“La sindrome di Stendhal” (1996) di D. Argento – Dal libro di viaggio di Stendhal al saggio della Margherini al film di Argento.

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(marino demata) Stendhal nel 1817,  mentre visitava la chiesa di Santa Croce a Firenze, di fronte alle opere d’arte raccolte in quel luogo, fu colto da improvviso malore: difficolta’ respiratorie, tachicardia, perdita di equilibrio. Non era ovviamente un fenomeno nuovo, ma Stendhal fu il primo a descriverlo analiticamente e per questo motivo il senso di straniamento unito ai fenomeni fisici sopra citati prese il nome di “sindrome di Stendhal” o anche “sindrome di Firenze” dalla citta’ ove lo scrittore ne fu vittima.

Nel suo libro “Roma, Napoli e Firenze” infatti ci racconta: « Ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti ed i sentimenti appassionati. Uscendo da Santa Croce, ebbi un battito del cuore, la vita per me si era inaridita, camminavo temendo di cadere. »
Questo fenomeno si e’ manifestato con relativa frequenza di fronte ad alcuni capolavori della Galleria degli Uffizi, ove e’ capitato che alcuni visitatori fossero presi da veri attacchi di panico e altri disturbi di fronte a importanti opere d’arte. Sappiamo, grazie al libro della psicologa Gabriella Margherini, che ne descrive piu’ di 100 casi, che il vicino ospedale di Santa Maria Nuova, il piu’ artico di Firenze, nel suo reparto di Salute Mentale ha soccorso negli anni molti turisti affetti da questi strani e in prima battuta inspiegabili disturbi, talvolta diagnosticati come vere forme di  isteria.
Dario Argento prende spunto da questo fenomeno, raro fin quanto si sindro2vuole, ma realmente esistente, per costruirci sopra la trama di questo film, che pur non lasciando il segno, come precedenti lavori, ha tuttavia e in maniera non del tutto immeritata, eccitato e compiaciuto i suoi numerosi fan. Vittima della sindrome di Stendhal e’ questa volta una poliziotta che indaga su misteriosi omicidi, Anna Manni (Asia Argento), che restera’ profondamente scossa alla Galleria degli Uffizi di fronte ad un quadro di Bruegel. L’originalita’ del film consiste nel fatto che il racconto prende le mosse proprio da questo fenomeno e dal fatto che sara’ proprio il maniaco omicida, Alfredo (Thomas Kretschmann), a soccorrere la poliziotta e ad eleggerla in qualche modo a sua futura vittima.  L’altra particolarita’ del film consiste nel fatto che dunque il voltodell’assassino e’ gia’ noto da subito allo spettatore.
Il film e’ stato a suo tempo piuttosto massacrato almeno da una parte della critica. In realta’ rivedendolo dopo anni, penso che abbia qualche pregio e alcune significative note di merito. Intanto si tratta di un giallo psicologico, con meno violenza di quanto potrebbe sembrare e sicuramente meno di altre opere del regista. Argento infatti si concentra piu’ sull’aspetto psicologico della violenza stessa e su questo versante riesce a costruire la parte migliore del racconto e del film. Non si puo’ negare che la trama sia un po macchinosa, ma il rapporto tra la poliziotta (Asia Argento) e il suo aspirante carnefice (Thomas Kretschmann) in alcuni momenti diventa perfino avvincente per gli amanti del genere e del regista romano.
Si tratta del primo film realizzato da Dario Argento con l’uso decisamente virtuosistico della tecnologia digitale. Con questo film inoltre viene ripresa la collaborazione con Ennio Morricone, interrotta all’epoca di Quattro mosche di velluto grigio (1971).

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