“Rocco e i suoi fratelli” (1960) di L. Visconti apre fra una settimana il ciclo sull’emigrazione.

 

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(marino demata) (Ciclo di film “Emigrati ieri, emigrati oggi” a cura de “La Rive Gauche-Cinema” da venerdi 27 settembre ore 20.30 presso circolo “Affratellamento”, via G.P. Orsini, 73 – Firenze)
“Rocco e i suoi fratelli, il capolavoro indiscusso di Luchino Visconti del 1960, apre il nostro ciclo “Emigrati ieri, emigrati oggi”, che come “La Rive Gauche-Cinema” abbiamo preparato con la cura che meritava, scandito in 13 eventi per tutti i venerdi successivi.
Ci e’ sembrato importante aprire con questo grande film, col quale Visconti ha voluto darci, 50 anni fa, la sua lettura del dramma dell’emigrazione interna al nostro Paese, da un piccolissimo sperduto centro della Lucania alla grande metropoli del nord, con le sue contraddizioni, le sue modernita’ e le sue indisponibilita’ al nuovo, le sue Roccograndezze e le sue miserie. Non a caso Visconti e’ il regista piu’ di ogni altro , nella grande stagione del cinema italiano di quegli anni (stavo per dire del “vero” cinema italiano), interessato ai grandi contrasti della storia, allo scontro tra diverse civilta’, modi di essere e di sentire, alla inevitabile drammaticita’ che esplode dal contrasto tra due mondi diversi. In questo modo Visconti da la sua lettura del dramma della emigrazione interna negli anni 50 nel nostro Paese, inteso come tragico e violento sradicamento  dal proprio paese e inteso come sradicamento dalla propria civilta’.  Cosi’ il contrasto che si determina tra i fratelli Parondi fin dalle prime scene e’ il contrasto tra chi si e’ gia’ abbastanza integrato, avendo cercato di mettere alle spalle le proprie radici (Vincenzo) e gli altri che hanno ancora negli occhi le immagini della loro terra; il contrasto tra Simone che dalla piccola borghesia milanese riesce ad attingere gli aspetti piu’ deteriori e violenti e Rocco che a tutti i costi si illude di voler trovare un compromesso tra il nuovo mondo e le proprie radici che non vuole dimenticare ne’ abiurare.  Ma a Rocco il regista guarda con occhio malinconico:  piu’ che un illuso, Rocco e’ una persona infinitamente buona, ma di una bonta’, sembra suggerirci Visconti, che non va bene, perche’ e’ fine a se stessa e non ha basi concrete su cui appoggiarsi. E’ stato detto giustamente che Visconti, nel costruire il personaggio di Rocco, si e’ ispirato alla bonta’ dell’”Idiota” di Dostojevski, vale a dire uno dei “sacri testi” ai quali il grande regista fa sempre volentieri riferimento, come tra i suoi piu’ saldi ancoraggi culturali e letterari.
Rivedere questo film suscita per me (e credo in chiunque altro) una emozione meravigliosa. Rivederlo nel contesto di un discorso piu’ complessivo sul problema/dramma dell’emigrazione quale era ieri e quale si configura oggi, costituisce un grande stimolo culturale e storico per la comprensione della complessita’ di tale problema, di come si e’ sviluppato dagli anni 50 ad oggi (rivedermo dopo 7 giorni anche il film di Germi “Il cammino della speranza”), di come ripercorrere le fasi di questa problematica sia un po’ come riscrivere, da un punto di vista nuovo e diverso, la storia recente del nostro Paese.