“In this world”/”Cose di questo mondo” (2002) di M. Winterbottom

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(marino demata & romano galligani)

Michael Winterbottom e’ un talentuoso e prolifico regista inglese di cui abbiamo avuto la fortuna di vedere molti film. E a giudicare dalle numerose candidature alla Palma d’Oro a Cannes, dall’Orso d’oro a Berlino proprio per  “Cose di questo mondo” e dal precedente Orso d’Argento per “Road to Guantanamo”, non siamo certamente i soli ad apprezzarlo. Di lui ci piace ricordare, oltre ai film gia’ citati, “Go now”, “Benvenuti a Sarajevo”, “Con te o senza di te” (“With or Without You”) e il coraggioso e singolare “9 songs”, il cui titolo si riferisce alle otto canzoni eseguite dal vivo nel corso del film oltre al concertoi eseguito dal celebre compositore Nyman (ricordate “i giardini di Compton house”?).  Quest’ultimo film e’ la storia di un amore folle, dove la violenta (e molto esplicita nel film) attrazione per i rispettivi corpi non riesce a vincere sulle rispettive solitudini.

Cover of "In This World"
Cover of In This World

Dunque dalla visione dei suoi film e perfino dagli stessi titoli si evince che si tratta di un regista molto verstaile, che sa spaziare con sicurezza dalle tematiche esistenziali a quelle sociali e politiche. Nel caso di “Cose di questo mondo” (In This World) (2002) siamo nel campo profughi di Shamshatoo, vicino a Peshawar, città pakistana al confine con l’Afghanistan. Peshawar è diventata un enorme suk dove si vende di tutto: armi, droga, merce contraffatta e, purtroppo, anche merce umana.

In questo campo vivono più di un milione di profughi afgani, molti giunti già negli anni 70 dopo l’invasione sovietica, e la maggior parte dopo l’inizio dei bombardamenti americani iniziati nell’ottobre del 2001. I protagonisti, due cugini, vivono e lavorano qui: Enatyatullah aiuta i genitori al mercato, e Jamal, il più giovane, orfano, in una fabbrica di mattoni per meno di un dollaro al giorno. Enatyat vuole un futuro migliore per tutti e sceglie di partire per Londra: Jamal riesce a convincere i parenti a mandare anche lui. Inizia così la ricerca di un mondo possibile; pagando molto mettono le loro vite e le loro illusioni nelle mani di trafficanti di profughi. Inizia la loro odissea che si snoda tra il Pakistan e l’Iran, il “rimpatrio” forzato, di nuovo e pagando ancora, attraverso la Turchia, l’Italia, la Francia. Sono loro compagne la fame e la neve delle montagne e la continua paura. Pure, all’interno di questa dolorosa e terribile esperienza, si colgono note di profonda umanità che compensano, in parte, l’infamia degli sciacalli che si ingrassano sulla loro pelle. This worldColpisce il volto del giovane Jamal: un volto di pietra, non si nota paura o dolore, non piange, ride solo al racconto di brevi barzellette che spesso solo lui capisce. Ha visto e sofferto tutto quello che altri vedono e soffrono in una vita. Se è lecito trarre una morale è che non esiste il “paradiso”, che l’essere umano dovunque può assumere sembianze mostruose, ma anche mostrare amore e attenzione per i bisogni di chi è ancora più sfortunato.  Sospeso tra documentario e fiction, e’ un film sull’emigrazione atipico, perche’ racconta non dello stato di emigrati, ma del viaggio verso quella condizione, dal campo profughi pakistano a Peshawar, fino in Inghilterra, alla maniera del miglior Winterbottom.  

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