“La gabbia dorata”/”La jaula de oro” di Diego Quemada-Diez

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(Ringraziamo l’amico Mauro Valentini che, a nome della redazione di “Retrospettive”  ed essendo a conoscenza del ciclo di 13 film che stiamo proiettando in queste settimane, “Emigrati ieri. Emigrati oggi”, ha voluto mettere a disposizione questa recensione di “La gabbia dorata”, che e’ un film on the road sulla migrazione, appunto e sulla clandestinita’. Applaudito e premiato a Cannes e in altri festival. La Rive Gauche-Cinema)

(Sarah Panatta) “In quanto esseri umani, non siamo clandestini in nessun luogo del mondo”. Frase choc. Non l’ha pronunciata un santo, né Miss Mondo, né un asceta, né un politico a caccia di consensi “minori”. L’ha lanciata, buttandosi su un treno merci in corsa, un migrante senza risorse, ricco solo dell’oltraggiosa volontà di impastarsi al mondo e continuare a respirare.

Se la migrazione è una legge di natura inevitabile. La clandestinità è un artificio sociale, classista, economico. La libertà dell’attraversamento (reciproco) è l’unica via. Ma desiderare e rivelare la fratellanza intrinseca, camminare con orgoglio su quella “via”, provoca massacro, insabbiamento, annullamento, dell’“altro”. La mescolanza sventra il capitalismo finanziario e terzomondista. Il capitalismo sventra la mescolanza.

Sono budella bovine da spazzare. Sono fiocchi di neve lucenti in un istante del buio urbano. Sono identità affollate e disperse nell’indifferenza della Storia. Ammassate su un binario ardente di umori, paure, attese. Seppellite tra una frontiera e l’altra. La civiltà, una faglia mobile di sopraffazione perenne.

Lungo i binari, una scena da "La gabbia dorata"

Viaggiare, cercare la soglia per strisciare oltre, dentro un futuro di dorati tesori. Essere spogliati di tutto durante il cammino. Ingoiare illusione e sangue. Un film che sfida ruvido lo sguardo occidentale, in ogni singola inquadratura. Un’opera cementata di testimonianze, quasi 600, raccolte in dieci anni di scoperta dolorosa. Un’inchiesta viscerale sciolta nel fiume destabilizzante e inarrestabile della traduzione finzionale. Un film che svelle barricate di omertosa convenienza. Discepolo indipendente del maestro Ken Loach, Diego Quemada-Diez ci lascia ne La gabbia dorata (Mex/Spa 2013, in sala dal 7 novembre). Provate ad uscirne.

Sul tetto del treno, una foto dal set, con i protagonisti

Juan, Sara e Samuel vogliono spostarsi dal Guatemala al Messico e da lì, come migliaia di consimili, scavalcare il confine e fondare nella terra promessa (USA) un nido nuovo, che non conosca miseria. Solita antica ballata. Tantissimi partono, pochi arrivano, alcuni tornano, ancora più poveri, umiliati. Il sogno diviene odissea raccapricciante. Il trio protagonista annaspa lungo una traiettoria immersa nella giungla dei trafficanti, dei predoni, delle piccole sotto-mafie. Da un treno all’altro, avanti e indietro. Incontrano l’indio Chauk, senza documenti e solo. Piccole comunità di braccianti schiavizzati tra una tappa e l’altra. La boscaglia per il “nord” è sempre più fitta, tortuosa. Promiscue accozzaglie i tetti dei treni. Replicanti i posti di blocco, avanguardie di corruzione e violenza. Perquisizioni, bastonate, stupri, razzie e compravendite di donne e bambini, fino alla grande muraglia Messico-USA. Da lì ulteriore strage, rassegnazione o paralisi. Soltanto uno sopravvivrà, topolino scaltro e devastato, carne da macello nella periferia scura della civiltà.

Il deserto tra Messico e Usa, in una scena del film

Morte ed eterno ritorno. Nel deserto del prima e del dopo. Adolescenze pronte all’avventura salvifica, volontà diverse, individualiste o comunitarie, femministe o semplicemente vergini, scontano il prezzo più alto. Unità spurie nella massa migrante respinta e manipolata, che testa percorsi di affermazione impossibile. Per essere sfruttata, condannata e decimata da mezzani e criminali di ogni colore, divisa e “grado”.

Quemada-Diez, iberico per nascita e americano per adozione, assistente di registi come Prieto, Iñárritu, Meireles, Tony Scott, Spike Lee. Autore di premiati cortometraggi, ha costellato la sua gavetta di premi e borse di studio sino ad arrivare alla fucina di Cannes e al primo lacerante lungometraggio. Quando fare cinema diventa personale decolonizzazione, contestazione, denuncia. Trasformarsi, offrirsi senza dogmatismi come veicolo per verità scalpitanti e difficili. Condividere l’aria dei personaggi, dando fuoco alla loro essenza sotto gli occhi della troupe come del pubblico.

Catarsi aristotelica o nuova prospettiva del docu-film? Forse una forma distillata, anzi in-formale di realismo, che torna senza retorica e senza compassionevoli scappatoie o ricatti, ad appropriarsi dello schermo per trapassarlo/ci definitivamente.

Fuori dalla gabbia.

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