“La mafia uccide solo d’estate” (2013) di P. Diliberto (Pif)

 

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La mafia uccide solo d’estate

(bruno coppola) Si può parlare di mafia con leggerezza e ironia?

Si può trattare un tema così scottante senza lasciarsi schiacciare dall’indignazione, dal desiderio della denuncia, dal bisogno di impegno politico, civile e morale che sembra potersi esprimere solo attraverso l’invettiva e la condanna oppure l’analisi scientifica, fredda e oggettiva?

E quale può essere l’approccio di un artista? Deve anche lui sottostare alle regole dell’impegno, dell’engagement, per usare la parola cara a Sartre, deve dunque comporre un’opera di denuncia e usare il suo talento per esplicare il concetto?

Ma il talento artistico (grande o piccolo che sia, reale o ambito) sopporta di divenire ancilla pedagogiae e assumere una funzione meramente didascalica?

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E’ una questione delicata e antica quella del rapporto tra engagement e arte, tra sensibilità di artista e doveri di cittadino, Sartre per esempio non avrebbe avuto (come non ebbe mai) esitazioni a dire che no, non è possibile usare la leggerezza dell’arte per affrontare temi che toccano la coscienza dell’uomo, ma il grande filosofo francese non aveva senso dell’umorismo, tanto meno aveva la leggerezza dell’artista (quella che Calvino ha così ben descritto nelle Lezioni americane), come dimostrano le sue fallimentari prove di romanziere (penso a L’età della ragione, vera e propria pièce à problème, priva di qualunque tensione poetica ed estetica) che usa la letteratura solo per rendere drammaticamente e plasticamente la profondità e le sfaccettature del concetto. Fortunatamente non tutti gli artisti si sono piegati al moralismo di Sartre, e così in letteratura possiamo godere della allegra sfrontatezza di Saramago (penso a Caino) e, per quello che riguarda più in particolare il cinema, il nostro grande e geniale Benigni ha dimostrato (La vita è bella) che si può trattare con leggerezza perfino il male assoluto del nazismo e dell’olocausto.

Pierfrancesco Diliberto (in arte Pif), senza offesa, non regge certo il paragone con il genio di Benigni eppure coraggiosamente tenta di fare la stessa operazione affrontando con ironia e leggerezza la mafia, la sua ferocia e i suoi delitti, raccontando le sue odiose imprese prendendo a prestito il punto di vista di un bambino palermitano la cui vita, in particolare quella sentimentale, è punteggiata dai delitti della mafia, dalle uccisioni di poliziotti, uomini politici e magistrati fino alle stragi di Capaci e di via D’Amelio. Il film è gradevole, soprattutto nella prima parte, quando si avvale appunto degli occhi innocenti e stupefatti del bambino, meno convincente la seconda, quando il bambino è divenuto grande e la sua pervicace, ostinata innocenza è meno credibile e divertente.

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