“L’avventura” (1960) di Michelangelo Antonioni e la rivoluzione copernicana del cinema. (Parte Prima)

Cassavetes, Resnais, Truffaut e Antonioni contro “il film perfetto”.  L’avventura e la de-strutturazione del racconto. Un “giallo” alla rovescia.

 

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(marino demata)  Nel 1959 un giovane regista american, John Cassavetes, dopo avere con grande passione filmato una serie di interviste e di colloqui tra giovani, matura l’idea di fare di quel materiale la base su cui costruire un film. Nasce “Shadow”/”Ombre”, come pellicola di assoluta rivoluzione e rottura all’interno del cinema americano. Si tratta di un film “professionale”, ma indipendente al tempo stesso, capace di esprimere genuine e non artefatte emozioni e soprattutto capace di lanciare un messaggio al mondo intero che cioè Hollywood non poteva più essere considerato l’unico cinema americano.
Nello stesso anno  vengono presentati al Festival di Cannes due film diversi fra loro ma parimenti fortemente innovativi: “Hiroshima mon amour” di A. Resnais e “Les quatre cents coups “ di F. Truffaut. Anche in questi casi il messaggio che veniva lanciato era di forte polemica nei confronti del cinema tradizionale, quello per intenderci girato negli studios e seguendo schemi e canoni in qualche modo prefissati.
Tentando di unificare (con l’ovvio rischio di semplificazioni e schematizzazioni) bersagli polemici e critiche, si potrebbe dire che sul banco degli imputati, per i giovani ribelli, Cassavetes, Resnais e Truffaut c’era il cosiddetto “film perfetto”, lo stereotipo del film che riproduce in un certo senso lo schema del teatro classico: un primo momento (il primo atto nel teatro classico) in cui si presentano al pubblico i personaggi in atteggiamenti e incontri che facciano capire le loro personalità e assieme si presentano gli ambienti in cui si svolge la storia e le problematiche da cui nascono poi gli intrecci della trama. In un secondo momento (il secondo atto) viene presentato l’intreccio della storia nella sua complessita’ e gli incontri/scontri drammatici tra i personaggi. In un terzo e finale momento (terzo atto) abbiamo di solito lo scioglimento dei nodi della vicenda, la soluzione dei passaggi più intricati, e generalmente il lieto fine. Il tutto girato negli ambienti artificiosi degli ‘studios”, hollywoodiani o francesi che siano.
Pochi mesi dopo quel festival di Cannes, Michelangelo Antonioni, dopo esperienze cinematografiche che lasciavano più che intravvedere volontà e capacità innovative, sceglieva, alla comodità degli studi di Cinecittà’, la ‘scomodità’” di un’isola sperduta,

At Isola di Lisca Bianca
At Isola di Lisca Bianca (Photo credit: Tommaso Sorchiotti)

LiscaBianca, una delle più piccole delle Eolie, poco più che uno scoglio, per affrontare le “avventurose” riprese de “L’avventura”. Anche in questo caso, come per Cassavetes, Resnais e Truffaut si trattava di una cosciente e programmata rottura con gli schemi del “film perfetto” ed i risultati, anche i n questo caso come nei tre precedenti, fu ancora più dirompente ed eclatante di quanto non sia stato programmato. Come vedremo poi, “L’Avventura” ottenne al successivo Festival di Cannes il Premio speciale della giuria, e molti consensi dalla critica soprattutto francese, pur avendo avuto un impatto contraddittorio col pubblico che lo aveva anche fischiato in prima istanza.
Per la verità Antonioni voleva fare i conti non solo con il modo tradizionale di fare film e col modo di raccontare le storie attraverso i film, ma voleva anche maturare il definitivo distacco dal “neorealismo”. In particolare il “neorealismo veniva visto da Antonioni come un movimento storicamente fondamentale ed utilissimo per spazzare via il vecchio cinema del fascismo, sia quello meramente celebrativo, sia quello dei cosiddetti “telefoni bianchi”, attraverso la idea di fondo di innestare le storie dei singoli personaggi all’interno di un quadro storico reale costituito dall’Italia della Resistenza e del dopoguerra. Antonioni vedeva ormai esaurito quel compito che il neo-realismo si era assegnato: la nuova realtà storico sociale del nostro Paese presentava una borghesia progressivamente arricchitasi o comunque benestante, ma anche profondamente in crisi di idee, innovazione e soprattutto creatività. Antonioni e’ nato all’interno di quel tipo di borghesia e ben presto si assegnò il compito di studiare i modi e le forme della crisi del mondo borghese, la cui intensità sembrava andare di pari passo con la conquista  progressiva di uno status economico e sociale sempre più rassicurante.

“L’avventura” dunque e’ la prima impietosa e consapevole analisi di quel mondo e di quella crisi. Ma non e’ questo l’elemento realmente innovativo. Antonioni quella analisi della borghesia la aveva già mirabilmente portata avanti coni suo precedenti lavori e in particolare con “Le amiche” e “Il grido” , entrambi accolti con grande interesse dalla critica più avveduta e consapevole.
Con “L’avventura” Antonioni fa notevolissimi passi avanti nella innovazione, sgretolando completamente i canoni tradizionali della struttura narrativa, de-strutturando il racconto e talvolta addirittura rovesciandolo come un guanto. Il film presenta nella prima parte un evento misterioso: uno dei membri della comitiva che aveva organizzato la gita alle Eolie scompare nella piccola isola, Lisca Bianca, appunto. Sembra un mistero assoluto. Solo congetture: nessuno riesce a capire come Anna sia potuta svanire nel nulla e perché. Ebbene il film in luogo di presentarci un accumulo di dati che facciano concentrare lo spettatore sulla possibile soluzione del mistero (come avrebbe fatto il “film perfetto”), lascia al contrario decantare lentamente il mistero, scaricare la tensione, fino al punto che ciascun personaggio finirà col convivere con esso senza più preoccuparsi della sua soluzione, anzi finendo col trovare perfino “imbarazzante” una possibile soluzione. Ecco infatti  le parole di Claudia/Monica Vitti: “Dio mio, e’ possibile che basti tanto poco a cambiare, a dimenticare? Pochi giorni fa, al pensiero che Anna fosse morta mi sentivo morire anch’io.  Adesso non piango neanche. Ho paura che sia viva…”  Non e’ un caso che qualche critico ha parlato, a proposito de “L’avventura” di un “giallo rovesciato, di un giallo posto, ma poi negato o ri-nnegato o meglio rifiutato nella sua struttura canonica e “perfetta”. Il giallo si risolve sempre e il mistero trova nel finale una sua soluzione: questi dicono gli ideali canoni della scuola cinematografica classica. Qui invece il giallo non si risolve, non c’e’ la soluzione del mistero e questa e’ veramente una novità assoluta. (segue)