“L’odio”/”La Haine” (1995) di Mathieu Kassovitz

(bruno coppola) Il film è la cronaca di una giornata vissuta da tre ragazzi della periferia parigina, dalle prime luci dell’alba all’alba del giorno dopo, racconta il loro vuoto, inutile pellegrinare, le discussioni surreali, le liti, le separazioni, gli intrattenimenti improbabili, gli incontri/scontri con la polizia, la strada innanzitutto. I tre giovani vengono seguiti e anche analizzati nella loro elementare psicologia e nella loro precaria e approssimativa socialità, vengono ripresi quando si immergono nella folla e quando emergono da essa, in casa e fuori. Non lavorano, oppure sono presi da occupazioni precarie e ai limiti della legalità, questa è la loro caratteristica essenziale.

E’ un film duro, di un realismo fotografico più che cinematografico, un bianco e nero che sono i colori del giorno e della notte continuamente alternati, ma in realtà mescolati insieme in un’atmosfera livida e tagliente, fa venire in mente “Gomorra” per il tasso di violenza, emarginazione e disperazione che contiene, se non fosse per il fatto che qui non c’è una criminalità organizzata e pervasiva che incombe come un destino sulla vita di tutti ed è questo che rende forse ancora più inquietante la tragedia annunciata già dalle prime scene.

Se in Gomorra la presenza della criminalità è un presagio di morte e di violenza, un presupposto che in un certo senso giustifica, rende addirittura prevedibile e necessaria la tragedia, ci fa infine sentire a posto con la nostra coscienza di uomini giusti e obbedienti alle leggi del vivere civile, qui la violenza e la morte sembrano contemporaneamente gratuite e logiche, casuali eppure reali, non ci stupiamo di vederne i prodromi e gli effetti eppure non ne conosciamo – non ci è dato conoscere – la vera origine e la ragione profonda. Da chi, da che cosa, vengono veicolate? Dall’odio verso la vita stessa, come il titolo suggerisce? E che cos’è, concretamente, che spinge come una molla troppo compressa i tre giovani verso l’autodistruzione? E’ il nulla, il vuoto della loro vita marginale ed emarginata, della loro sensibilità, del loro cuore, che lentamente prende il sopravvento e alla fine esplode nella morte e nell’annullamento fisico?, un nulla non voluto, non teorizzato da niente e nessuno e perciò tanto più angosciante, un nulla, infine, che appartiene solo a loro, al loro disgraziato stile di vita, non scelto ma imposto dal puro caso, dall’organizzazione spietata della società, e risparmia gli altri – noi innanzitutto – che invece illuminano la vita con il lavoro, gli affetti, valori condivisi e condivisibili?

Nel film questa conclusione consolatoria è assente o almeno molto difficile da cogliere, il nulla sembra essere un destino, un nulla ontologico, metafisico, un orizzonte che circonda tutta la vita e la vita di tutti, e perciò non risparmia niente e nessuno.

Alla fine si rimane con un po’ di amaro in bocca.

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