“Venere in pelliccia” / “La Vénus à la fourrure”(2013) di R. Polanski

Venere in pelliccia5(bruno coppola) E’ una serata da lupi, pioggia, tuoni e fulmini squassano l’aria, in un vecchio teatro è da poco terminata un’audizione per l’assegnazione della parte di protagonista in una piece, in sala è rimasto solo il regista, che è anche lo sceneggiatore che ha ridotto un testo classico (Masoch) e ne ha tratto una commedia, sta raccogliendo le carte con li appunti e contemporaneamente parla al cellulare con la fidanzata con la quale si vedrà tra poco, intanto si sfoga per il fallimento dell’audizione (“metà delle candidate erano attricette con il birignao, l’altra metà puttanelle in minigonna”), improvvisamente la porta si apre e entra qualcuno, una donna succintamente vestita sotto il cappottone fradicio di acqua (“sono ancora in tempo per l’audizione?”, “no, l’audizione è finita, se ne sono andati tutti, anch’io sto andando via”, dice seccato il regista), la donna si toglie il cappotto, insiste, riversa sul regista un diluvio di parole, dalle quali traspare un’abissale, spudorata ignoranza (“Masoch, sadomaso… un porno, insomma?”) e però anche una strana sicurezza, improvvisi sprazzi di lucida e raffinata cultura, che fanno sorgere dubbi su quello che lei veramente sa ed è, non si sa bene se le parole che dice sono una recita o una realtà, di fronte alle sue provocazioni il regista si difende come può, alla fine cede e accetta di fare il provino, perfino di darle la battuta.

E qui avviene il miracolo, la donna si trasforma in una grande attrice, forte, determinata, sicura di sé, la sua voce abbandona i toni irruenti e futili e diviene assoluta, la voce della protagonista, il regista è sconcertato, da spalla improvvisata diventa attore coprotagonista, la commedia cessa di essere un semplice testo da recitare e diventa qualcosa d’altro che li avvolge, li consegna uno all’altra, li fa contrapporre, litigare, amare, scendere nelle profondità della coscienza e salire fino alle vette più alte… vivere infine.
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In Carnegie, Polanski aveva messo in scena quattro (grandi) attori e li aveva fatti interagire sulla base di un esile copione: il figlio di una delle due coppie, nel corso di un litigio, aveva rotto un dente al figlio dell’altra coppia, i suoi genitori si erano recati a casa della vittima per esprimere rammarico e offrire dispiaciuta solidarietà. Ma i quattro adulti presto dimenticano il motivo del loro incontro e, ognuno imprigionato nel suo mondo interiore fatto di frustrazione, invidia, meschinità, trasformano l’elegante salotto in cui si trovano in un ring dove scambiarsi colpi sopra e sotto la cintura; in breve accade di tutto, le coppie scoppiano, lacrime, urla, crisi isteriche si scatenano in un bellum omnium contra omnes.
In Venere in pelliccia Polanski rinuncia del tutto alla trama (i quattro personaggi di Carnegie, sia pure incidentalmente, fanno riferimento a un mondo esterno, a una vicenda reale) e al mondo, mette in scena – e la scena è appunto un teatro, il che raddoppia l’effetto – due (solo due) grandi attori affidando loro il compito di costruire con la loro energia, con la loro passione, direttamente e radicalmente il mondo della vita, invece di riferirsi a quello già fatto, fuori di loro (dove c’è una fidanzata che aspetta lui e, forse qualcuno che aspetta lei), lo costruiscano in un teatro vuoto, Venere in pelliccia4davanti a una platea deserta, dedicato innanzitutto a se stessi e forse anche a un pubblico lontano e possibile. Virtuosismo geniale, rarefazione assoluta, l’uomo e la donna si scambiano continuamente i ruoli, si provocano, si aggrediscono, si ribellano, si sovrappongono in un vero e proprio delirio di umanità…

Grande Polanski, probabilmente nel prossimo film metterà in scena un solo attore che reciterà il Verbo, come Dio.

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