Intervista a Michele Dioma’, regista di “Cinema anno zero. Viaggio tra i miracoli e le macerie del cinema libero.” (2013)

CinemaAnnoZero

(marino demata – la rive gauche – cinema)
Michele Diomà è una personalità cinematografica che ricorda molto quelle dei pionieri della settima arte. Produttore, sceneggiatore, regista nonché anche interprete dei propri lavori. Quando si utilizza la parola indipendente applicata al cinema si può dire che in tutto e per tutto la si possa identificare con questo giovane regista che ha al suo attivo un lungometraggio: L’ultimo sogno di Howard Costello, che in Francia è diventato uno dei casi cinematografici del 2013 dopo aver partecipato alla ventottesima edizione del Festival del Cinema Italiano di Nizza. Un risultato che ha permesso al film di avere visibilità anche in Italia, suscitando l’interesse di diversi media, in primis RAI NEWS 24, che all’opera prima di Diomà ha dedicato un intero speciale. A soli pochi mesi dal suo primo film ecco che Michele Diomà torna a far parlare del suo lavoro presentando on-line un documentario realizzato con uno dei più grandi produttori della storia del cinema: Renzo Rossellini. Da Federico Fellini a Francesco Rosi, da Michelangelo Antonioni ad Ingmar Bergman, sono soltanto alcuni dei maestri che hanno realizzato film con Renzo Rossellini. Una carriera ricca di nomi che avrebbero fatto tremare la telecamera a qualsiasi regista. Invece Diomà, forse per incoscienza, forse per passione sfrenata verso il cinema ha realizzato Cinema anno zero – Viaggio tra i miracoli e le macerie del cinema libero con Renzo Rossellini -. L’intelligenza di questa seconda opera firmata da Michele Diomà mi ha spinto a rivolgergli alcune domande:

– Non ho ancora visto la tua opera prima L’ultimo sogno di Howard Costello ma il trailer e alcune interviste, tra cui quella della RAI, hanno suscitato in me molta curiosità. Abbiamo tutti noi de La Rive Gauche-Cinema visto invece con attenzione e con grande partecipazione la tua seconda opera Cinema anno zero, il film-intervista dedicato a Renzo Rossellini. Quando e come hai pensato di fare questo film, così diverso dal primo? Cosa ti ha spinto? Pur nella diversità, pensi che ci sia una qualche continuità tra le due opere? E se sì quale?

Era una mattina di ottobre del 1996. Come spesso accadeva, all’ultimo momento preferii pendere un treno invece di andarmene a scuola. All’epoca ero al IV Ginnasio. Partivo sempre alle 9 del mattino da Piazza Garibaldi, la stazione centrale di Napoli ed alle 11 e 25 in punto ero a Roma, in Via Margutta, sotto casa di Federico Fellini. Mi piaceva fare quella sorta di pellegrinaggio e dopo, prima di scappare alla stazione per riprendere il treno che mi avrebbe riportato a casa, amavo trascorrere una mezz’ora a spulciare tra i libri delle bancarelle adiacenti Piazza del Popolo. Fu grazie ad un vecchio libro scritto da una giornalista americana, ritrovato su una di quelle bancarelle, che scoprii la figura di Renzo Rossellini. Il libro era una cronaca dal set di La città delle donne, il secondo film di Fellini prodotto da Renzo Rossellini. Immediatamente fui affascinato da quel produttore. E mai! Vi giuro mai nella vita, avrei osato sognare che 15 anni dopo avrei rilasciato un’intervista in cui dovevo parlare di un film che avevo fatto insieme a Renzo Rossellini. Ci siamo conosciuti all’inizio del 2013 in un convegno al quale eravamo stati entrambi invitati. Quando me lo sono trovato davanti mi sono sentito davvero felice ed emozionato come un bambino. Mi sono fatto avanti e mi sono presentato. Ci siamo scambiati i contatti e dopo qualche chiacchierata amichevole gli ho proposto il progetto di Cinema anno zero e Renzo, bontà sua, ha accettato di affidarsi alla mia regia. Mi disse che dopo Fellini e Bergman si sarebbe voluto fregiare di un film di Diomà. Naturalmente a Renzo Rossellini non manca il senso dell’umorismo! Il risultato è stato un progetto molto diverso dal mio primo film. L’ultimo sogno di Howard Costello è un tuffo nella dimensione onirica, nell’inconscio di un uomo. Cinema anno zero lo considero un’inchiesta di denuncia dedicata al cinema ed alla società di ieri e di oggi. L’unica continuità tra le due opere penso di essere io. Magari sul piano stilistico hanno in comune il rimando al cinema degli anni ’20, ma null’altro.

– Tu Michele ti definisci un regista indipendente. Le espressioni “cinema indipendente” e “regista indipendente” sono state coniate negli anni ’60. Negli USA, in Francia e in altri Paesi il termine “indipendente” ha assunto un doppio significato: a) produzioni indipendenti, libere e svincolate dalle grandi case di produzione; b) indipendenza e libertà nel girare il film, al di là degli schemi e dalle regole interne agli studios. Ce lo ricorda lo stesso Renzo Rossellini! Il tuo cinema, il tuo essere indipendente si richiama a quali di questi due significati?

Per me indipendenza vuol dire fare film così come li sogno! Aggiungere altro sarebbe superfluo ed inutile. Sicuramente mi sento figlio della scena francese dei primi anni ’60. Il mio autore di riferimento è assolutamente François Truffaut.

– Ancora sul cinema indipendente: negli altri Paesi e’ tenuto in grandissima considerazione e molti film indipendenti sono diventati film di culto. Negli USA il Sundance film festival (pur con qualche limite) e’ da tempo un appuntamento annuale che in varie sezioni intende raccogliere il meglio del “cinema indi”. Il tuo film invece e’ un grido di allarme sulla situazione in Italia. Ma insomma come stanno veramente le cose in Italia sotto questo aspetto? E’ immaginabile un giorno un Sundance anche iItalia? Utopia?

Cinemaannozero1

L’Italia è un paese dove per decenni chi voleva rubare denaro pubblico sceglieva la via del cinema. Io sono indignato dall’uso della parola CULTURA che si è utilizzata per troppi anni come scusa bella e buona per rapinare soldi dalle casse pubbliche. Oggi la situazione è un po’ cambiata, ma non per una ventata improvvisa di senso civico, semplicemente perché i soldi sono quasi del tutto finiti. Un Sundance in Italia mi hai chiesto? Impresa ardua! Si farebbero avanti per nominare direttori vari e veline, prima gli assessori, poi i cognati, poi gli amici, poi le amanti. Un incubo! La solita storia! In America un discorso simile è impensabile, per questo motivo funziona il Sundance. La differenza la fa la qualità dei film e non i rapporti clientelari.

– Renzo Rossellini nel corso dell’intervista parla di Roma città aperta, delle difficoltà trovate in Italia e del gran successo ottenuto poi dal film in Francia e negli USA. Si potrebbero fare altri esempi. La “Rive Gauche-Cinema” ha recentemente riproposto L’avventura di Antonioni ed ha ricordato le gravissime difficoltà produttive del film, con regista e intera troupe lasciati su un’isola per settimane con pochi soldi e pochi mezzi. Il film poi fu accolto freddamente in Italia e fu invece un grandissimo successo in Francia. Insomma la storia si ripete. Difficoltà di produzione e di distribuzione e accoglienza fredda di opere che poi all’estero sono acclamate. Che ne pensi anche alla luce dell’esperienza del tuo primo film?

In Italia spesso la critica ha preferito condannare al disprezzo quei registi che proponevano un linguaggio completamente nuovo. Lo stesso accadde a Vittorio De Sica, a Pasolini con Accattone. Gli esempi sono diversi. Forse anche per questo motivo oggi vediamo film tutti stilisticamente identici. I registi italiani hanno il timore di sperimentare. Io vabbè, sono un incosciente! Ma la Francia premia gli incoscienti! A suo modo lo era anche Napoleone un incosciente! Poi a Waterloo gli andò male, ma aveva alle spalle aveva già una bella carriera!

– Nel film Renzo Rossellini parla della sua esperienza in Cile, dove ha preparato l’intervista del padre con Allende. Come Rive Gauche ci siamo occupati di quest’intervista in una iniziativa che si è tenuta l’11 settembre scorso. Tu come la giudichi da un punto di vista cinematografico? Qualcuno potrebbe dire: sono 40 minuti con 2 persone che restano sempre lì sedute, un film dove non succede nulla. Eppure ogni volta che lo vedo alla fine io ho sempre l’impressione di aver visto tante cose. Sono un visionario?

Io credo che si possa affascinare con l’intelligenza. Credo profondamente nella grande lezione di una certa parte della Nouvelle Vague. Basta poco. Ci vuole, credo, per fare un film, molta fantasia applicata a indagine critica. Una cosa senza l’altra non ti permetto di fare un film emozionante. Come dire in altre parole: ci vuole istinto e cuore, devi essere Dioniso ed Apollo. L’intervista di Roberto Rossellini a Salvador Allende è perciò grande cinema!

– Ad un certo punto Renzo Rossellini accenna a “Viaggio in Italia”, che e’ un film che io amo moltissimo. Lo giudico molto innovativo: in genere i road – movie sono film in cui con lo sviluppo del viaggio abbiamo parallelamente una “crescita” (della coscienza, della formazione, della comprensione, di una situazione, ecc). Qui invece e’ il contrario: il viaggio e’ la progressiva scoperta della fine di un amore (proprio come “La notte” di Antonioni: un ideale viaggio in una sola notte alla scoperta dell’assenza dell’amore). Ma per te, per il tuo cinema, cosa e’ il viaggio? E’ anche indirettamente la canonica domanda sui progetti futuri!

Io credo che ogni film sia un viaggio. Un viaggio in se stessi, nei propri ricordi o nelle proprie paure e persino nel proprio futuro. Il mio prossimo film, come ho già avuto modo di dire in altre occasioni, avrà per protagonista un gatto. L’ho già in parte girato e montato. E’ ambientato tra Amsterdam, Praga, Parigi, Vienna, Napoli e Roma! Spero venga fuori un film che non piaccia per niente agli accademici, mentre faccia innamorare chi è in grado di osservare il cinema con gli occhi del cuore.

Ecco ancora l’intero film “Cinema anno zero – Viaggio tra i miracoli e le macerie del cinema libero” con Renzo Rossellini:
http://www.youtube.com/watch?v=sVR_WaeDi1U

 

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