Un tè con Mussolini di Franco Zeffirelli (1999)

 _17_te_con_mussolini1( chiaranovelli)Nella Firenze del 1934, un gruppo di signore inglesi non più giovanissime si ritrova abitualmente nelle più varie occasioni. Le donne vivono in Italia perché affascinate dalla sua cultura e dal suo senso artistico,  come, per altro, altri esponenti della piccola comunità britannica di Firenze (denominati ironicamente ‘Scorpioni’ per il loro snobismo).  Mary Wallace lavora per Paolo, un mercante di tessuti che ha affidato alla donna il piccolo Luca ( alter ego di Zeffirelli), figlio naturale che Paolo, già sposato, non ha voluto riconoscere. Insieme a Mary ci sono lady Hester Random, vedova dell’ambasciatore inglese in Italia, che ostenta simpatia per il fascismo e un’amicizia personale con Mussolini; Arabella Delancey, che si dice esperta di pittura toscana ed ha sempre con sé il cagnetto Nicky; Georgina, archeologa di nazionalità americana; Connie, corrispondente di un quotidiano inglese; Molly, Ursula ed Edith, madri adottive dei gatti randagi di Firenze. La vita del gruppo venne sconvolta dall’arrivo di Elsa, americana, ex ballerina di Ziegfield, donna affascinante, collezionista di arte moderna, di uomini e mariti. Rivalità e ripicche vengono allora a galla, soprattutto tra lady Hester e Elsa. Quest’ultima però, saputo che Luca è rimasto solo, non esita a costituire una rendita a favore del bambino. Intanto il regime diventa più dispotico. Arrivano le leggi razziali, lady Hester, incredula, chiede udienza a Mussolini, viene ricevuta per un tè, ottiene assicurazioni, ma poi gli avvenimenti smentiscono tutto. Paolo manda il figlio Luca a studiare in Austria. Quando torna, Luca, ormai ragazzo, trova una Firenze tutta diversa, le signore sono state internate come nemiche a San Gimignano, la guerra è scoppiata. Luca, infatuato di Elsa, la mette in guardia dai movimenti del suo nuovo amante Vittorio, che sta con i nazisti. Arrivano infine gli alleati, la liberazione è vicina: qualcuno vorrebbe abbattere le torri di San Gimignano, ma le vecchie signore si oppongono con successo.

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Il film vede una rosa di interpreti d’eccezione come: Lily Tomlin, Maggie Smith, Massimo Ghini, Joan Plowright e Cher. 

Tratto dall’autobiografia del regista Franco Zeffirelli (inedita in Italia), adattata dallo stesso e da John Mortimer e, nonostante i limiti del cinema del regista fiorentino spesso fin troppo patinato nel sentimentalismo da cartolina, l’autobiografismo (romanzato) che se ne coglie rende spunti interessanti:  il soggetto e la direzione e scelta delle attrici, comprese le due americane, Cher, vestita da Ermanno Daelli, e Lily Tomlin. L’attore che interpreta Benito Mussolini che, passata l’infatuazione, Lady Hester Random (Smith) definisce “bastard”, è Claudio Spadaro, interessante interprete teatrale. Si mescolano quindi realtà e immaginazione per raccontare questa comunità inglese che non immaginò di poter essere considerata nemica, quando l’Italia entrerà in guerra dalla parte dei tedeschi.

               Intervista a Franco Zeffirelli pubblicata su Itaca Web:    
     

Perché il titolo “Un tè con Mussolini?
Si potrebbe scrivere un libro su come nascono i titoli! In questo caso la scena in cui la più autorevole delle signore inglesi, interpretata da Maggie Smith, va a Roma a prendere il tè da Mussolini, è una sequenza ispirata ad un fatto realmente accaduto. E poi Mussolini piaceva molto alle signore, anche a quelle della colonia inglese di Firenze.

 

Una storia autobiografica?
E’ una storia che mi porto dietro dal ‘52, quando ero aiuto regista di Visconti; il titolo era “Le nemiche”, che poi ho raccontato anche nel mio libro autobiografico pubblicato a New York e tradotto in dodici lingue, ma non in italiano. Ci sono stati tanti registi che hanno parlato di se stessi sempre trasfigurando la realtà, “Un tè con Mussolini” è un film storico, anche se non segue una rigorosa rappresentazione storica. Alla storia appartengono questo gruppo di signore inglesi chiamate affettuosamente e ironicamente “Scorpioni” perché potevano morderti con il veleno della loro lingua e vi appartengono anche la mia infanzia e la mia adolescenza. Io sono figlio naturale di un mercante di tessuti. Alla morte di mia madre, mio padre, un vero mascalzone che ha riempito Firenze di figli illegittimi, mi affidò ad una donna inglese, il cui ruolo è intepretato da Joan Plowright, che mi insegnò la lingua e tramite lei, entrai in contatto con questo gruppo di signore bizzarre e prepotenti, le quali mi fecero capire in che mondo ricco di arte vivevo. Se oggi sono orgoglioso di essere fiorentino è merito loro; mi hanno trasmesso la passione per il teatro, per l’arte e le cose belle. In quel periodo a Firenze c’erano diciottomila residenti inglesi, almeno fino alla dichiarazione di guerra di Mussolini all’Inghilterra. Dopo, quasi tutti lasciarono la città, non però il “mio” gruppo di signore che venne recluso a San Gimignano. Non fu una vera prigione per loro, perché avevano l’intero paese a disposizione e si divertivano da morire. Verso la fine della guerra riuscirono anche a salvare le torri del paese che i tedeschi volevano far saltare in aria prima di ritirarsi.

 

E’ stato facile raccontarsi?
Ogni tanto, durante le riprese, rimanevo paralizzato dalle emozioni. Rivedevo scene realmente vissute. Un misto di imbarazzo e nostalgia. Tentavo di riportare alla memoria i ricordi come se non fossero i miei. Credo che questo sia il modo in cui chiunque dovrebbe rivedere la propria vita – guardarla come se appartenesse a qualcun altro. Il cinema è una meravigliosa forma d’arte: dà l’impressione di rivivere fatti ed emozioni. Così, mentre rivivevo quell’epoca, ricordavo i più piccoli dettagli, i visi mi apparivano nitidi e le strade vivevano di nuova vita.

 

Quali sono le sue memorie personali del periodo fascista?
Alle elementari diventavamo “balilla”, alle medie “avanguardisti”, ed infine “giovani fascisti”. Qualcun altro avrebbe sicuramente trovato quelle uniformi e quelle parate attraenti, ma io ed i miei amici eravamo annoiati da morire dalle marce e dai discorsi infiniti. Preferivamo il “Gruppo Cattolici”, e ci trovavamo nei vecchi cortili a giocare a calcio e a ping-pong, un gioco che tuttora mi appassiona. L’anno 1939 fu un anno di crisi. I fascisti italiani iniziavano a muovere la propaganda contro l’Inghilterra sempre più. Le lezioni scolastiche iniziavano a perdere importanza e gli studenti venivano fatti scendere in strada a Firenze per manifestare contro le democrazie “pluto-giudaiche” dell’Ovest. I manifestanti finivano sempre in via dei Tornabuoni, dove si trovavano il consolato e la colonia Britannica. Lontane dalla realtà, le anziane signore inglesi si affacciavano dalle vetrate di Doney e gioivano con noi delle nostre parate, delle bandiere e degli emblemi, sventolando i loro fazzolettini di pizzo e cieche alla reale portata della propaganda.

 

Ha mescolato dunque realtà e fantasia?

E’ assolutamente naturale mescolarle. Se si chiudono gli occhi mentre si legge un libro, si crea una nuova storia, tutta personale. Ho già fatto così con “Jane Eyre” ed ho tagliato un’intera scena dell'”Otello”. E’ così per tutti. Anche Verdi ha tradito Shakespeare. Ho tagliato, cucito ed arrichito la mia storia personale con le tante storie che avevo sentito raccontare da molte persone durante quel periodo. Spesso non so più neanch’io dov’è il confine tra realtà e fantasia.

Il cast di “Un tè con Mussolini” è di primissimo piano…
Hanno reso possibile questo film delle star assolute, le maggiori attrici del nostro tempo: Maggie Smith, Judi Dench, Joan Plowright, Cher, Lily Tomlin, e quei tanti attori ed attrici italiani che hanno voluto essere parte di questa storia dolce-amara, intrisa di commedia.

 

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