Philomena (2013) di Stephen Frears

Philomena
(bruno coppola) Quando di un film leggo che “si ispira ad avvenimenti realmente accaduti”, ho sempre una reazione di contrarietà perché non capisco la ragione dell’avvertimento: se un film, come un romanzo o come un dipinto, è frutto dell’ispirazione artistica dell’autore (e lo è, comunque lo è!), il fatto che le cose raccontate o rappresentate siano “veramente” avvenute non aggiunge né toglie niente, è più che altro una trovata pubblicitaria che dovrebbe avere un effetto promozionale sullo spettatore, come a dirgli “guarda, non ho inventato niente, è tutto accaduto realmente, la mia fantasia non ha avuto alcun effetto, puoi goderti la realtà effettuale!”, ma, mi viene da rispondere mentalmente, “della realtà effettuale a me non importa un piffero, io non sono venuto a vedere quello che è accaduto ma proprio quello che tu hai costruito, cioè inventato, non entro nei tuoi processi creativi, voglio limitarmi a vederne gli effetti”.

E’ un argomento complesso e controverso, come è facile immaginare, quello che riguarda la cosiddetta “invenzione” (la medievale “inventio” da “invenio”, trovo: ritrovamento di qualcosa che c’era e s’è perduto o creazione ex nihilo di qualcosa che prima non c’era?), mi è tornato alla mente quando ho visto Philomena, i cui titoli di coda ricordano appunto che il film “è tratto da una storia vera”.

La storia vera riguarda la lodevole abitudine di alcuni istituti religiosi irlandesi di vendere al migliore offerente i bambini nati, illegittimamente, dalle ragazze ospiti, alcune delle quali, divenute adulte, cercano disperatamente di rintracciare il frutto delle loro viscere, sottoponendosi ovviamente allo strazio di una ricerca spesso inutile, qualche volta sconvolgente: è la storia di Philomena, che, si racconta nel film, dopo cinquant’anni dal parto decide di mettersi alla ricerca del figlio con l’aiuto di un giornalista, visto che le suore dell’istituto le dicono che un incendio ha distrutto i documenti e che loro non sono in grado di fornire informazioni sulle persone a cui il bambino fu affidato.

Inizia così il viaggio (si scopre che il bambino è stato venduto a degli americani) di Philomena attraverso l’America alla ricerca di qualcuno che forse è morto, forse è vivo ma indisponibile a ricordare e essere ricordato, forse è diventato un’altra persona, ecc.

La questione della “verità” degli accadimenti però nel film non è una mera trovata pubblicitaria, perché il giornalista che si è accollato la responsabilità di accompagnare Philomena nella sua ricerca ha un contratto con un’editrice che lo sovvenziona a patto che lui scopra e fornisca una storia scrivibile e leggibile, che stuzzichi la curiosità del pubblico e faccia vendere la rivista che la ospita. Ecco che, in questo caso, la questione del “realmente accaduto” trova una conferma all’interno della trama del film, quando l’editrice commenta la scoperta della morte per Aids del cinquantenne “bambino” con un “questo sì che funziona con i nostri lettori!”.

Qui c’è un raddoppiamento della realtà, come un’eco che permetta di giudicare la realtà in base alla sua raccontabilità, rovesciando la posizione iniziale: non è più il racconto ad essere godibile per la sua realtà ma è la realtà ad essere godibile per la sua raccontabilità.

Il film è molto ben fatto.

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