molti anni. Oggi, al governo, pensiamo di utilizzare
anche i mezzi che sono superiori, come la radio, la televisione, ma
al tempo stesso vogliamo conservare il contatto di un permanente
dialogo con il popolo. Le posso dare un esempio per spiegare questo.
La settimana scorsa, il lunedì ho parlato ai giovani della prima
Convenzione della gioventù di Unità popolare. Il martedì ho parlato
alla Cepal (Commissione economica per l’America Latina, ndr). Alla
Cepal ho fatto un discorso per esporre la posizione del Cile,
ribadendo, ancora una volta, la differenza che esiste tra i Paesi
industriali e i Paesi in via di sviluppo. Quello stesso giorno, poi,
ho dovuto rivolgere una parola anche ai nuovi medici, i laureati di
quest’anno. E il giorno seguente ho tenuto una «lezione magistrale»
(il titolo non corrisponde a quello che è in effetti, ma si chiama
così), una lezione magistrale all’Università tecnica statale. Il
giorno dopo, riunione con la Guardia di Santiago, con i 2.000
rappresentanti dell’esercito, dal comandante in capo alle delegazioni
delle Camere, comandanti, ufficiali, sottufficiali e truppa. Il
giorno seguente ancora, che era il primo maggio, ho dovuto parlare
dalla Tribuna. Come vede, il dialogo con il popolo, con i settori più
ampi del popolo l’ho sempre tenuto aperto. Del resto, sempre nel
corso di questa settimana, ho avuto incontri con dirigenti sindacali
di una delle compagnie che sono state nazionalizzate. Questo è stato,
non dirò la fatica, ma il lavoro assolto. E poi, anche i partiti
mantengono i contatti con la massa attraverso le loro organizzazioni.
Inoltre, continuano a funzionare i Comitati di unità popolare, alcuni
con un’attività seria, altri un po’ vegetando. Ma in fondo la nostra
grande possibilità è precisamente quella di riattivare questi
Comitati e far sì che i partiti mantengano i contatti con la massa.
Io non penso che li perderò. La settimana prossima, per esempio,
andrò nelle miniere di rame per parlare un po’ con i compagni perché
vedano quali sono le loro responsabilità, per indicare che operai,
impiegati e tecnici cileni hanno il dovere di capire che il salario
del Cile è il rame e che quindi devono produrre di più, lavorare di
più, adeguare la tecnica alle loro capacità e alla realtà cilena.
Perché non c’è dubbio che se noi non aumentiamo la produzione, se non
siamo capaci di raggiungere gli obiettivi che ci siamo fissati, per
un incremento più o meno del 26 per cento rispetto all’anno scorso,
tutto il nostro bilancio va a rotoli. Lei comprende bene, signor
Rossellini, l’importanza che riveste il problema di allevare la
coscienza politica, far capire ai lavoratori come da essi stessi
dipenda la rivoluzione, come essi stessi siano il fattore
fondamentale della rivoluzione.

Rossellini. Voi tentate una rivoluzione legalitaria, cioè in piena
osservanza delle regole democratiche che tanti altri movimenti
rivoluzionari disprezzano. In generale, per l’opinione pubblica, per
l’uomo della strada, quando si dice marxismo si dice anche dittatura
del proletariato. Perché voi siete differenti?

Allende. Penso che effettivamente per l’opinione comune sia così. Ma
chi ha letto un poco i teorici del marxismo sa, e io non sono un
teorico del marxismo, ma un uomo politico che ha appreso nella lotta
senza aver smesso di leggere – perché credo che non possa esserci
azione rivoluzionaria senza teoria rivoluzionaria – sa perfettamente
che ogni Paese ha la sua realtà. Dinanzi a questa realtà occorre
adoperare le tattiche con un fine strategico definito. Per chiarire,
come si intende la rivoluzione da un punto di vista sociologico? Una
classe sociale che è minoritaria cessa di tenere nelle proprie mani
il potere e la fonte del potere, perché un’altra classe sociale, che
è quella maggioritaria, che è stata politicamente oppressa e
economicamente sfruttata, venga ad assumerlo a sua volta. Io posso
dire a lei, in coscienza, che in Cile è accaduto questo! I settori
tradizionali della plutocrazia cilena sono stati sconfitti dalla
Democrazia cristiana nel 1964. E non possiamo paragonare il governo
della Democrazia cristiana con un governo tradizionale della destra.
Ma noi abbiamo dichiarato di fronte al Paese che faremo una
rivoluzione per vie legali. Noi non abbiamo mai detto che saremo la
sinistra del sistema! Abbiamo detto che cambieremo il regime
capitalista per aprire la strada al socialismo perché sappiamo
perfettamente che il socialismo non si può imporre con i decreti. E
quindi, sulla base della realtà cilena, in un Paese cioè dove la
coscienza civile ha una determinata forza per tradizione, le forze
armate un senso professionale preciso, dove l’istituzionalità ha un
peso e un contenuto ben definito, per esempio il Congresso cileno
funziona da più di 120 anni – calcolate voi quale altro Paese in
America Latina e anche in Europa, si può ben dire, ha qualcosa di
simile – ebbene, di fronte a questa realtà cilena l’unica via
possibile è quella elettorale. Ora, all’interno di questa realtà e
delle leggi della democrazia borghese, o della repubblica liberale,
noi possiamo cambiare le istituzioni. Questo lo stabilisce la
Costituzione stessa. Per esempio, se sorgessero serie difficoltà con
il Congresso, restando nell’ambito delle norme costituzionali, potrei
presentare un progetto di scioglimento. Il Congresso lo respingerebbe
di sicuro. Allora io posso fare appello al popolo attraverso il
plebiscito, il referendum. Se il popolo approva il referendum, vuol
dire che il Congresso è sciolto. Convocherei le elezioni per un nuovo
Congresso e sicuramente, una volta vinto il plebiscito, avremmo anche
la maggioranza al Congresso. Quindi questo Congresso detterebbe le
leggi che il governo popolare vuole dettare.

Rossellini. Nel suo discorso del Primo maggio lei ha invocato uno
stato di coscienza popolare perché tutti si rendano conto che il
cammino da compiere per il raggiungimento delle mete che vi
prefiggete è lungo e duro. Ma lei ha anche detto di non voler
ammettere un’aristocrazia operaia. Vuole riassumere qui, per favore,
questo concetto?

Allende. In effetti, ho detto che per garantire il processo
rivoluzionario in Cile è fondamentale che si intensifichi la
partecipazione dei lavoratori, essenzialmente quella di contadini e
operai, a tutti i livelli dello Stato. Lei sa, signor Rossellini, che
abbiamo creato il Consiglio nazionale; a loro volta, dalla base sono
sorti i Consigli locali, provinciali, sezionali e così i contadini,
mi riferisco ai lavoratori della terra, insieme con i piccoli
proprietari e i tecnici dello Stato, stabiliscono i piani di
produzione. Inoltre, stabiliscono quali sono i terreni agricoli che
devono essere espropriati. Ovvero: esiste una partecipazione diretta
dei contadini perché sono loro che faranno produrre la terra, perché
sono loro che stanno aprendo il solco, perché sono loro che seminano
e, infine, sono loro che, pur non avendo fatto neanche il primo anno
delle scuole elementari, possiedono, per così dire, l’affetto e il
legame con la terra e sanno che cosa è la terra.
In campo operaio abbiamo detto che nel settore nazionalizzato, cioè
nel settore che chiamiamo del capitale sociale, gli operai
parteciperanno direttamente alla direzione delle imprese, insieme ai
rappresentanti dello Stato. Questo direttorio, che rappresenterà gli
operai, sarà eletto dall’assemblea degli operai stessi. È una cosa
diversa dall’organizzazione sindacale che continuerà a operare, ma
non parteciperà alla direzione delle imprese. Quindi saranno altri
lavoratori eletti da assemblee di lavoratori.
Ora, per esempio, noi avremo il settore del rame nazionalizzato, e lo
avremo di certo! Gli operai devono capire che il rame è loro, dei
lavoratori del rame, ma in quanto essi sono parte del popolo devono
anche capire che le eccedenze economiche che provengono dal rame non
le possiamo dedicare solamente per aumentare gli stipendi e i salari
di operai, impiegati e tecnici del rame. Semplicemente dobbiamo
assegnare loro una parte che, nel caso del rame, è minima. Il resto
dobbiamo utilizzarlo per lo sviluppo economico affinché, insieme ai
profitti delle altre imprese monopolizzate, si possano creare le
risorse necessarie per elevare le condizioni materiali di vita del
popolo. Se gli operai del rame non capiscono questo, è grave! Se
sciopera una fabbrica di bottoni il Paese non ha da preoccuparsene;
una fabbrica di filati, neppure. Ma se scioperano gli operai del
rame, dell’acciaio o del carbone le conseguenze sul Paese sono molto
dure. E qui occorre la coscienza dei lavoratori. Occorre dire loro
che, siccome sono lavoratori che possono esercitare una forte
pressione sul governo, non devono fare uso di questa forza perché
questo è il loro governo! Essi stessi sono il governo! Ecco il motivo
per cui non accettiamo che vi siano lavoratori privilegiati, che vi
sia, come ho detto, un’aristocrazia operaia, nel senso delle
remunerazioni e del trattamento speciale. Perciò ho parlato ai
lavoratori. Da loro, ho detto, dipende il futuro della rivoluzione
cilena. Questo è, fondamentalmente, ciò che ho esposto il Primo
maggio e quello che posso dirle in risposta alla sua domanda.

Rossellini. Io mi ricordo che fin dopo la Prima guerra mondiale, cioè
dagli anni Venti, si guardava all’America del Nord e del Sud come a
un continente che offriva immense possibilità di benessere ai
lavoratori europei, in particolare per noi italiani che vivevamo in
un Paese povero. Noi vi mandavamo dei generi di lusso, cioè le
compagnie di canto, l’opera lirica, le compagnie teatrali che
venivano qui a far messe di applausi e di denari. Poi, in pochi anni,
in questi ultimi 30-40 anni, tutto è mutato: Il Sudamerica si è
immensamente impoverito. Noi italiani, per esempio, dopo l’ultima
guerra mondiale ci siamo arricchiti. Se è giusta questa mia
osservazione, come spiega questo vostro fenomeno storico di
impoverimento?

Allende. Credo che quanto è accaduto in America Latina sia
direttamente legato al processo di accumulazione capitalista
fondamentalmente nei Paesi industriali. Noi definiamo l’imperialismo
come l’estrema fase del capitalismo. È il capitale finanziario dei
Paesi industrializzati che cerca un terreno di investimenti nei Paesi
dove si possono ricavare più profitti, ossia più margine di utile.
Ora, nella fase iniziale della semindipendenza politica dei nostri
popoli, l’Inghilterra fece investimenti. Nel caso del Cile, nei
nitrati. Poi, gli Stati Uniti entrarono in concorrenza con
l’Inghilterra e cominciarono gli investimenti nordamericani.
I Paesi in via di sviluppo sono Paesi che vendono materie prime.
Vendiamo a poco prezzo e importiamo a caro prezzo: nell’importare
dobbiamo pagare il salario e lo stipendio dell’operaio e del tecnico
nordamericano. Così i rapporti di scambio sono sempre stati dannosi
per l’America Latina e per il Cile. Il processo di inflazione fa sì
che noi siamo costretti a fornire sempre più materie prime per
importare lo stesso quantitativo di prodotti finiti. Un esempio tra i
più semplici: se dovevamo dare, mettiamo, mezza tonnellata di rame
per ottenere quattro jeep, oggi dovremo dare due tonnellate per
riportare le stesse quattro jeep (le cifre non sono esatte, quello
che conta è l’esempio). Questa è la realtà del nostro Paese. Per
questo motivo si fa sempre più grande la distanza che separa i Paesi
industriali, con questo intendo i Paesi capitalisti, dai Paesi in via
di sviluppo. Questo è il grande dramma del nostro Paese. A parte il
fatto che, dal punto di vista del rapporto economico-finanziario, la
situazione per questi Paesi non può essere più difficile. Nell’ultimo
decennio è stato più quello che è uscito da questi Paesi dell’America
Latina di quello che è entrato. È restato per pagare i crediti,
profitti, ammortizzazioni, oltre ai contributi che vengono dati
dall’America Latina per prestiti agli organismi semistatali e
statali, e investimenti delle compagnie private. Questo dramma,
dunque, è quello che fa sì che l’America Latina sia andata
impoverendosi sempre più, mentre si consolidava il capitale
straniero, fondamentalmente il capitale internazionale, che trae da
questi Paesi profitti straordinari in confronto al reddito dei loro
stessi Paesi.

Rossellini. Per voi si avvicina la scadenza delle nazionalizzazioni.
Principalmente quella del rame toccherà gli interessi nordamericani.
Come crede che potranno evolversi le relazioni con gli Stati Uniti e
quali sono le sue visioni?

Allende. Lei ha toccato, signor Rossellini, uno dei problemi più
complicati. In realtà, noi abbiamo detto e ripetiamo costantemente
che quando pretendiamo, e l’otterremo, di nazionalizzare ricchezze
fondamentali del Cile, attualmente in mano al capitale straniero, non
intendiamo agire contro gli Stati Uniti. Noi sentiamo affetto e
rispetto per il popolo degli Stati Uniti e la sua storia. Credo che i
dirigenti politici cileni e latinoamericani conoscano molto bene il
pensiero di Washington, di Jefferson e, fondamentalmente, di Lincoln.
Inoltre conosciamo i loro scrittori, i loro artisti, ma la realtà è
un’altra.
Noi abbiamo bisogno soprattutto dell’eccedente della nostra economia
che esce dalle nostre frontiere. Posso dirle, per esempio, che in 60
anni sono usciti dal Cile 9 miliardi e 800 milioni di dollari e che
tutto il capitale sociale del Cile è stato valutato in 10 miliardi di
dollari. Ossia, praticamente, un Cile intero è uscito dalle nostre
frontiere per andare a rafforzare le grandi imprese. Vale a dire che
si da il fatto, incredibile, che Paesi che vanno a mendicare una
certa quantità di milioni in prestito sono esportatori di capitale!
Ebbene, noi pensiamo che il popolo e il governo nordamericano
dovranno comprendere che noi procederemmo nella stessa maniera se i
capitali fossero sovietici, giapponesi, francesi o italiani. Che non
abbiamo prevenzioni né contro gli Stati Uniti, né contro il suo
popolo. Noi, per esempio, siamo disposti a firmare un contratto per
vendere agli Stati Uniti 100 o 200 mila tonnellate di rame, se ne
hanno bisogno. Ma il rame deve essere nostro perché è fondamentale
per il Cile. Ora, qual è il fondo del problema? Il problema è che,
logicamente, noi dobbiamo indennizzare perché non vogliamo
appropriarci di queste ricchezze, ma intendiamo pagare ciò che
effettivamente si deve pagare. Dobbiamo studiare caso per caso,
sapere quali sono stati gli investimenti iniziali, quali gli apporti
effettivi di capitale, quali sono stati i profitti, quali i
reinvestimenti degli utili, come sono stati fatti gli ampliamenti
sulla base dei crediti che pesano sulle compagnie. Le compagnie
hanno, in questo momento, debiti per 670 milioni di dollari. Quindi
noi non stiamo procedendo a priori in un atteggiamento aggressivo.
Questo il dipartimento di Stato americano lo deve capire. C’è un
problema. Ed è che le compagnie sono coperte da un’assicurazione
contratta con un organismo statale nordamericano. Quindi,
logicamente, gli americani pensano che se per caso non si paga un
indennizzo che le compagnie ritengono corrispondente al valore delle
loro imprese, dovrebbe intervenire a pagarlo la compagnia di
assicurazione. E allora, per pagare questa assicurazione, se
l’ammontare è molto elevato, devono chiedere al Congresso di
ricorrere all’imposizione di nuove tasse ai cittadini nordamericani.
Io penso veramente che dovremo arrivare a un accordo. Abbiamo
raggiunto altri accordi con le imprese nordamericane qui in Cile.
Siamo arrivati a un accordo con la Betlem, e abbiamo comprato le
miniere di ferro che a noi interessavano e non vi è stato nessun
conflitto, nessun problema. Vogliamo trattare con la compagnia dei
telefoni, e lo faremo, per fare un’impresa mista, o nazionalizzata.
Noi stiamo procedendo all’interno della legge e della sovranità del
Cile e chiediamo solo rispetto per l’autodeterminazione dei popoli e
per la loro sovranità. E riteniamo che non sorgeranno conflitti
perché non abbiamo intenzione di crearne. Ma non è neppure nostra
intenzione tenere un atteggiamento di sottomissione o di mendicità.
Noi esercitiamo un diritto di Paese sovrano e procederemo sulla base
delle leggi cilene. Inoltre, diamo garanzie alle compagnie perché
deve essere un controllore a stabilire l’ammontare della somma da
pagare e vi è un tribunale nel quale i rappresentanti della
magistratura, vale a dire il potere giudiziario, sono in maggioranza,
un tribunale speciale. Quali maggiori garanzie di queste? Io credo
che non se ne possano chiedere e dare di più.

Rossellini. Il programma del governo democratico cristiano che vi ha
preceduto, se ben ricordo, metteva l’accento sulla necessità di
compiere una rivoluzione in libertà, di recuperare al Paese le
risorse naturali del Cile, e quindi anche il rame, e sottrarlo al
controllo straniero. Essi parlavano di dignità dei poveri, di riforma
agraria, di espropriazione di terre, della partecipazione di tutti
alla ricostruzione della società cilena e di vaste riforme. Voi, se
non sbaglio, riprendete questi stessi temi. In che cosa siete
differenti da loro?

Allende. La differenza sta tra le parole e i fatti! La Democrazia
cristiana ha parlato di un regime comunitario che non ha mai
precisato. Noi riteniamo che non ci sia altro che capitalismo e
socialismo. Inoltre, io l’ho detto: più che parlare della
rivoluzione, bisogna farla! Credo che questa sia la differenza
fondamentale tra i democristiani e noi. I rapporti tra il movimento
popolare cileno e la Chiesa cattolica sono eccellenti, ma voglio
insistere sulle ragioni che mi spingono ad affermare questo. Per
esempio, vorrei darle una dimostrazione dell’atteggiamento nuovo, dei
nuovi criteri, non direi solo della tolleranza della Chiesa. In Cile,
quando i presidenti assumono il governo, si celebra un Te deum.
Tradizionalmente questo Te deum si celebra, come naturale, nella
cattedrale metropolitana. Quando il cardinale della Chiesa cilena,
Raul Silva Henriquez, venne a parlare con me, io gli dissi che
desideravo che si facesse un Te deum, ma gli chiesi che fosse un Te
deum ecumenico. Non solo egli accettò, ma le delegazioni che vennero
ad assistere alla trasmissione dei poteri presidenziali poterono
constatare un fatto esemplare. Nella cattedrale metropolitana
cattolica erano presenti dignitari di tutte le Chiese e ognuno
partecipò al Te deum leggendo un brano di una preghiera o della
Bibbia. Credo che sia stato uno dei fatti più significativi per
dimostrare l’ampiezza di vedute della Chiesa cattolica cilena e la
sua piena adesione al nuovo pensiero che rompe antiche e tradizionali
frontiere. Se lei pensa poi alle dichiarazioni dei vescovi cileni e a
quelle fatte dai vescovi latinoamericani riuniti a Medellin nelle
quali si sottolinea, con estrema chiarezza, che la Chiesa sta a
fianco degli sfruttati e lotta per migliorare le condizioni di vita e
di esistenza delle grandi masse popolari latinoamericane, lei potrà
comprendere, signor Rossellini, l’importanza di questa nuova realtà.
Infine, vorrei farle osservare che certamente è stato un fatto che ha
avuto grandi ripercussioni sul piano nazionale e internazionale la
presenza del cardinale della Chiesa cattolica cilena alla
manifestazione del Primo maggio. E non solo la sua presenza, che è
già sufficiente, ma il messaggio che è stato letto dove si diceva,
con allusione estremamente chiara, che l’unica cosa che la Chiesa
desiderava era che il popolo non dimenticasse che la Chiesa di Cristo
era la Chiesa del figlio del falegname.
Per riassumere: lei comprende che per i fatti, che per
l’atteggiamento della Chiesa noi nutriamo da sempre il più profondo e
illimitato rispetto. Ma ora, come fatto nuovo, possiamo sottolineare
con profonda letizia che vi è un contatto molto diretto tra la
Chiesa, il popolo e il governo del Cile.

Rossellini. Mi sembra che si possa constatare che la tendenza
tradizionale dei Paesi latinoamericani è stata quella di tessere i
loro rapporti principalmente con gli Stati Uniti che sono stati la
matrice della loro indipendenza. La storia ci dice che l’era
coloniale per voi è finita dopo la rivoluzione americana del nord e
grazie a essa. L’8 marzo del 1822 Monroe, presidente degli Stati
Uniti, ha proposto il riconoscimento dell’indipendenza di Argentina,
Colombia, Cile e Perù. Jefferson allora sentiva che se l’Europa
diventava sempre più la terra dei dispotismi, Santa alleanza,
colonialismo eccetera, l’America doveva diventare sempre più la terra
della libertà. La dottrina di Monroe, comunicata al Congresso degli
Stati Uniti il 2 dicembre 1823, dice, fra l’altro, che il continente
americano tutto, e cioè quello del nord, del centro e del sud, grazie
alla condizione libera e indipendente che ha assunto e conserva, da
quel momento in poi non deve essere considerato più da chicchessia
come l’obiettivo di una colonizzazione futura. Mi sembra di intendere
che voi cileni, partendo da queste premesse, vogliate appunto, quali
uomini liberi, cominciare a intessere nuovi rapporti liberi con tutto
il mondo. È così?

Allende. In realtà, questa è una concezione teorica della dottrina
Monroe. Effettivamente, nella lotta di liberazione dei popoli
latinoamericani contro il colonialismo spagnolo si ottenne una
semindipendenza politica, ma di fatto la lotta economica cominciò
subito con lo scontro tra l’imperialismo inglese e l’imperialismo
nordamericano. Vi è stato sempre uno scontro di interessi tra il
capitale straniero e il nostro sviluppo incipiente. Io non voglio
riferirmi alle solenni dichiarazioni ribadite spesso dai liberatori
dinanzi alla prepotenza della politica nordamericana. Ma Simon
Bolivar diceva, per esempio, che gli Stati Uniti vogliono
assoggettarci nella miseria in nome della libertà. E José Martì ha
detto frasi molto più dure. Non le voglio ripetere perché in realtà
io distinguo tra il popolo nordamericano, i suoi pensatori, e alcuni
dei suoi governanti, e l’atteggiamento a volte transitorio di alcuni
di essi, e la politica del Dipartimento di Stato e gli interessi
privati che purtroppo hanno potuto contare sull’appoggio
nordamericano.
In realtà, la dottrina Monroe ha consacrato un principio: l’America
agli americani. Ma esso non è stato effettivamente rispettato perché
il Nordamerica ha uno sviluppo economico che non hanno né il Sud, né
il Centroamerica. Pertanto il problema non è risolto sulla base di
un’uguaglianza di interessi, di una comunità di interessi.
Difendere il principio dell’America agli americani attraverso la
dottrina Monroe ha sempre voluto dire difendere l’America per i
nordamericani! Noi accettiamo solo un trattamento di dignità
reciproca, un trattamento di uguaglianza di possibilità con l’America
del Nord! Ribadisco che noi non abbiamo niente contro il suo popolo,
ma conosciamo bene il dramma del Sudamerica che, essendo un
continente potenzialmente ricco, è un continente povero soprattutto
per lo sfruttamento di cui è vittima da parte del capitale privato
nordamericano.
Noi lottiamo fondamentalmente per un’intesa, per un’integrazione dei
Paesi latinoamericani. Riteniamo che sia giusto il cammino indicato
dai padri della patria che sognarono l’unità latinoamericana per
poter disporre di una voce continentale di fronte al mondo. Questo
ovviamente non ci impedisce, signor Rossellini, di guardare non solo
con simpatia, ma anche in profondità ciò che significa pure la
presenza del pensiero dei Paesi del Terzo mondo. Potrei dunque
sintetizzare il mio pensiero in risposta alla sua domanda dicendo che
lottiamo prima di tutto per fare dell’America un autentico
continente, per le sue realizzazioni e per legarci sempre più ai
Paesi del Terzo mondo. Ed è chiaro che il ruolo del dialogo è
fondamentale perché i popoli come il nostro lottano per la pace e non
per la guerra, per la cooperazione economica e non per lo
sfruttamento, per la convivenza sociale e non per l’ingiustizia.

Rossellini. Da tutte queste tendenze, prima che si articolassero, è
nata quell’idea di coesistenza pacifica che in effetti ha portato a
nuove confusioni, a nuovi drammi che ora tutti sentono il bisogno di
superare. Con le imprese lunari ci siamo visti come siamo: la nostra
Terra è un vascello che naviga nell’universo verso le immense
lontananze. Noi uomini siamo l’equipaggio e siamo legati al suo
destino. Quindi, qual è il nostro futuro?

Allende. Lei propone il tema, secondo me, di cosa sia capace
l’intelligenza dell’uomo. Se l’uomo dei Paesi industrializzati è
arrivato, come lei ricorda, alla Luna è perché è stato capace di
dominare la natura. Il problema è che se è giusto che l’uomo ponga i
piedi sulla Luna, è più giusto che i grandi Paesi, per parlare
simbolicamente, mettano i piedi sulla Terra e si rendano conto che vi
sono milioni di esseri umani che soffrono la fame, che non hanno
lavoro, che non hanno cultura. Ecco perché io penso, dunque, che sia
giusto quell’auspicio che parla dell’uomo del Ventunesimo secolo. Un
uomo con una concezione diversa, con un degno livello di valori; un
uomo che non sia mosso essenzialmente e fondamentalmente dal denaro.
Un uomo che pensa che esista, per fortuna, una misura diversa nella
quale l’intelligenza diventa la grande forza creatrice.
Voglio dire che ho fiducia nell’uomo, ma nell’uomo umanizzato,
nell’uomo fratello e non nell’uomo che vive dello sfruttamento degli
altri.

IL TESTO DELL’INTERVISTA

Allende. Appartengo a una famiglia che è stata per molti anni nella
vita pubblica. Per esempio, mio padre e i miei zii furono militanti
del Partito radicale quando il Partito radicale era un partito
d’avanguardia. Occorre ricordare che questo partito nacque con le
armi in pugno, lottando contro la reazione conservatrice. Mio nonno,
il dottor Ramon Allende Padin, fu un senatore radicale,
vicepresidente del Senato, e fondò la prima scuola laica del Cile nel
secolo scorso. A quell’epoca fu anche Serenissimo Gran Maestro
dell’Ordine Massonico, che era cosa più pericolosa che essere oggi
militanti del Partito comunista.
Ben presto, nonostante appartenessi a una famiglia della media
borghesia, lasciai la provincia, Valparaiso, e venni a studiare
medicina a Santiago. Gli studenti di medicina, a quel tempo, si
trovavano nelle posizioni più avanzate. Io non mancai, per questo,
all’obbligo di essere un buon studente. Ci riunivamo per discutere i
problemi sociali, per leggere Marx, Engels, i teorici del marxismo.
Laureato in medicina, potei misurare qual era la realtà del medico in
confronto all’esistenza dell’immensa maggioranza dei clienti. Ma
prima vorrei ricordare qui che io non avevo frequentato l’università
cercando ansiosamente un titolo per guadagnarmi da vivere. Militai
sempre nei settori studenteschi che lottavano per la riforma. Fui
espulso dall’università e arrestato. Fui giudicato, prima ancora di
diventare medico, da tre corti marziali. Fui liberato, mandato come
delegato nel nord del Cile e poi, come dicevo poco fa, cominciai a
Valparaiso la mia carriera professionale. Con molta difficoltà,
nonostante fossi stato un buon studente, mi fossi laureato con
un’elevata qualificazione e a pieni voti. Mi presentai, per esempio,
a 4 concorsi. Ero l’unico candidato, quindi non c’erano altre
alternative, ma questi concorsi restarono vacanti. Perché? Per la mia
vita studentesca! A Valparaiso dovetti lavorare duramente come medico
nell’unico incarico che mi fu dato di scegliere: assistente in
anatomia patologica. Con questo nome ho fatto 1.500 autopsie. So cosa
vuol dire amare la vita e so quali sono le cause della morte. Perciò
a Valparaiso, terminato il mio lavoro di medico, mi dedicai a
organizzare il Partito socialista. Io sono il fondatore del Partito
socialista a Valparaiso! Voglio dire che mi sembra di aver mantenuto,
da quando ero studente a oggi, una linea, un atteggiamento e una
coerenza. Un socialista non poteva stare su altra barricata che
quella dove sono stato io tutta la vita!

Rossellini. Colpisce, qui in Cile, vedere quale enorme margine di
libertà lei concede all’opposizione. Basta guardare alla stampa per
rendersene conto. Quasi tutti i mezzi di informazione dell’opinione
pubblica, cioè la stampa, ma anche la radio, sono praticamente nelle
mani del cosiddetto establishment. Durante la campagna elettorale lei
non disponeva in modo diretto neanche della televisione. Quali mezzi
avete usato e usate per far sentire la vostra voce e muovere
l’elettorato? Si direbbe che si possono vincere le elezioni senza la
propaganda…

Allende. In primo luogo vorrei ricordarle, signor Rossellini, che
come militante di un partito popolare, io sono sempre stato legato
alle lotte del popolo. E le lotte del popolo, in Cile, sono state
molto dure per molti anni. No, non si può considerare soltanto
quest’ultima campagna. Io sono stato candidato quattro volte. Nel
1951, per mostrare, per aprire, per far capire che esisteva anche una
strada diversa da quella scelta dal Partito socialista, al quale io
appartenevo, fui espulso per non aver accettato tale linea.
Espulso dal Partito socialista, entrai in contatto con un Partito
comunista che stava nell’illegalità. Così nacque l’embrione di quello
che è oggi l’Unità popolare, l’intesa socialista-comunista: un
piccolo gruppo socialista, che io rappresentavo, e i comunisti che
stavano nell’illegalità. Nel 1951 percorsi tutto il Cile senza
nessuna allusione elettorale, ma per dire al popolo che la grande
possibilità consisteva nell’unità tra i partiti della classe operaia.
La forza di questa idea nata nel 1951 si manifestò già in maniera
poderosa nel 1958. Nel 1958 io persi le elezioni per 30 mila voti.
Nel 1964 avremmo vinto se ci fossero stati tre candidati. Ma il
candidato della destra, che era radicale, praticamente si ritirò e
restammo il signor Frei e io. E la destra appoggiò Frei.
Con questo voglio sottolineare che per tanti anni io ho avuto un
dialogo costante e permanente con il popolo attraverso i partiti
popolari e in quest’ultima campagna organizzando i Comitati
dell’unità popolare. In ogni fabbrica, nei quartieri, nelle strade,
dappertutto abbiamo formato Comitati: scuole, licei, industrie,
ospedali. Questi sono stati il veicolo, i contatti del pensiero
dell’Unità Popolare con il popolo. Ecco perché, nonostante i mezzi di
informazione siano tanto ristretti, come ha osservato lei, sono
potuto arrivare a questa vittoria di oggi. Potremmo usare qui
un’espressione non politica, ma chiara: il raccolto della vittoria è
la semina di molti anni. Oggi, al governo, pensiamo di utilizzare
anche i mezzi che sono superiori, come la radio, la televisione, ma
al tempo stesso vogliamo conservare il contatto di un permanente
dialogo con il popolo. Le posso dare un esempio per spiegare questo.
La settimana scorsa, il lunedì ho parlato ai giovani della prima
Convenzione della gioventù di Unità popolare. Il martedì ho parlato
alla Cepal (Commissione economica per l’America Latina, ndr). Alla
Cepal ho fatto un discorso per esporre la posizione del Cile,
ribadendo, ancora una volta, la differenza che esiste tra i Paesi
industriali e i Paesi in via di sviluppo. Quello stesso giorno, poi,
ho dovuto rivolgere una parola anche ai nuovi medici, i laureati di
quest’anno. E il giorno seguente ho tenuto una «lezione magistrale»
(il titolo non corrisponde a quello che è in effetti, ma si chiama
così), una lezione magistrale all’Università tecnica statale. Il
giorno dopo, riunione con la Guardia di Santiago, con i 2.000
rappresentanti dell’esercito, dal comandante in capo alle delegazioni
delle Camere, comandanti, ufficiali, sottufficiali e truppa. Il
giorno seguente ancora, che era il primo maggio, ho dovuto parlare
dalla Tribuna. Come vede, il dialogo con il popolo, con i settori più
ampi del popolo l’ho sempre tenuto aperto. Del resto, sempre nel
corso di questa settimana, ho avuto incontri con dirigenti sindacali
di una delle compagnie che sono state nazionalizzate. Questo è stato,
non dirò la fatica, ma il lavoro assolto. E poi, anche i partiti
mantengono i contatti con la massa attraverso le loro organizzazioni.
Inoltre, continuano a funzionare i Comitati di unità popolare, alcuni
con un’attività seria, altri un po’ vegetando. Ma in fondo la nostra
grande possibilità è precisamente quella di riattivare questi
Comitati e far sì che i partiti mantengano i contatti con la massa.
Io non penso che li perderò. La settimana prossima, per esempio,
andrò nelle miniere di rame per parlare un po’ con i compagni perché
vedano quali sono le loro responsabilità, per indicare che operai,
impiegati e tecnici cileni hanno il dovere di capire che il salario
del Cile è il rame e che quindi devono produrre di più, lavorare di
più, adeguare la tecnica alle loro capacità e alla realtà cilena.
Perché non c’è dubbio che se noi non aumentiamo la produzione, se non
siamo capaci di raggiungere gli obiettivi che ci siamo fissati, per
un incremento più o meno del 26 per cento rispetto all’anno scorso,
tutto il nostro bilancio va a rotoli. Lei comprende bene, signor
Rossellini, l’importanza che riveste il problema di allevare la
coscienza politica, far capire ai lavoratori come da essi stessi
dipenda la rivoluzione, come essi stessi siano il fattore
fondamentale della rivoluzione.

Rossellini. Voi tentate una rivoluzione legalitaria, cioè in piena
osservanza delle regole democratiche che tanti altri movimenti
rivoluzionari disprezzano. In generale, per l’opinione pubblica, per
l’uomo della strada, quando si dice marxismo si dice anche dittatura
del proletariato. Perché voi siete differenti?

Allende. Penso che effettivamente per l’opinione comune sia così. Ma
chi ha letto un poco i teorici del marxismo sa, e io non sono un
teorico del marxismo, ma un uomo politico che ha appreso nella lotta
senza aver smesso di leggere – perché credo che non possa esserci
azione rivoluzionaria senza teoria rivoluzionaria – sa perfettamente
che ogni Paese ha la sua realtà. Dinanzi a questa realtà occorre
adoperare le tattiche con un fine strategico definito. Per chiarire,
come si intende la rivoluzione da un punto di vista sociologico? Una
classe sociale che è minoritaria cessa di tenere nelle proprie mani
il potere e la fonte del potere, perché un’altra classe sociale, che
è quella maggioritaria, che è stata politicamente oppressa e
economicamente sfruttata, venga ad assumerlo a sua volta. Io posso
dire a lei, in coscienza, che in Cile è accaduto questo! I settori
tradizionali della plutocrazia cilena sono stati sconfitti dalla
Democrazia cristiana nel 1964. E non possiamo paragonare il governo
della Democrazia cristiana con un governo tradizionale della destra.
Ma noi abbiamo dichiarato di fronte al Paese che faremo una
rivoluzione per vie legali. Noi non abbiamo mai detto che saremo la
sinistra del sistema! Abbiamo detto che cambieremo il regime
capitalista per aprire la strada al socialismo perché sappiamo
perfettamente che il socialismo non si può imporre con i decreti. E
quindi, sulla base della realtà cilena, in un Paese cioè dove la
coscienza civile ha una determinata forza per tradizione, le forze
armate un senso professionale preciso, dove l’istituzionalità ha un
peso e un contenuto ben definito, per esempio il Congresso cileno
funziona da più di 120 anni – calcolate voi quale altro Paese in
America Latina e anche in Europa, si può ben dire, ha qualcosa di
simile – ebbene, di fronte a questa realtà cilena l’unica via
possibile è quella elettorale. Ora, all’interno di questa realtà e
delle leggi della democrazia borghese, o della repubblica liberale,
noi possiamo cambiare le istituzioni. Questo lo stabilisce la
Costituzione stessa. Per esempio, se sorgessero serie difficoltà con
il Congresso, restando nell’ambito delle norme costituzionali, potrei
presentare un progetto di scioglimento. Il Congresso lo respingerebbe
di sicuro. Allora io posso fare appello al popolo attraverso il
plebiscito, il referendum. Se il popolo approva il referendum, vuol
dire che il Congresso è sciolto. Convocherei le elezioni per un nuovo
Congresso e sicuramente, una volta vinto il plebiscito, avremmo anche
la maggioranza al Congresso. Quindi questo Congresso detterebbe le
leggi che il governo popolare vuole dettare.

Rossellini. Nel suo discorso del Primo maggio lei ha invocato uno
stato di coscienza popolare perché tutti si rendano conto che il
cammino da compiere per il raggiungimento delle mete che vi
prefiggete è lungo e duro. Ma lei ha anche detto di non voler
ammettere un’aristocrazia operaia. Vuole riassumere qui, per favore,
questo concetto?

Allende. In effetti, ho detto che per garantire il processo
rivoluzionario in Cile è fondamentale che si intensifichi la
partecipazione dei lavoratori, essenzialmente quella di contadini e
operai, a tutti i livelli dello Stato. Lei sa, signor Rossellini, che
abbiamo creato il Consiglio nazionale; a loro volta, dalla base sono
sorti i Consigli locali, provinciali, sezionali e così i contadini,
mi riferisco ai lavoratori della terra, insieme con i piccoli
proprietari e i tecnici dello Stato, stabiliscono i piani di
produzione. Inoltre, stabiliscono quali sono i terreni agricoli che
devono essere espropriati. Ovvero: esiste una partecipazione diretta
dei contadini perché sono loro che faranno produrre la terra, perché
sono loro che stanno aprendo il solco, perché sono loro che seminano
e, infine, sono loro che, pur non avendo fatto neanche il primo anno
delle scuole elementari, possiedono, per così dire, l’affetto e il
legame con la terra e sanno che cosa è la terra.
In campo operaio abbiamo detto che nel settore nazionalizzato, cioè
nel settore che chiamiamo del capitale sociale, gli operai
parteciperanno direttamente alla direzione delle imprese, insieme ai
rappresentanti dello Stato. Questo direttorio, che rappresenterà gli
operai, sarà eletto dall’assemblea degli operai stessi. È una cosa
diversa dall’organizzazione sindacale che continuerà a operare, ma
non parteciperà alla direzione delle imprese. Quindi saranno altri
lavoratori eletti da assemblee di lavoratori.
Ora, per esempio, noi avremo il settore del rame nazionalizzato, e lo
avremo di certo! Gli operai devono capire che il rame è loro, dei
lavoratori del rame, ma in quanto essi sono parte del popolo devono
anche capire che le eccedenze economiche che provengono dal rame non
le possiamo dedicare solamente per aumentare gli stipendi e i salari
di operai, impiegati e tecnici del rame. Semplicemente dobbiamo
assegnare loro una parte che, nel caso del rame, è minima. Il resto
dobbiamo utilizzarlo per lo sviluppo economico affinché, insieme ai
profitti delle altre imprese monopolizzate, si possano creare le
risorse necessarie per elevare le condizioni materiali di vita del
popolo. Se gli operai del rame non capiscono questo, è grave! Se
sciopera una fabbrica di bottoni il Paese non ha da preoccuparsene;
una fabbrica di filati, neppure. Ma se scioperano gli operai del
rame, dell’acciaio o del carbone le conseguenze sul Paese sono molto
dure. E qui occorre la coscienza dei lavoratori. Occorre dire loro
che, siccome sono lavoratori che possono esercitare una forte
pressione sul governo, non devono fare uso di questa forza perché
questo è il loro governo! Essi stessi sono il governo! Ecco il motivo
per cui non accettiamo che vi siano lavoratori privilegiati, che vi
sia, come ho detto, un’aristocrazia operaia, nel senso delle
remunerazioni e del trattamento speciale. Perciò ho parlato ai
lavoratori. Da loro, ho detto, dipende il futuro della rivoluzione
cilena. Questo è, fondamentalmente, ciò che ho esposto il Primo
maggio e quello che posso dirle in risposta alla sua domanda.

Rossellini. Io mi ricordo che fin dopo la Prima guerra mondiale, cioè
dagli anni Venti, si guardava all’America del Nord e del Sud come a
un continente che offriva immense possibilità di benessere ai
lavoratori europei, in particolare per noi italiani che vivevamo in
un Paese povero. Noi vi mandavamo dei generi di lusso, cioè le
compagnie di canto, l’opera lirica, le compagnie teatrali che
venivano qui a far messe di applausi e di denari. Poi, in pochi anni,
in questi ultimi 30-40 anni, tutto è mutato: Il Sudamerica si è
immensamente impoverito. Noi italiani, per esempio, dopo l’ultima
guerra mondiale ci siamo arricchiti. Se è giusta questa mia
osservazione, come spiega questo vostro fenomeno storico di
impoverimento?

Allende. Credo che quanto è accaduto in America Latina sia
direttamente legato al processo di accumulazione capitalista
fondamentalmente nei Paesi industriali. Noi definiamo l’imperialismo
come l’estrema fase del capitalismo. È il capitale finanziario dei
Paesi industrializzati che cerca un terreno di investimenti nei Paesi
dove si possono ricavare più profitti, ossia più margine di utile.
Ora, nella fase iniziale della semindipendenza politica dei nostri
popoli, l’Inghilterra fece investimenti. Nel caso del Cile, nei
nitrati. Poi, gli Stati Uniti entrarono in concorrenza con
l’Inghilterra e cominciarono gli investimenti nordamericani.
I Paesi in via di sviluppo sono Paesi che vendono materie prime.
Vendiamo a poco prezzo e importiamo a caro prezzo: nell’importare
dobbiamo pagare il salario e lo stipendio dell’operaio e del tecnico
nordamericano. Così i rapporti di scambio sono sempre stati dannosi
per l’America Latina e per il Cile. Il processo di inflazione fa sì
che noi siamo costretti a fornire sempre più materie prime per
importare lo stesso quantitativo di prodotti finiti. Un esempio tra i
più semplici: se dovevamo dare, mettiamo, mezza tonnellata di rame
per ottenere quattro jeep, oggi dovremo dare due tonnellate per
riportare le stesse quattro jeep (le cifre non sono esatte, quello
che conta è l’esempio). Questa è la realtà del nostro Paese. Per
questo motivo si fa sempre più grande la distanza che separa i Paesi
industriali, con questo intendo i Paesi capitalisti, dai Paesi in via
di sviluppo. Questo è il grande dramma del nostro Paese. A parte il
fatto che, dal punto di vista del rapporto economico-finanziario, la
situazione per questi Paesi non può essere più difficile. Nell’ultimo
decennio è stato più quello che è uscito da questi Paesi dell’America
Latina di quello che è entrato. È restato per pagare i crediti,
profitti, ammortizzazioni, oltre ai contributi che vengono dati
dall’America Latina per prestiti agli organismi semistatali e
statali, e investimenti delle compagnie private. Questo dramma,
dunque, è quello che fa sì che l’America Latina sia andata
impoverendosi sempre più, mentre si consolidava il capitale
straniero, fondamentalmente il capitale internazionale, che trae da
questi Paesi profitti straordinari in confronto al reddito dei loro
stessi Paesi.

Rossellini. Per voi si avvicina la scadenza delle nazionalizzazioni.
Principalmente quella del rame toccherà gli interessi nordamericani.
Come crede che potranno evolversi le relazioni con gli Stati Uniti e
quali sono le sue visioni?

Allende. Lei ha toccato, signor Rossellini, uno dei problemi più
complicati. In realtà, noi abbiamo detto e ripetiamo costantemente
che quando pretendiamo, e l’otterremo, di nazionalizzare ricchezze
fondamentali del Cile, attualmente in mano al capitale straniero, non
intendiamo agire contro gli Stati Uniti. Noi sentiamo affetto e
rispetto per il popolo degli Stati Uniti e la sua storia. Credo che i
dirigenti politici cileni e latinoamericani conoscano molto bene il
pensiero di Washington, di Jefferson e, fondamentalmente, di Lincoln.
Inoltre conosciamo i loro scrittori, i loro artisti, ma la realtà è
un’altra.
Noi abbiamo bisogno soprattutto dell’eccedente della nostra economia
che esce dalle nostre frontiere. Posso dirle, per esempio, che in 60
anni sono usciti dal Cile 9 miliardi e 800 milioni di dollari e che
tutto il capitale sociale del Cile è stato valutato in 10 miliardi di
dollari. Ossia, praticamente, un Cile intero è uscito dalle nostre
frontiere per andare a rafforzare le grandi imprese. Vale a dire che
si da il fatto, incredibile, che Paesi che vanno a mendicare una
certa quantità di milioni in prestito sono esportatori di capitale!
Ebbene, noi pensiamo che il popolo e il governo nordamericano
dovranno comprendere che noi procederemmo nella stessa maniera se i
capitali fossero sovietici, giapponesi, francesi o italiani. Che non
abbiamo prevenzioni né contro gli Stati Uniti, né contro il suo
popolo. Noi, per esempio, siamo disposti a firmare un contratto per
vendere agli Stati Uniti 100 o 200 mila tonnellate di rame, se ne
hanno bisogno. Ma il rame deve essere nostro perché è fondamentale
per il Cile. Ora, qual è il fondo del problema? Il problema è che,
logicamente, noi dobbiamo indennizzare perché non vogliamo
appropriarci di queste ricchezze, ma intendiamo pagare ciò che
effettivamente si deve pagare. Dobbiamo studiare caso per caso,
sapere quali sono stati gli investimenti iniziali, quali gli apporti
effettivi di capitale, quali sono stati i profitti, quali i
reinvestimenti degli utili, come sono stati fatti gli ampliamenti
sulla base dei crediti che pesano sulle compagnie. Le compagnie
hanno, in questo momento, debiti per 670 milioni di dollari. Quindi
noi non stiamo procedendo a priori in un atteggiamento aggressivo.
Questo il dipartimento di Stato americano lo deve capire. C’è un
problema. Ed è che le compagnie sono coperte da un’assicurazione
contratta con un organismo statale nordamericano. Quindi,
logicamente, gli americani pensano che se per caso non si paga un
indennizzo che le compagnie ritengono corrispondente al valore delle
loro imprese, dovrebbe intervenire a pagarlo la compagnia di
assicurazione. E allora, per pagare questa assicurazione, se
l’ammontare è molto elevato, devono chiedere al Congresso di
ricorrere all’imposizione di nuove tasse ai cittadini nordamericani.
Io penso veramente che dovremo arrivare a un accordo. Abbiamo
raggiunto altri accordi con le imprese nordamericane qui in Cile.
Siamo arrivati a un accordo con la Betlem, e abbiamo comprato le
miniere di ferro che a noi interessavano e non vi è stato nessun
conflitto, nessun problema. Vogliamo trattare con la compagnia dei
telefoni, e lo faremo, per fare un’impresa mista, o nazionalizzata.
Noi stiamo procedendo all’interno della legge e della sovranità del
Cile e chiediamo solo rispetto per l’autodeterminazione dei popoli e
per la loro sovranità. E riteniamo che non sorgeranno conflitti
perché non abbiamo intenzione di crearne. Ma non è neppure nostra
intenzione tenere un atteggiamento di sottomissione o di mendicità.
Noi esercitiamo un diritto di Paese sovrano e procederemo sulla base
delle leggi cilene. Inoltre, diamo garanzie alle compagnie perché
deve essere un controllore a stabilire l’ammontare della somma da
pagare e vi è un tribunale nel quale i rappresentanti della
magistratura, vale a dire il potere giudiziario, sono in maggioranza,
un tribunale speciale. Quali maggiori garanzie di queste? Io credo
che non se ne possano chiedere e dare di più.

Rossellini. Il programma del governo democratico cristiano che vi ha
preceduto, se ben ricordo, metteva l’accento sulla necessità di
compiere una rivoluzione in libertà, di recuperare al Paese le
risorse naturali del Cile, e quindi anche il rame, e sottrarlo al
controllo straniero. Essi parlavano di dignità dei poveri, di riforma
agraria, di espropriazione di terre, della partecipazione di tutti
alla ricostruzione della società cilena e di vaste riforme. Voi, se
non sbaglio, riprendete questi stessi temi. In che cosa siete
differenti da loro?

Allende. La differenza sta tra le parole e i fatti! La Democrazia
cristiana ha parlato di un regime comunitario che non ha mai
precisato. Noi riteniamo che non ci sia altro che capitalismo e
socialismo. Inoltre, io l’ho detto: più che parlare della
rivoluzione, bisogna farla! Credo che questa sia la differenza
fondamentale tra i democristiani e noi. I rapporti tra il movimento
popolare cileno e la Chiesa cattolica sono eccellenti, ma voglio
insistere sulle ragioni che mi spingono ad affermare questo. Per
esempio, vorrei darle una dimostrazione dell’atteggiamento nuovo, dei
nuovi criteri, non direi solo della tolleranza della Chiesa. In Cile,
quando i presidenti assumono il governo, si celebra un Te deum.
Tradizionalmente questo Te deum si celebra, come naturale, nella
cattedrale metropolitana. Quando il cardinale della Chiesa cilena,
Raul Silva Henriquez, venne a parlare con me, io gli dissi che
desideravo che si facesse un Te deum, ma gli chiesi che fosse un Te
deum ecumenico. Non solo egli accettò, ma le delegazioni che vennero
ad assistere alla trasmissione dei poteri presidenziali poterono
constatare un fatto esemplare. Nella cattedrale metropolitana
cattolica erano presenti dignitari di tutte le Chiese e ognuno
partecipò al Te deum leggendo un brano di una preghiera o della
Bibbia. Credo che sia stato uno dei fatti più significativi per
dimostrare l’ampiezza di vedute della Chiesa cattolica cilena e la
sua piena adesione al nuovo pensiero che rompe antiche e tradizionali
frontiere. Se lei pensa poi alle dichiarazioni dei vescovi cileni e a
quelle fatte dai vescovi latinoamericani riuniti a Medellin nelle
quali si sottolinea, con estrema chiarezza, che la Chiesa sta a
fianco degli sfruttati e lotta per migliorare le condizioni di vita e
di esistenza delle grandi masse popolari latinoamericane, lei potrà
comprendere, signor Rossellini, l’importanza di questa nuova realtà.
Infine, vorrei farle osservare che certamente è stato un fatto che ha
avuto grandi ripercussioni sul piano nazionale e internazionale la
presenza del cardinale della Chiesa cattolica cilena alla
manifestazione del Primo maggio. E non solo la sua presenza, che è
già sufficiente, ma il messaggio che è stato letto dove si diceva,
con allusione estremamente chiara, che l’unica cosa che la Chiesa
desiderava era che il popolo non dimenticasse che la Chiesa di Cristo
era la Chiesa del figlio del falegname.
Per riassumere: lei comprende che per i fatti, che per
l’atteggiamento della Chiesa noi nutriamo da sempre il più profondo e
illimitato rispetto. Ma ora, come fatto nuovo, possiamo sottolineare
con profonda letizia che vi è un contatto molto diretto tra la
Chiesa, il popolo e il governo del Cile.

Rossellini. Mi sembra che si possa constatare che la tendenza
tradizionale dei Paesi latinoamericani è stata quella di tessere i
loro rapporti principalmente con gli Stati Uniti che sono stati la
matrice della loro indipendenza. La storia ci dice che l’era
coloniale per voi è finita dopo la rivoluzione americana del nord e
grazie a essa. L’8 marzo del 1822 Monroe, presidente degli Stati
Uniti, ha proposto il riconoscimento dell’indipendenza di Argentina,
Colombia, Cile e Perù. Jefferson allora sentiva che se l’Europa
diventava sempre più la terra dei dispotismi, Santa alleanza,
colonialismo eccetera, l’America doveva diventare sempre più la terra
della libertà. La dottrina di Monroe, comunicata al Congresso degli
Stati Uniti il 2 dicembre 1823, dice, fra l’altro, che il continente
americano tutto, e cioè quello del nord, del centro e del sud, grazie
alla condizione libera e indipendente che ha assunto e conserva, da
quel momento in poi non deve essere considerato più da chicchessia
come l’obiettivo di una colonizzazione futura. Mi sembra di intendere
che voi cileni, partendo da queste premesse, vogliate appunto, quali
uomini liberi, cominciare a intessere nuovi rapporti liberi con tutto
il mondo. È così?

Allende. In realtà, questa è una concezione teorica della dottrina
Monroe. Effettivamente, nella lotta di liberazione dei popoli
latinoamericani contro il colonialismo spagnolo si ottenne una
semindipendenza politica, ma di fatto la lotta economica cominciò
subito con lo scontro tra l’imperialismo inglese e l’imperialismo
nordamericano. Vi è stato sempre uno scontro di interessi tra il
capitale straniero e il nostro sviluppo incipiente. Io non voglio
riferirmi alle solenni dichiarazioni ribadite spesso dai liberatori
dinanzi alla prepotenza della politica nordamericana. Ma Simon
Bolivar diceva, per esempio, che gli Stati Uniti vogliono
assoggettarci nella miseria in nome della libertà. E José Martì ha
detto frasi molto più dure. Non le voglio ripetere perché in realtà
io distinguo tra il popolo nordamericano, i suoi pensatori, e alcuni
dei suoi governanti, e l’atteggiamento a volte transitorio di alcuni
di essi, e la politica del Dipartimento di Stato e gli interessi
privati che purtroppo hanno potuto contare sull’appoggio
nordamericano.
In realtà, la dottrina Monroe ha consacrato un principio: l’America
agli americani. Ma esso non è stato effettivamente rispettato perché
il Nordamerica ha uno sviluppo economico che non hanno né il Sud, né
il Centroamerica. Pertanto il problema non è risolto sulla base di
un’uguaglianza di interessi, di una comunità di interessi.
Difendere il principio dell’America agli americani attraverso la
dottrina Monroe ha sempre voluto dire difendere l’America per i
nordamericani! Noi accettiamo solo un trattamento di dignità
reciproca, un trattamento di uguaglianza di possibilità con l’America
del Nord! Ribadisco che noi non abbiamo niente contro il suo popolo,
ma conosciamo bene il dramma del Sudamerica che, essendo un
continente potenzialmente ricco, è un continente povero soprattutto
per lo sfruttamento di cui è vittima da parte del capitale privato
nordamericano.
Noi lottiamo fondamentalmente per un’intesa, per un’integrazione dei
Paesi latinoamericani. Riteniamo che sia giusto il cammino indicato
dai padri della patria che sognarono l’unità latinoamericana per
poter disporre di una voce continentale di fronte al mondo. Questo
ovviamente non ci impedisce, signor Rossellini, di guardare non solo
con simpatia, ma anche in profondità ciò che significa pure la
presenza del pensiero dei Paesi del Terzo mondo. Potrei dunque
sintetizzare il mio pensiero in risposta alla sua domanda dicendo che
lottiamo prima di tutto per fare dell’America un autentico
continente, per le sue realizzazioni e per legarci sempre più ai
Paesi del Terzo mondo. Ed è chiaro che il ruolo del dialogo è
fondamentale perché i popoli come il nostro lottano per la pace e non
per la guerra, per la cooperazione economica e non per lo
sfruttamento, per la convivenza sociale e non per l’ingiustizia.

Rossellini. Da tutte queste tendenze, prima che si articolassero, è
nata quell’idea di coesistenza pacifica che in effetti ha portato a
nuove confusioni, a nuovi drammi che ora tutti sentono il bisogno di
superare. Con le imprese lunari ci siamo visti come siamo: la nostra
Terra è un vascello che naviga nell’universo verso le immense
lontananze. Noi uomini siamo l’equipaggio e siamo legati al suo
destino. Quindi, qual è il nostro futuro?

Allende. Lei propone il tema, secondo me, di cosa sia capace
l’intelligenza dell’uomo. Se l’uomo dei Paesi industrializzati è
arrivato, come lei ricorda, alla Luna è perché è stato capace di
dominare la natura. Il problema è che se è giusto che l’uomo ponga i
piedi sulla Luna, è più giusto che i grandi Paesi, per parlare
simbolicamente, mettano i piedi sulla Terra e si rendano conto che vi
sono milioni di esseri umani che soffrono la fame, che non hanno
lavoro, che non hanno cultura. Ecco perché io penso, dunque, che sia
giusto quell’auspicio che parla dell’uomo del Ventunesimo secolo. Un
uomo con una concezione diversa, con un degno livello di valori; un
uomo che non sia mosso essenzialmente e fondamentalmente dal denaro.
Un uomo che pensa che esista, per fortuna, una misura diversa nella
quale l’intelligenza diventa la grande forza creatrice.
Voglio dire che ho fiducia nell’uomo, ma nell’uomo umanizzato,
nell’uomo fratello e non nell’uomo che vive dello sfruttamento degli
altri.IL TESTO DELL’INTERVISTA

Allende. Appartengo a una famiglia che è stata per molti anni nella
vita pubblica. Per esempio, mio padre e i miei zii furono militanti
del Partito radicale quando il Partito radicale era un partito
d’avanguardia. Occorre ricordare che questo partito nacque con le
armi in pugno, lottando contro la reazione conservatrice. Mio nonno,
il dottor Ramon Allende Padin, fu un senatore radicale,
vicepresidente del Senato, e fondò la prima scuola laica del Cile nel
secolo scorso. A quell’epoca fu anche Serenissimo Gran Maestro
dell’Ordine Massonico, che era cosa più pericolosa che essere oggi
militanti del Partito comunista.
Ben presto, nonostante appartenessi a una famiglia della media
borghesia, lasciai la provincia, Valparaiso, e venni a studiare
medicina a Santiago. Gli studenti di medicina, a quel tempo, si
trovavano nelle posizioni più avanzate. Io non mancai, per questo,
all’obbligo di essere un buon studente. Ci riunivamo per discutere i
problemi sociali, per leggere Marx, Engels, i teorici del marxismo.
Laureato in medicina, potei misurare qual era la realtà del medico in
confronto all’esistenza dell’immensa maggioranza dei clienti. Ma
prima vorrei ricordare qui che io non avevo frequentato l’università
cercando ansiosamente un titolo per guadagnarmi da vivere. Militai
sempre nei settori studenteschi che lottavano per la riforma. Fui
espulso dall’università e arrestato. Fui giudicato, prima ancora di
diventare medico, da tre corti marziali. Fui liberato, mandato come
delegato nel nord del Cile e poi, come dicevo poco fa, cominciai a
Valparaiso la mia carriera professionale. Con molta difficoltà,
nonostante fossi stato un buon studente, mi fossi laureato con
un’elevata qualificazione e a pieni voti. Mi presentai, per esempio,
a 4 concorsi. Ero l’unico candidato, quindi non c’erano altre
alternative, ma questi concorsi restarono vacanti. Perché? Per la mia
vita studentesca! A Valparaiso dovetti lavorare duramente come medico
nell’unico incarico che mi fu dato di scegliere: assistente in
anatomia patologica. Con questo nome ho fatto 1.500 autopsie. So cosa
vuol dire amare la vita e so quali sono le cause della morte. Perciò
a Valparaiso, terminato il mio lavoro di medico, mi dedicai a
organizzare il Partito socialista. Io sono il fondatore del Partito
socialista a Valparaiso! Voglio dire che mi sembra di aver mantenuto,
da quando ero studente a oggi, una linea, un atteggiamento e una
coerenza. Un socialista non poteva stare su altra barricata che
quella dove sono stato io tutta la vita!

Rossellini. Colpisce, qui in Cile, vedere quale enorme margine di
libertà lei concede all’opposizione. Basta guardare alla stampa per
rendersene conto. Quasi tutti i mezzi di informazione dell’opinione
pubblica, cioè la stampa, ma anche la radio, sono praticamente nelle
mani del cosiddetto establishment. Durante la campagna elettorale lei
non disponeva in modo diretto neanche della televisione. Quali mezzi
avete usato e usate per far sentire la vostra voce e muovere
l’elettorato? Si direbbe che si possono vincere le elezioni senza la
propaganda…

Allende. In primo luogo vorrei ricordarle, signor Rossellini, che
come militante di un partito popolare, io sono sempre stato legato
alle lotte del popolo. E le lotte del popolo, in Cile, sono state
molto dure per molti anni. No, non si può considerare soltanto
quest’ultima campagna. Io sono stato candidato quattro volte. Nel
1951, per mostrare, per aprire, per far capire che esisteva anche una
strada diversa da quella scelta dal Partito socialista, al quale io
appartenevo, fui espulso per non aver accettato tale linea.
Espulso dal Partito socialista, entrai in contatto con un Partito
comunista che stava nell’illegalità. Così nacque l’embrione di quello
che è oggi l’Unità popolare, l’intesa socialista-comunista: un
piccolo gruppo socialista, che io rappresentavo, e i comunisti che
stavano nell’illegalità. Nel 1951 percorsi tutto il Cile senza
nessuna allusione elettorale, ma per dire al popolo che la grande
possibilità consisteva nell’unità tra i partiti della classe operaia.
La forza di questa idea nata nel 1951 si manifestò già in maniera
poderosa nel 1958. Nel 1958 io persi le elezioni per 30 mila voti.
Nel 1964 avremmo vinto se ci fossero stati tre candidati. Ma il
candidato della destra, che era radicale, praticamente si ritirò e
restammo il signor Frei e io. E la destra appoggiò Frei.
Con questo voglio sottolineare che per tanti anni io ho avuto un
dialogo costante e permanente con il popolo attraverso i partiti
popolari e in quest’ultima campagna organizzando i Comitati
dell’unità popolare. In ogni fabbrica, nei quartieri, nelle strade,
dappertutto abbiamo formato Comitati: scuole, licei, industrie,
ospedali. Questi sono stati il veicolo, i contatti del pensiero
dell’Unità Popolare con il popolo. Ecco perché, nonostante i mezzi di
informazione siano tanto ristretti, come ha osservato lei, sono
potuto arrivare a questa vittoria di oggi. Potremmo usare qui
un’espressione non politica, ma chiara: il raccolto della vittoria è
la semina di molti anni. Oggi, al governo, pensiamo di utilizzare
anche i mezzi che sono superiori, come la radio, la televisione, ma
al tempo stesso vogliamo conservare il contatto di un permanente
dialogo con il popolo. Le posso dare un esempio per spiegare questo.
La settimana scorsa, il lunedì ho parlato ai giovani della prima
Convenzione della gioventù di Unità popolare. Il martedì ho parlato
alla Cepal (Commissione economica per l’America Latina, ndr). Alla
Cepal ho fatto un discorso per esporre la posizione del Cile,
ribadendo, ancora una volta, la differenza che esiste tra i Paesi
industriali e i Paesi in via di sviluppo. Quello stesso giorno, poi,
ho dovuto rivolgere una parola anche ai nuovi medici, i laureati di
quest’anno. E il giorno seguente ho tenuto una «lezione magistrale»
(il titolo non corrisponde a quello che è in effetti, ma si chiama
così), una lezione magistrale all’Università tecnica statale. Il
giorno dopo, riunione con la Guardia di Santiago, con i 2.000
rappresentanti dell’esercito, dal comandante in capo alle delegazioni
delle Camere, comandanti, ufficiali, sottufficiali e truppa. Il
giorno seguente ancora, che era il primo maggio, ho dovuto parlare
dalla Tribuna. Come vede, il dialogo con il popolo, con i settori più
ampi del popolo l’ho sempre tenuto aperto. Del resto, sempre nel
corso di questa settimana, ho avuto incontri con dirigenti sindacali
di una delle compagnie che sono state nazionalizzate. Questo è stato,
non dirò la fatica, ma il lavoro assolto. E poi, anche i partiti
mantengono i contatti con la massa attraverso le loro organizzazioni.
Inoltre, continuano a funzionare i Comitati di unità popolare, alcuni
con un’attività seria, altri un po’ vegetando. Ma in fondo la nostra
grande possibilità è precisamente quella di riattivare questi
Comitati e far sì che i partiti mantengano i contatti con la massa.
Io non penso che li perderò. La settimana prossima, per esempio,
andrò nelle miniere di rame per parlare un po’ con i compagni perché
vedano quali sono le loro responsabilità, per indicare che operai,
impiegati e tecnici cileni hanno il dovere di capire che il salario
del Cile è il rame e che quindi devono produrre di più, lavorare di
più, adeguare la tecnica alle loro capacità e alla realtà cilena.
Perché non c’è dubbio che se noi non aumentiamo la produzione, se non
siamo capaci di raggiungere gli obiettivi che ci siamo fissati, per
un incremento più o meno del 26 per cento rispetto all’anno scorso,
tutto il nostro bilancio va a rotoli. Lei comprende bene, signor
Rossellini, l’importanza che riveste il problema di allevare la
coscienza politica, far capire ai lavoratori come da essi stessi
dipenda la rivoluzione, come essi stessi siano il fattore
fondamentale della rivoluzione.

Rossellini. Voi tentate una rivoluzione legalitaria, cioè in piena
osservanza delle regole democratiche che tanti altri movimenti
rivoluzionari disprezzano. In generale, per l’opinione pubblica, per
l’uomo della strada, quando si dice marxismo si dice anche dittatura
del proletariato. Perché voi siete differenti?

Allende. Penso che effettivamente per l’opinione comune sia così. Ma
chi ha letto un poco i teorici del marxismo sa, e io non sono un
teorico del marxismo, ma un uomo politico che ha appreso nella lotta
senza aver smesso di leggere – perché credo che non possa esserci
azione rivoluzionaria senza teoria rivoluzionaria – sa perfettamente
che ogni Paese ha la sua realtà. Dinanzi a questa realtà occorre
adoperare le tattiche con un fine strategico definito. Per chiarire,
come si intende la rivoluzione da un punto di vista sociologico? Una
classe sociale che è minoritaria cessa di tenere nelle proprie mani
il potere e la fonte del potere, perché un’altra classe sociale, che
è quella maggioritaria, che è stata politicamente oppressa e
economicamente sfruttata, venga ad assumerlo a sua volta. Io posso
dire a lei, in coscienza, che in Cile è accaduto questo! I settori
tradizionali della plutocrazia cilena sono stati sconfitti dalla
Democrazia cristiana nel 1964. E non possiamo paragonare il governo
della Democrazia cristiana con un governo tradizionale della destra.
Ma noi abbiamo dichiarato di fronte al Paese che faremo una
rivoluzione per vie legali. Noi non abbiamo mai detto che saremo la
sinistra del sistema! Abbiamo detto che cambieremo il regime
capitalista per aprire la strada al socialismo perché sappiamo
perfettamente che il socialismo non si può imporre con i decreti. E
quindi, sulla base della realtà cilena, in un Paese cioè dove la
coscienza civile ha una determinata forza per tradizione, le forze
armate un senso professionale preciso, dove l’istituzionalità ha un
peso e un contenuto ben definito, per esempio il Congresso cileno
funziona da più di 120 anni – calcolate voi quale altro Paese in
America Latina e anche in Europa, si può ben dire, ha qualcosa di
simile – ebbene, di fronte a questa realtà cilena l’unica via
possibile è quella elettorale. Ora, all’interno di questa realtà e
delle leggi della democrazia borghese, o della repubblica liberale,
noi possiamo cambiare le istituzioni. Questo lo stabilisce la
Costituzione stessa. Per esempio, se sorgessero serie difficoltà con
il Congresso, restando nell’ambito delle norme costituzionali, potrei
presentare un progetto di scioglimento. Il Congresso lo respingerebbe
di sicuro. Allora io posso fare appello al popolo attraverso il
plebiscito, il referendum. Se il popolo approva il referendum, vuol
dire che il Congresso è sciolto. Convocherei le elezioni per un nuovo
Congresso e sicuramente, una volta vinto il plebiscito, avremmo anche
la maggioranza al Congresso. Quindi questo Congresso detterebbe le
leggi che il governo popolare vuole dettare.

Rossellini. Nel suo discorso del Primo maggio lei ha invocato uno
stato di coscienza popolare perché tutti si rendano conto che il
cammino da compiere per il raggiungimento delle mete che vi
prefiggete è lungo e duro. Ma lei ha anche detto di non voler
ammettere un’aristocrazia operaia. Vuole riassumere qui, per favore,
questo concetto?

Allende. In effetti, ho detto che per garantire il processo
rivoluzionario in Cile è fondamentale che si intensifichi la
partecipazione dei lavoratori, essenzialmente quella di contadini e
operai, a tutti i livelli dello Stato. Lei sa, signor Rossellini, che
abbiamo creato il Consiglio nazionale; a loro volta, dalla base sono
sorti i Consigli locali, provinciali, sezionali e così i contadini,
mi riferisco ai lavoratori della terra, insieme con i piccoli
proprietari e i tecnici dello Stato, stabiliscono i piani di
produzione. Inoltre, stabiliscono quali sono i terreni agricoli che
devono essere espropriati. Ovvero: esiste una partecipazione diretta
dei contadini perché sono loro che faranno produrre la terra, perché
sono loro che stanno aprendo il solco, perché sono loro che seminano
e, infine, sono loro che, pur non avendo fatto neanche il primo anno
delle scuole elementari, possiedono, per così dire, l’affetto e il
legame con la terra e sanno che cosa è la terra.
In campo operaio abbiamo detto che nel settore nazionalizzato, cioè
nel settore che chiamiamo del capitale sociale, gli operai
parteciperanno direttamente alla direzione delle imprese, insieme ai
rappresentanti dello Stato. Questo direttorio, che rappresenterà gli
operai, sarà eletto dall’assemblea degli operai stessi. È una cosa
diversa dall’organizzazione sindacale che continuerà a operare, ma
non parteciperà alla direzione delle imprese. Quindi saranno altri
lavoratori eletti da assemblee di lavoratori.
Ora, per esempio, noi avremo il settore del rame nazionalizzato, e lo
avremo di certo! Gli operai devono capire che il rame è loro, dei
lavoratori del rame, ma in quanto essi sono parte del popolo devono
anche capire che le eccedenze economiche che provengono dal rame non
le possiamo dedicare solamente per aumentare gli stipendi e i salari
di operai, impiegati e tecnici del rame. Semplicemente dobbiamo
assegnare loro una parte che, nel caso del rame, è minima. Il resto
dobbiamo utilizzarlo per lo sviluppo economico affinché, insieme ai
profitti delle altre imprese monopolizzate, si possano creare le
risorse necessarie per elevare le condizioni materiali di vita del
popolo. Se gli operai del rame non capiscono questo, è grave! Se
sciopera una fabbrica di bottoni il Paese non ha da preoccuparsene;
una fabbrica di filati, neppure. Ma se scioperano gli operai del
rame, dell’acciaio o del carbone le conseguenze sul Paese sono molto
dure. E qui occorre la coscienza dei lavoratori. Occorre dire loro
che, siccome sono lavoratori che possono esercitare una forte
pressione sul governo, non devono fare uso di questa forza perché
questo è il loro governo! Essi stessi sono il governo! Ecco il motivo
per cui non accettiamo che vi siano lavoratori privilegiati, che vi
sia, come ho detto, un’aristocrazia operaia, nel senso delle
remunerazioni e del trattamento speciale. Perciò ho parlato ai
lavoratori. Da loro, ho detto, dipende il futuro della rivoluzione
cilena. Questo è, fondamentalmente, ciò che ho esposto il Primo
maggio e quello che posso dirle in risposta alla sua domanda.

Rossellini. Io mi ricordo che fin dopo la Prima guerra mondiale, cioè
dagli anni Venti, si guardava all’America del Nord e del Sud come a
un continente che offriva immense possibilità di benessere ai
lavoratori europei, in particolare per noi italiani che vivevamo in
un Paese povero. Noi vi mandavamo dei generi di lusso, cioè le
compagnie di canto, l’opera lirica, le compagnie teatrali che
venivano qui a far messe di applausi e di denari. Poi, in pochi anni,
in questi ultimi 30-40 anni, tutto è mutato: Il Sudamerica si è
immensamente impoverito. Noi italiani, per esempio, dopo l’ultima
guerra mondiale ci siamo arricchiti. Se è giusta questa mia
osservazione, come spiega questo vostro fenomeno storico di
impoverimento?

Allende. Credo che quanto è accaduto in America Latina sia
direttamente legato al processo di accumulazione capitalista
fondamentalmente nei Paesi industriali. Noi definiamo l’imperialismo
come l’estrema fase del capitalismo. È il capitale finanziario dei
Paesi industrializzati che cerca un terreno di investimenti nei Paesi
dove si possono ricavare più profitti, ossia più margine di utile.
Ora, nella fase iniziale della semindipendenza politica dei nostri
popoli, l’Inghilterra fece investimenti. Nel caso del Cile, nei
nitrati. Poi, gli Stati Uniti entrarono in concorrenza con
l’Inghilterra e cominciarono gli investimenti nordamericani.
I Paesi in via di sviluppo sono Paesi che vendono materie prime.
Vendiamo a poco prezzo e importiamo a caro prezzo: nell’importare
dobbiamo pagare il salario e lo stipendio dell’operaio e del tecnico
nordamericano. Così i rapporti di scambio sono sempre stati dannosi
per l’America Latina e per il Cile. Il processo di inflazione fa sì
che noi siamo costretti a fornire sempre più materie prime per
importare lo stesso quantitativo di prodotti finiti. Un esempio tra i
più semplici: se dovevamo dare, mettiamo, mezza tonnellata di rame
per ottenere quattro jeep, oggi dovremo dare due tonnellate per
riportare le stesse quattro jeep (le cifre non sono esatte, quello
che conta è l’esempio). Questa è la realtà del nostro Paese. Per
questo motivo si fa sempre più grande la distanza che separa i Paesi
industriali, con questo intendo i Paesi capitalisti, dai Paesi in via
di sviluppo. Questo è il grande dramma del nostro Paese. A parte il
fatto che, dal punto di vista del rapporto economico-finanziario, la
situazione per questi Paesi non può essere più difficile. Nell’ultimo
decennio è stato più quello che è uscito da questi Paesi dell’America
Latina di quello che è entrato. È restato per pagare i crediti,
profitti, ammortizzazioni, oltre ai contributi che vengono dati
dall’America Latina per prestiti agli organismi semistatali e
statali, e investimenti delle compagnie private. Questo dramma,
dunque, è quello che fa sì che l’America Latina sia andata
impoverendosi sempre più, mentre si consolidava il capitale
straniero, fondamentalmente il capitale internazionale, che trae da
questi Paesi profitti straordinari in confronto al reddito dei loro
stessi Paesi.

Rossellini. Per voi si avvicina la scadenza delle nazionalizzazioni.
Principalmente quella del rame toccherà gli interessi nordamericani.
Come crede che potranno evolversi le relazioni con gli Stati Uniti e
quali sono le sue visioni?

Allende. Lei ha toccato, signor Rossellini, uno dei problemi più
complicati. In realtà, noi abbiamo detto e ripetiamo costantemente
che quando pretendiamo, e l’otterremo, di nazionalizzare ricchezze
fondamentali del Cile, attualmente in mano al capitale straniero, non
intendiamo agire contro gli Stati Uniti. Noi sentiamo affetto e
rispetto per il popolo degli Stati Uniti e la sua storia. Credo che i
dirigenti politici cileni e latinoamericani conoscano molto bene il
pensiero di Washington, di Jefferson e, fondamentalmente, di Lincoln.
Inoltre conosciamo i loro scrittori, i loro artisti, ma la realtà è
un’altra.
Noi abbiamo bisogno soprattutto dell’eccedente della nostra economia
che esce dalle nostre frontiere. Posso dirle, per esempio, che in 60
anni sono usciti dal Cile 9 miliardi e 800 milioni di dollari e che
tutto il capitale sociale del Cile è stato valutato in 10 miliardi di
dollari. Ossia, praticamente, un Cile intero è uscito dalle nostre
frontiere per andare a rafforzare le grandi imprese. Vale a dire che
si da il fatto, incredibile, che Paesi che vanno a mendicare una
certa quantità di milioni in prestito sono esportatori di capitale!
Ebbene, noi pensiamo che il popolo e il governo nordamericano
dovranno comprendere che noi procederemmo nella stessa maniera se i
capitali fossero sovietici, giapponesi, francesi o italiani. Che non
abbiamo prevenzioni né contro gli Stati Uniti, né contro il suo
popolo. Noi, per esempio, siamo disposti a firmare un contratto per
vendere agli Stati Uniti 100 o 200 mila tonnellate di rame, se ne
hanno bisogno. Ma il rame deve essere nostro perché è fondamentale
per il Cile. Ora, qual è il fondo del problema? Il problema è che,
logicamente, noi dobbiamo indennizzare perché non vogliamo
appropriarci di queste ricchezze, ma intendiamo pagare ciò che
effettivamente si deve pagare. Dobbiamo studiare caso per caso,
sapere quali sono stati gli investimenti iniziali, quali gli apporti
effettivi di capitale, quali sono stati i profitti, quali i
reinvestimenti degli utili, come sono stati fatti gli ampliamenti
sulla base dei crediti che pesano sulle compagnie. Le compagnie
hanno, in questo momento, debiti per 670 milioni di dollari. Quindi
noi non stiamo procedendo a priori in un atteggiamento aggressivo.
Questo il dipartimento di Stato americano lo deve capire. C’è un
problema. Ed è che le compagnie sono coperte da un’assicurazione
contratta con un organismo statale nordamericano. Quindi,
logicamente, gli americani pensano che se per caso non si paga un
indennizzo che le compagnie ritengono corrispondente al valore delle
loro imprese, dovrebbe intervenire a pagarlo la compagnia di
assicurazione. E allora, per pagare questa assicurazione, se
l’ammontare è molto elevato, devono chiedere al Congresso di
ricorrere all’imposizione di nuove tasse ai cittadini nordamericani.
Io penso veramente che dovremo arrivare a un accordo. Abbiamo
raggiunto altri accordi con le imprese nordamericane qui in Cile.
Siamo arrivati a un accordo con la Betlem, e abbiamo comprato le
miniere di ferro che a noi interessavano e non vi è stato nessun
conflitto, nessun problema. Vogliamo trattare con la compagnia dei
telefoni, e lo faremo, per fare un’impresa mista, o nazionalizzata.
Noi stiamo procedendo all’interno della legge e della sovranità del
Cile e chiediamo solo rispetto per l’autodeterminazione dei popoli e
per la loro sovranità. E riteniamo che non sorgeranno conflitti
perché non abbiamo intenzione di crearne. Ma non è neppure nostra
intenzione tenere un atteggiamento di sottomissione o di mendicità.
Noi esercitiamo un diritto di Paese sovrano e procederemo sulla base
delle leggi cilene. Inoltre, diamo garanzie alle compagnie perché
deve essere un controllore a stabilire l’ammontare della somma da
pagare e vi è un tribunale nel quale i rappresentanti della
magistratura, vale a dire il potere giudiziario, sono in maggioranza,
un tribunale speciale. Quali maggiori garanzie di queste? Io credo
che non se ne possano chiedere e dare di più.

Rossellini. Il programma del governo democratico cristiano che vi ha
preceduto, se ben ricordo, metteva l’accento sulla necessità di
compiere una rivoluzione in libertà, di recuperare al Paese le
risorse naturali del Cile, e quindi anche il rame, e sottrarlo al
controllo straniero. Essi parlavano di dignità dei poveri, di riforma
agraria, di espropriazione di terre, della partecipazione di tutti
alla ricostruzione della società cilena e di vaste riforme. Voi, se
non sbaglio, riprendete questi stessi temi. In che cosa siete
differenti da loro?

Allende. La differenza sta tra le parole e i fatti! La Democrazia
cristiana ha parlato di un regime comunitario che non ha mai
precisato. Noi riteniamo che non ci sia altro che capitalismo e
socialismo. Inoltre, io l’ho detto: più che parlare della
rivoluzione, bisogna farla! Credo che questa sia la differenza
fondamentale tra i democristiani e noi. I rapporti tra il movimento
popolare cileno e la Chiesa cattolica sono eccellenti, ma voglio
insistere sulle ragioni che mi spingono ad affermare questo. Per
esempio, vorrei darle una dimostrazione dell’atteggiamento nuovo, dei
nuovi criteri, non direi solo della tolleranza della Chiesa. In Cile,
quando i presidenti assumono il governo, si celebra un Te deum.
Tradizionalmente questo Te deum si celebra, come naturale, nella
cattedrale metropolitana. Quando il cardinale della Chiesa cilena,
Raul Silva Henriquez, venne a parlare con me, io gli dissi che
desideravo che si facesse un Te deum, ma gli chiesi che fosse un Te
deum ecumenico. Non solo egli accettò, ma le delegazioni che vennero
ad assistere alla trasmissione dei poteri presidenziali poterono
constatare un fatto esemplare. Nella cattedrale metropolitana
cattolica erano presenti dignitari di tutte le Chiese e ognuno
partecipò al Te deum leggendo un brano di una preghiera o della
Bibbia. Credo che sia stato uno dei fatti più significativi per
dimostrare l’ampiezza di vedute della Chiesa cattolica cilena e la
sua piena adesione al nuovo pensiero che rompe antiche e tradizionali
frontiere. Se lei pensa poi alle dichiarazioni dei vescovi cileni e a
quelle fatte dai vescovi latinoamericani riuniti a Medellin nelle
quali si sottolinea, con estrema chiarezza, che la Chiesa sta a
fianco degli sfruttati e lotta per migliorare le condizioni di vita e
di esistenza delle grandi masse popolari latinoamericane, lei potrà
comprendere, signor Rossellini, l’importanza di questa nuova realtà.
Infine, vorrei farle osservare che certamente è stato un fatto che ha
avuto grandi ripercussioni sul piano nazionale e internazionale la
presenza del cardinale della Chiesa cattolica cilena alla
manifestazione del Primo maggio. E non solo la sua presenza, che è
già sufficiente, ma il messaggio che è stato letto dove si diceva,
con allusione estremamente chiara, che l’unica cosa che la Chiesa
desiderava era che il popolo non dimenticasse che la Chiesa di Cristo
era la Chiesa del figlio del falegname.
Per riassumere: lei comprende che per i fatti, che per
l’atteggiamento della Chiesa noi nutriamo da sempre il più profondo e
illimitato rispetto. Ma ora, come fatto nuovo, possiamo sottolineare
con profonda letizia che vi è un contatto molto diretto tra la
Chiesa, il popolo e il governo del Cile.

Rossellini. Mi sembra che si possa constatare che la tendenza
tradizionale dei Paesi latinoamericani è stata quella di tessere i
loro rapporti principalmente con gli Stati Uniti che sono stati la
matrice della loro indipendenza. La storia ci dice che l’era
coloniale per voi è finita dopo la rivoluzione americana del nord e
grazie a essa. L’8 marzo del 1822 Monroe, presidente degli Stati
Uniti, ha proposto il riconoscimento dell’indipendenza di Argentina,
Colombia, Cile e Perù. Jefferson allora sentiva che se l’Europa
diventava sempre più la terra dei dispotismi, Santa alleanza,
colonialismo eccetera, l’America doveva diventare sempre più la terra
della libertà. La dottrina di Monroe, comunicata al Congresso degli
Stati Uniti il 2 dicembre 1823, dice, fra l’altro, che il continente
americano tutto, e cioè quello del nord, del centro e del sud, grazie
alla condizione libera e indipendente che ha assunto e conserva, da
quel momento in poi non deve essere considerato più da chicchessia
come l’obiettivo di una colonizzazione futura. Mi sembra di intendere
che voi cileni, partendo da queste premesse, vogliate appunto, quali
uomini liberi, cominciare a intessere nuovi rapporti liberi con tutto
il mondo. È così?

Allende. In realtà, questa è una concezione teorica della dottrina
Monroe. Effettivamente, nella lotta di liberazione dei popoli
latinoamericani contro il colonialismo spagnolo si ottenne una
semindipendenza politica, ma di fatto la lotta economica cominciò
subito con lo scontro tra l’imperialismo inglese e l’imperialismo
nordamericano. Vi è stato sempre uno scontro di interessi tra il
capitale straniero e il nostro sviluppo incipiente. Io non voglio
riferirmi alle solenni dichiarazioni ribadite spesso dai liberatori
dinanzi alla prepotenza della politica nordamericana. Ma Simon
Bolivar diceva, per esempio, che gli Stati Uniti vogliono
assoggettarci nella miseria in nome della libertà. E José Martì ha
detto frasi molto più dure. Non le voglio ripetere perché in realtà
io distinguo tra il popolo nordamericano, i suoi pensatori, e alcuni
dei suoi governanti, e l’atteggiamento a volte transitorio di alcuni
di essi, e la politica del Dipartimento di Stato e gli interessi
privati che purtroppo hanno potuto contare sull’appoggio
nordamericano.
In realtà, la dottrina Monroe ha consacrato un principio: l’America
agli americani. Ma esso non è stato effettivamente rispettato perché
il Nordamerica ha uno sviluppo economico che non hanno né il Sud, né
il Centroamerica. Pertanto il problema non è risolto sulla base di
un’uguaglianza di interessi, di una comunità di interessi.
Difendere il principio dell’America agli americani attraverso la
dottrina Monroe ha sempre voluto dire difendere l’America per i
nordamericani! Noi accettiamo solo un trattamento di dignità
reciproca, un trattamento di uguaglianza di possibilità con l’America
del Nord! Ribadisco che noi non abbiamo niente contro il suo popolo,
ma conosciamo bene il dramma del Sudamerica che, essendo un
continente potenzialmente ricco, è un continente povero soprattutto
per lo sfruttamento di cui è vittima da parte del capitale privato
nordamericano.
Noi lottiamo fondamentalmente per un’intesa, per un’integrazione dei
Paesi latinoamericani. Riteniamo che sia giusto il cammino indicato
dai padri della patria che sognarono l’unità latinoamericana per
poter disporre di una voce continentale di fronte al mondo. Questo
ovviamente non ci impedisce, signor Rossellini, di guardare non solo
con simpatia, ma anche in profondità ciò che significa pure la
presenza del pensiero dei Paesi del Terzo mondo. Potrei dunque
sintetizzare il mio pensiero in risposta alla sua domanda dicendo che
lottiamo prima di tutto per fare dell’America un autentico
continente, per le sue realizzazioni e per legarci sempre più ai
Paesi del Terzo mondo. Ed è chiaro che il ruolo del dialogo è
fondamentale perché i popoli come il nostro lottano per la pace e non
per la guerra, per la cooperazione economica e non per lo
sfruttamento, per la convivenza sociale e non per l’ingiustizia.

Rossellini. Da tutte queste tendenze, prima che si articolassero, è
nata quell’idea di coesistenza pacifica che in effetti ha portato a
nuove confusioni, a nuovi drammi che ora tutti sentono il bisogno di
superare. Con le imprese lunari ci siamo visti come siamo: la nostra
Terra è un vascello che naviga nell’universo verso le immense
lontananze. Noi uomini siamo l’equipaggio e siamo legati al suo
destino. Quindi, qual è il nostro futuro?

Allende. Lei propone il tema, secondo me, di cosa sia capace
l’intelligenza dell’uomo. Se l’uomo dei Paesi industrializzati è
arrivato, come lei ricorda, alla Luna è perché è stato capace di
dominare la natura. Il problema è che se è giusto che l’uomo ponga i
piedi sulla Luna, è più giusto che i grandi Paesi, per parlare
simbolicamente, mettano i piedi sulla Terra e si rendano conto che vi
sono milioni di esseri umani che soffrono la fame, che non hanno
lavoro, che non hanno cultura. Ecco perché io penso, dunque, che sia
giusto quell’auspicio che parla dell’uomo del Ventunesimo secolo. Un
uomo con una concezione diversa, con un degno livello di valori; un
uomo che non sia mosso essenzialmente e fondamentalmente dal denaro.
Un uomo che pensa che esista, per fortuna, una misura diversa nella
quale l’intelligenza diventa la grande forza creatrice.
Voglio dire che ho fiducia nell’uomo, ma nell’uomo umanizzato,
nell’uomo fratello e non nell’uomo che vive dello sfruttamento degli
altri.

 

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