“No. I giorni dell’arcobaleno” (2012) di P. Larrain – Fine di una dittatura. Ma non solo…

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(marino demata & chiara novelli) Il film racconta la genesi della vittoria del NO al referendum che nel 1988, su forti pressioni internazionali, Pinochet fu costretta ad indire sulla possibilita’ del prolungamento della sua feroce dittatura per altri 8 anni. Il film e’ tratto dalla piece teatrale El Plebiscito di Antonio Skármeta, lo scrittore de “Il postino di Neruda” da cui e’ stato tratto, come e’ noto, il film “Il postino” di Michael Radford con Massimo Troisi e Philippe Noiret. Il regista, Pablo Larrain, autore gia’ di opere apprezzabili o decisamente interessanti come “Fuga”, “Post mortem” e soprattutto “Toni Manero” (vincitore del Torino Film Festival) ha raccolto con questo film larghissimi consensi al Festival di Cannes del 2012 ed portato il film ad Hollywood, quale candidato all’Oscar per il Miglior film in lingua straniera.  Le telecamere dell’epoca – il film e’ girato con una U-Matic 3/4, sono la soluzione stilistica del regista per permettere continuità al passato/presente dell’impianto fotografico, rispetto ai filmati di repertorio che sovente entrano nel film. Come per altro i giovani partecipanti alla campagna referendaria per il no alla dittatura compaiono sia nei film di repertorio che come attori nel presente. Il segno costante del film dunque e’ la continuita’: continuita’ stilistica tra passato e presente rappresentati nel film e continuita’ all’interno della storia stessa, ove Saavedra, il pubblicitario protagonista della

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campagna referendaria per il NO, al termine della sua opera riprendera’ in continuita’  il suo solito lavoro come se niente fosse accaduto, e, come per la campagna per il NO, con la medesima spregiudicatezza impostera’ tutte le altre sue campagne pubblicitarie.
Il dittatore Pinochet aveva impostato la sua propaganda sulla paura e la minaccia che rappresenta il comunismo, ritenendole sufficienti per vincere un referendum che inizialmente sembrava per lui una semplice formalita’; ma di contro il leader del partito socialista Urrutia Josè Tomas affida la campagna del fronte del no a un giovane e rampante pubblicitario televisivo, appunto  Reneé Saavedra, figlio di un socialista militante, ma  molto lontano dalla realtà dello scontro politico, essendo figlio del consumismo del suo tempo, di cui i ruggenti anni’80 sono un emblema.

Chi pensa di vedere nel film gli aspri contrasti di classe che hanno caratterizzato la storia cilena durante la dittatura di Pinochet, oppure le atrocita’ commesse dal dittatore e dal suo Governo (piu’ di 1000 desaparecidos), restera’ deluso, come delusa e’ rimasta una parte della critica, che ha ritenuto eccessivo incentrare l’intera storia sulle innovazioni della campagna referendaria da parte del fronte del NO. Questa parte della critica ha ritenuta la descrizione della vigilia referendaria troppo monca, come priva della drammaticità dialettica che solo la visione dello scontro reale tra la dittatura e l’opposizione puo’ garantire. Il regista infatti incentra tutto il film sulla costruzione No 3della innovativa e scanzonata campagna pubblicitaria per il NO, sotto il segno della scanzonatezza, della festa e della speranza del futuro. Le minacce o i fatti di sangue sono cosi’ relegate  nelle retroguardie sceniche e questo puo’ essere apparso una sorta di insulto al doloroso passato del Cile.  In realtà questa critica ci sembra francamente eccessiva, perche’ trascura quella che e’ proprio  l’originalità dell’opera: per spazzare via la dittatura di Pinochet non sarebbero bastati gli accorati appelli dell’opposizione, ne’ la visione delle violenze della dittatura, ne’ le interviste alle madri dei desaparecidos. Tutto sarebbe stato vanificato dalla capacita’ del potere di imporre le ragioni del SI attraverso tutti gli strumenti della propaganda e della politica. Era necessaria una scelta innovativa, un tipo di propaganda scanzonata e ottimista che puo’ essere veicolata solo da un “contropotere” rispetto a quello di Pinochet, i media della società di massa.
Saavedra infatti è un pubblicitario, conosce le regole in base alle quali le persone sono catturate dall’emozione e dall’interesse, sa che la gente ha bisogno di sognare e poter desiderare e quindi imposta la campagna pubblicitaria spostando di 360° il punto di vista e, nei 15 minuti concessi all’opposizione, tutti i giorni per 27 giorni ( il potere aveva le altre 23ore e 45 minuti), fino al fatidico 5 ottobre, tratta il popolo cileno come un grande spettatore televisivo che deve comprare un prodotto commerciale e quello che viene venduta è l’allegria che riempirà il futuro se il No vincerà.

Saavedra si appassionerà, e sarà l’inconsapevole vincitore di un cambiamento storico senza precedenti, per poi tornare agli “spot” del suo tempo, all’omologo della società di massa a cui appartiene.

I media quindi, in questo caso hanno svolto un compito straordinario e positivo facendo cadere una pesante dittatura; e nel loro ruolo di “pilotare” un popolo, sono stati una sorta di  “male” necessario. Diciamo la verita’: si tratta di un film intelligente, che lascia riflettere lo spettatore, che non si trova solo di fronte alla storia della caduta di Pinochet, ma e’ costretto a meditare anche su altre problematiche irrisolte. Nel film infatti l’effetto sulle masse del potere mediatico costituisce l’analisi di stampo tutto antropologico che Pablo Larrain ci lascia aperto con tutto l’effetto di omologazione e illusorietà verso una società che ha assunto come beni essenziali quelli superflui pilotati da uno spot. Dunque, come si diceva, in questo senso il significato e il messaggio che lancia il film va ben oltre la pur straordinaria storia della sconfitta “democratica” della dittatura: anche il potere dei media si prepara a diventare (siamo nel 1988) una sorta di dittatura. Certo si tratta di una dittatura senza spargimento di sangue e quindi ben assorbita dai cittadini, ai quali viene direttamente propinata attraverso il medio delle immagini. Certo non ci saranno vittime e non ci saranno desaparecidos. Ma noi sappiamo bene che in Cile, come in ogni altro Paese moderno,  le immagini, come mezzo e come fine ad un tempo, hanno fatto e fanno intere generazioni di desaparecidos: all’impegno civile e politico, alla capacita’ critica, alla voglia di cambiamento. Come liberarsi di quest’altra dittatura?

 

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