Sul set de “Le Quattro Giornate di Napoli” di Nanni Loy

 

S.Giuseppe delle Scalze a Pontecorvo interno

(Eirene Martinelli) Quest’anno ricorre il 70° anniversario delle Quattro giornate di Napoli, quattro giorni, quelli tra il 28 settembre ed l’ 1 ottobre del 1943, in cui i cittadini napoletani si ribellarono alle forze armate tedesche. Il 27 settembre un commando dell’ esercito tedesco faceva irruzione nel convento di S. Pietro e Paolo in salita Pontecorvo, sparando all’ impazzata e terrorizzando i presenti e scatenando la reazione del vicolo Cappuccinellepopolo partenopeo. Fra le diverse iniziative organizzate per questa occasione, ho partecipato volentieri ad un visita guidata sui luoghi di Napoli scelti da Nanni Loy per il suo film Le quattro giornate di Napoli, candidato all’Oscar nel 1962 sia come miglior film straniero che per la sceneggiatura. Gli organizzatori dell’ evento, l’ associazione Campania Movietour e la cooperativa SIRE, hanno offerto ai partecipanti la possibilità di osservare Napoli da una prospettiva originale e diversa: quella della cinepresa.

Con la prima tappa scopro che Loy a Napoli, non solo ha girato vari film (da Scugnizzi a Pacco, doppio pacco e contropaccotto ), ma lo ha fatto ritornando quasi sempre sugli stessi luoghi. E a vederli da vicino si capisce anche il motivo: sono vicoli, piazze ed edifici che non hanno bisogno di costruzione scenica, sono già essi stessi protagonisti per quanto hanno da raccontare. Nelle Quattro giornate di Napoli Loy, con la scelta di preferire le panoramiche ai campi medi ed ai primi piani, è riuscito a raccontare la forza evocatrice di questi posti. Non sarà un caso che quasi il 70% del film è stato girato in esterni ! Il risultato ? Un’opera di grande potenza visiva.via Bellini (1)

In realtà la sua uscita nelle sale generò pareri controversi; per alcuni critici “ (…) fu la cronaca obiettiva, appassionata e commovente di quelle quattro giornate” (Gian Luigi Rondi per Il Tempo), un affresco spettacolare, mentre per altri fu giudicato eccessivamente retorico. Una cosa, però, è certa: il film ha valenza informativa alla stregua di un documentario. E questo sia perché il regista sardo ha condotto un accurata ricerca sui fatti accaduti in quelle lunghe giornate: diversi gli episodi realmente accaduti e riportati nei film, dal sacrificio dello scugnizzo Gennarino Capuozzo, medaglia d’oro al valor militare, al rastrellamento degli uomini al fine di porre in essere lo scellerato ordine per cui “ogni soldato germanico ferito o trucidato verrà rivendicato cento volte”.

Ma ciò che fa del film una vera testimonianza storica è la capacità che Loy ha avuto di interpretare la duplice essenza della città di Napoli e dei sui cittadini, da un lato rappresentata dalla incapacità di organizzarsi disciplinatamente, dall’ altro rappresentata dal senso di “libertà e spontaneità” – insito nello stesso rifiuto della disciplina – che conferisce S.Giuseppe delle Scalze a Pontecorvo atrio d' ingressoquella caratteristica “storica” della forza comunicativa. Durante una delle soste del percorso guidato, dinanzi alla Chiesa delle Cappucinelle in salita Pontecorvo, mentre veniva raccontato l’ episodio dello scugnizzo Giuseppe Capuozzo, una delle partecipanti s’incontra dopo anni con un cugino, il quale è il custode del basso dove abitava “lo scugnizzo” : un saluto affettuoso ed il fondersi del presente, del passato storico e della rappresentazione cinematografica ! Perché Napoli è così: un luogo storico potrà non meritare un targhetta, ma di sicuro troverai lì vicino un napoletano che, orgoglioso, ti racconta i fatti.

Loy, dunque, aveva ben compreso che i “napoletani” sono così grazie a Napoli ed è per questa intuizione che il regista conferisce al film una coralità dove l’ epopea generale bene accoglie vicende personali, dove gente comune recita accanto a grandi attori. E’ il caso dell’ episodio in cui Regina Bianchi, proprio sulle scale della Chiesa delle Cappucinelle, Largo Tarsia - abitazione con pianteabbraccia per l’ ultima volta il figlio, lo scugnizzo, e gli fa mangiare quel poco che era riuscita a racimolare. Un altro episodio famoso, è quello del marinaio (Jean Sorel) che viene catturato mentre beve ad una fontana pubblica – ubicata nel film a pochi metri dalla Chiesa di San Giuseppe delle Scalze – che sarà fucilato sulle scale dell’ Università al Corso Umberto I, ma, per motivi logistici, dinanzi all’Accademia delle Belle Arti nel finzione filmica.

A fine mattinata, arrivati all’ Accademia delle Belle Arti ed a conclusione di questa “full immersion” tra realtà e rappresentazione, mi ritornavano alla mente i “fotogrammi” dei luoghi visitati, i quali si erano svelati con la medesima fisicità ed emozione di quelli del film, quasi come se tra i vicoli risuonasse ancora il grido, ripetuto da uno degli attori nelle scene della sommossa, “Pe’ ‘e creatur’ ro’ Petraio !” (“Per i bambini del Petraio”).
(foto di Eirene Martinelli e Enrico Martinelli)
Accademia delle Belle ArtiFvanella

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