“Bread and roses” (2000) di Ken Loach –

Nascita di uno slogan – California tra luci e miserie

 

Cover of "Bread and Roses"
Cover of Bread and Roses

(marino demata) “Bread and roses” (2000) e’ il primo film girato negli USA da Ken Loach (non in assoluto in America: aveva girato nell’America centrale il bellissimo “La canzone di Carla”). Il regista sceglie per questo appassionato film sull’emigrazione e la precarietà’ del lavoro un titolo significativo, desunto da uno degli slogan scanditi dai dimostranti nel corso di un grande sciopero dei lavoratori dell’industria tessile in Lawrence,  Massachusetts nel  1912. Lo slogan era “The worker must have bread, but she must have roses, too.” (“Le lavoratrici devono avere pane, ma anche rose”). Lo slogan era anche piu’ volte ripetuto nella strofa di una canzone di lotta scandita nel corso delle manifestazioni. Insomma a tal punto questo slogan caratterizzo’ lo sciopero tessile del 1912 che esso passo’ alla storia come lo sciopero Bread and roses.
In effetti la prima origine dello slogan risale all’anno precedente, il 1911, e James Oppenheim ne fu ispirato a tal punto da farne il titolo per una poesia e poi una ballata pubblicata  nel The American Magazine nel Decembre 1911.
Dunque l’originale slogan di protesta ha sedotto anche Ken Loach, che lo ha utilizzato come titolo del film e simbolo di una storia che racconta con straordinaria leggerezza il dramma dell’emigrazione clandestina dal Messico agli Stati Uniti, con tutte le situazioni che ben conosciamo perche’ simili a quelle di altri contesti geografici e politici: dalla presenza dei contrabbandieri di emigrati clandestini, gente senza scrupoli come in ogni latitudine, allo sfruttamento di questa mano d’opera cosi’ precaria da essere esposta ad ogni ricatto, dall’ansia di essere in ogni momento scoperti o denunciati alla polizia, alla pratica dei rimpatri. In questo contesto la storia di Maya, che riesce clandestinamente a raggiungere  la sorella Rosa e unirsi ad essa nel suo lavoro precario in una ditta di pulizie e’ veramente emblematica di una certa realta’ della California, che dietro lo splendore e il luccichio dei “mall”, dei grattacieli, delle catene di ristoranti, cela anche atroci miserie e drammi umani.

Bread 2012-calendar-cover

Si parlava della leggerezza con la quale Ken Loach affronta questo tema. La stessa leggerezza con la quale aveva affrontato in film precedenti la precarieta’ del lavoro edile in Inghilterra, o, successivamente, quella dei lavoratori delle ferrovie sciaguratamente privatizzate dalla Thatcher. Una leggerezza che conduce lo spettatore – in alcune sequenze – fin sulla soglia dell’umorismo e della comicita’, perche’ Loach sa bene che in ogni situazione anche tragica ci sono aspetti grotteschi e situazioni contraddittorie. Ma “leggerezza”anche perche’ nel cinema di Laoch non manca mai la speranza, il gramsciano “ottimismo della volonta’ che non e’ sogno riposto sul nulla, ma coscienza, consapevolezza che qualcosa c’e’ da fare, che e’ possibile cambiare. E dunque chi incarna questa possibilita’, questa volonta’ di cambiamento e’ nel film un giovane sindacalista, Sam, che riesce a far crescere nelle donne una coscienza dei propri diritti e a sostenerle in una lotta che inizialmente sembra disperata, ma che in realta’ da i suoi frutti, “deve” dare i suoi frutti.

Ken Loach speaks at a rally for low-paid clean...
Ken Loach speaks at a rally for low-paid cleaners in London’s docklands (Photo credit: Wikipedia)

E il finale abbastanza amaro del film non e’ affatto  in contraddizione con la speranza e la lotta per il cambiamento che ne segna l’intera seconda parte, perche’ Loach vuole rifuggire non solo da ogni cupa disperazione, ma anche da ogni facile e melenso happy end. Non  ci sono scorciatoie, sembra ricordarci ancora una volta questo meraviglioso “filmmaker”: la lotta puo’ pagare, e paga, ma la realta’ e’ dura e, come in ogni lotta, vuole purtroppo le sue vittime. In questo caso le sue eroine. “Beato il Paese che non ha bisogno di eroi”, ammoniva Bertolt Brecht in una delle sue opere piu’ grandi: “Galileo Galilei”. Ma esiste quel Paese?

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