“Le Havre” di A. Kaurismaki (FR 2011)

 

Le Havre

 

(marino demata) Il regista di “Le Havre”, Aki Kaurismaki ha avuto il grande merito di aver fatto conoscere nel resto d’Europa e nel mondo la cinematografia Finlandese, e con essa la cultura, i modi di vivere e di pensare di un popolo sospeso tra la progressiva e inarrestabile modernita’ della scandinavia e l’influenza delle tradizioni e dei costumi della vicinissima Russia.
Assieme al fratello Mika, anche’egli regista, ha fondato un importante festival ed una casa di distribuzione significativamente intitolata Ville Alpha, dal titolo del film Alphaville di Jean-Luc Godard. E’ un chiaro omaggio al grande regista della Nouvelle Vague, al quale movimento i Kaurismaki sono molto legato.

Nouvelle Vague (album)
Nouvelle Vague (album) (Photo credit: Wikipedia)


E questo non e’ l’unico omaggio dei Kaurismaii alla amatissima Nouvelle Vague: non ci sembra infatti un caso che il protagonista del film “L Havre” e’ Jean-Pierre Léaud, famoso attore della Nouvelle vague, col quale il regista A. Kaurismaki intende tributare ancora una volta  il proprio omaggio a quel dirompente movimento innovativo nella storia del cinema e in particolare al regista che meglio di ogni altro ne ha interpretato in modo personale le linee guida e le idee: Francois Truffaut.  Jean-Pierre Leaud e’ stata infatti una delle fondamentali icone del cinema di Truffaut, suo vero alter-ego,  di cui ha interpretato il personaggio di Antoine Doinelle ne “I 400 colpi” e in molti altri film successivi, nei quali l’attore ha prestato il suo volto, la sua crescita e la sua formazione allo sviluppo del personaggio stesso col passare degli anni. Un caso forse unico nella storia del cinema.
E in verita’ Kaurismaki si era gia’ avvalso della recitazione di Jean-Pierre Léaud nel 1990, allorche’ lo sceglie come  protagonista del film “Ho affittato un killer”.  E inoltre c’e’ da dire che l’amore per il cinema francese lo ha gia’ portato a girare un altro film in qeul Paese.
Ma c’e’ da dire che in”Le Havre” (titolo italiano “Miracolo a Le Havre”, Aki Kaurismaki sembra aver ritrovato la vena dei giorni migliori, dopo alcune pellicole in cui mi e’ apparso quasi avvitato su se stesso a riflettere sulla immutabilità’ delle umane vicende.
In “Le Havre”, come e ‘ stato detto, le vicende e le brutture dell’immigrazione, con le sue leggi assurde,  portanto il regista a schierarsi, perche’ non schierarsi non significa essere neutrali, ma conniventi, collaborazionisti, potremmo dire.  Ma schierarsi, denunciare i soprusi, viene fatto da Kaurismaki con il garbo e la levitas che hanno caratterizzato tutto il suo cinema fino ad oggi: non ci sono aperti manicheismi nella sua storia, non si urla e non si grida vendetta. Si racconta semplicemente una bella storia, quella di un lustrascarpe che significativamente si chiama Marx,  che “accoglie” un bambino africano a Le Havre. Una storia verosimile che parte dalla sgradevolezza dell’essere del reale, e contemporaneamente riesce ad individuare le linee di un dover-essere sperato, che sembra restituire al cinema il suo ruolo di fabbrica dei sogni, e richiamare lo spettatore a fare qualcosa per realizzarli.

 

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