Viaggio nel cinema italiano – Martin Scorsese: “il mio viaggio in Italia” (1999)

Il mio viaggio in Italia” (1999) – Il documentario di Martin Scorsese sul cinema italiano (scheda per la visione del film)
(marino demata). Delle oltre 4 ore di documentario possiamo purtroppo vedere nella edizione italiana solo una piccola parte, poco piu’ di 50 minuti suddivisi in tre filmati nei quali Scorsese commenta alcuni dei film che lo hanno particolarmente impressionato. Vediamo dunque le immagini e ascoltiamo il commento di Scorsese su Paisa’, Fabiola, La corona di ferro, Cabiria e poi Viaggio in Italia di Rossellini e L’avventura e l’Ecliesse di Antonioni. Scorre una ricca scelta di immagini e sequenze di questi film e si ascoltano le impressioni entusiaste e spesso commosse del regista americano, da sempre grande estimatore del cinema italiano e in particolare del neo-realismo, da lui considerato vera e propria rivoluzione della cinematografia mondiale.

Siciliano della terza generazione, fin dall’infanzia, come lui stesso ci racconta all’inizio del suo documentario, ha vissuto in una famiglia – come quasi sempre accade negli italo-americani – dove le tradizioni della terra di origine hanno una grande valenza ed un ruolo preponderante in particolare nell’educazione dei bambini.

Le tradizioni si tenevano vive anche attraverso la televisione che trasmetteva programmi appositi per la nutrita colonia di Little Italy e in particolare film italiani, anche se spesso – si lamenta il regista – con copie in pessime condizioni. Ma questo bastava per trasmettere a Martin e all’intera famiglia il fascino di un cinema assai diverso da quello che si era abituati a vedere nelle sale (per lo piu’ western dalla trama molto semplificata e scarna e dallo svolgimento spesso scontato). Un nuovo mondo si apriva agli occhi del giovane Martin, un mondo diverso e affascinante, il vero cinema rispetto ai western ripetitivi. Una emozione unica.
In uno dei filmati che abbiamo la possibilita’ di vedere, Scorsese afferma che inizialmente era stato fortemente impressionato dai film italiani in costume e in particolare Cabiria, un film muto del 1914 e Fabiola di Alessandro Blasetti del 1949. Entrambi erano ambientati nella antica Roma, la cui civilta’ e cultura non manco’ di esercitare un fascino particolare in Martin. E questo lui lo spiega con il paragone con la civilta’ americana e dice ad un  certo punto: in America siamo abituati a considerare la civilta’ come qualcosa che parte da…l’OK corral, mentre in Italia la civilta’ e’ tutto: essa parte idealmente dalle lotte per la sopravvivenza nel mondo dei gladiatori nel circo e i conflitti tra il potere imperiale e le prime comunita’ cristiane. In America, prosegue, non si potrebbe mai fare un film come Fabiola, alla stessa maniera con la quale lo fece Blasetti, con la grande sontuosita’ e ricchezza di scene. Si percepisce che e’ stato facile e naturale girarlo. In America sarebbe molto complicato.
Scorsese fu a tal punto colpito da questi due film in costume che confessa – come vedremo – di aver trascorso un intero periodo della sua giovane vita a collezionare fumetti che trattavano la storia di Roma. Una particolarita’: alcune delle serie di fumetti erano in latino con i sottotioli in inglese! Ma questo non gli bastava: collezionava anche immagini strappate dai libri di grammatica latina e alla fine gli nacque il desiderio di realizzare film epici tutti suoi. Comincio’ a disegnare degli story-board (anche se questo termine non era usato a quell’epoca), insomma dei piccoli finti film, unico modo per mettere su carta le proprie idee. I primi film sognati di Martin Scorsese!

Ma e’ con Paisa’ di Rossellini che Scorsese apre il discorso sul neorealismo ed e’ a proposito di questo film che il documentario piu’ nettamente diventa un bellissimo intreccio tra la storia del cinema italiano e la storia personale di Scorsese e della sua famiglia. Di Paisa’ infatti sceglie due episodi, quello dell’arrivo degli alleati in Sicilia e quello su Napoli. Sul primo episodio Scorsese non puo’ fare a meno di ricordare l’emozione dei propri nonni e genitori vedendo in TV quella parte di film girato nelle loro terre di origine. Ma questi ricordi si intrecciano alle prime importanti considerazioni sia sul valore artistico-cinematografico dell’episodio, sia sulla portata storico-epica della Resistenza e in particolare del sacrificio di una ragazza siciliana per salvare la vita di altre persone in lotta per la liberta’. “Nessuno si rende conto come e perche’ e’ morta quella ragazza. Ma noi lo sappiamo”.  Grazie a Paisa’! E sul toccante episodio girato a Napoli Scorsese si lascia andare ad una considerazione personalissima: se la mia famiglia non fosse emigrata in America, io potevo essere uno di quei bambini che si vedono nel film, abbrutiti dalla guerra e impossibilitati a fare altro che rubare ai militari americani.

Dove il discorso di Scorsese diventa meno personale e piu’ attento a formire importanti riferimenti e considerazioni critiche e’ nella parte denominata Da Rossellini ad Antonioni. Scorsese si sofferma su Viaggio in Italia di Rossellini, con Ingrid Bergman e George Sanders e, attraverso una ricca selezione di immagini, ne fa una analisi precisa ed una critica cinematografica preziosa, che lascia in ogni caso trapelare il suo grande amore e traporto per questo film, da lui considerato uno dei capolavori di Rossellini. Non ci sembra un caso se il lungo documentario di Scorsese e’ anche un omaggio al titolo di questo film; “Il mio viaggio in Italia”. Eppure, dice alla fine con amarezza Scorsese, questo film non piacque in Italia, fu un fisco di critica e di pubblico. E invece in Francia il film fu osannato da tutto il gruppo dei giovani cineasti che ruotavano attorno a Bazin e a Jacques Doniol-Valcroze fondatori nel 1951 della rivista Cahiers du cinéma e che daranno vita e linfa a quella generazione di giovani registi denominata “Nouvelle Vague”: Truffaut, Rohmer, Rivette, Godard, Chabrol e tanti altri. Sono questi giovani futuri registi a cogliere la grande portata innovativa presente nel film di Rossellini e ad esaltarne la cifra realistica, a chiamarlo in Francia, a tributargli quei riconoscimenti che l’Italia gli aveva negato per quel film.

Stesso metodo di analisi critica accurata attraverso le immagini Scorsese usa per la disanima di due film di Antonioni, L’avventura e L’ecclisse. Per il primo trova delle analogie con Viaggio in Italia, ma  non manca di rimarcare le peculiarita’ e le grandi innovazioni narrative e stilistiche del regista di Ferrara. Si sofferma sul valore spesso documentaristico delle scene di paesaggio (anche in questo caso la Sicilia), sulla schiera di personaggi secondari e casuali, e soprattutto sulla dinamica del rapporto tra i protagonisti, che culmina nell’ultima scena, Gabrile Ferzetti seduto su una panca e Monica Vitti in piedi accanto a lui, che conferiscono un senso di grande solitudine. Ma della trilogia di Antonioni, che comprende anche La notte, Scorsese ritiene che il film piu’ significativo sia l’Eclisse, nel quale individua una forte carica critica nei confronti della societa’ neo-capitalista, fondatrice di nuovi valori essenzialmente basati sul danaro e sul consumo e simboleggiata nel film dalle attivita’ all’interno della Borsa, ove stock broker e speculatori si lamentano per la concessione di ujn minuto di raccoglimento per commemorare un noto personaggio scomparso e dicono: qui in un minuto perdiamo milioni! Ma e’ soprattutto il lungo finale di L’eclisse che suscita l’ammirazione di Scorsese, un finale caratterizzato da un appuntamento che viene disertato sia da lui che da lei e che lascia pertanto la sequenza del tutto priva dei due protagonisti, mostrando invece i luoghi che essi avrebbero percorso e le cose che probabilmente avrebbero visto.
Nella parte finale di questa sezione Scorsese, con immagini di repertorio, si sofferma sulle drammatiche condizioni di Cinecitta’ durante e immediatamente dopo la guerra, che in pratica ne impedirono a lungo la utilizzazione dei teatri di posa. Il cinema aveva bisogno di uno scatto in avanti, di nuove creativita’ per poter risorgere. Resta non esplicitato, da parte di Scorsese, il nesso “materiale” e tecnico che indubbiamente e’ esistito tra la condizione di disagio e di impossibilita’ a girare film negli studi di Cinecitta’ e la nascita del neorealismo che, costretto a stare lontano dagli studi, si muovera’ nelle starde e appunto nella realta’ non solo per scelta ideologica, ma anche per stato di necessita’.

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