“I pugni in tasca” (1965) di Marco Bellocchio – Film e scheda critica


(marino demata) “I pugni in tasca” e’ l’opera di esordio di Marco Bellocchio, che aveva appena 26 anni quando il film usci’ nel 1965. La notazione e’ importante perche’ negli anni ’60 era molto piu’ difficile dirigere un film da giovane o giovanissimo, ed era piu’ faticoso affermarsi anche per condizioni oggettive. Oggi, come ci ricorda Scorsese nella lettera alla figlia Francesca di pochi giorni fa, ma ormai gia famosa, e’ molto piu’ agevole per un giovane armarsi del necessario e provare a girare un film. Tutt’altro discorso e’ ovviamente riuscire a fare un buon film. Ci e’ riuscito ad esempio il canadese Xavier Dolan, che a 24 anni ha presentato quest’anno a Venezia addirittura il suo quarto film, collezionando, per tutti e quattro messe di premi e riconoscimenti.

Con grande coraggio dunque Bellocchio esordisce con un film shock per quei tempi, un film che, per la sua carica corrosiva e contestatrice, anticipa di qualche anno quelli che saranno contestazioni ed obiettivi del 1968/69.
La storia e’ ambientata nella campagna del piacentino, in una casa rurale ove vive una famiglia della borghesia agraria, che subito ci appare come un mondo chiuso, incomunicabile all’esterno e ancora di piu’ al suo interno, ove i vari componenti, la madre cieca, e i quattro figli nutrono odi, invidie e rancori l’uno verso l’altro. Eppure a nessuno sfiora l’idea di abbandonare mondo rurale e famiglia e prendere la propria strada, tranne che ad Augusto, il primogenito, che, uguale agli altri nel fastidio che gli procura quel tipo di famiglia, reagisce manifestando la volonta’ di uscire definitivamente da quel mondo recintato e chiuso. Gli altri si sbranano ma sembrano non poter fare a meno l’uno dell’altro, non poter fare a meno di far parte di quello starno, ma pure cosi’ tipico “gruppo di famiglia in un interno”.  Si aggiunga a questo che si tratta di una famiglia tarata dall’epilessia: ove addirittura il figlio minore e’ pieno di problemi e sembra si sia fermato nella crescita psichica. Ma il perno intorno a cui ruota tutta la storia e’ Sandro, interpretato da un grandissimo Lou Castel, che diverra’ poi vera e propria icona del cinema francese e italiano degli anni ’70. Affetto da epilessia e da un forte complesso di inferiorita’,  vuole dimostrare innanzitutto a se stesso una sicurezza che gli dia fiducia nei suoi atti e compie azioni folli, anche con la complicita’ della sorella.
Film teso e nevrotico come i personaggi che illustra, neppure un fotogramma risulta inessenziale: tutto il film e’ rivolto ad uno sbocco ove si consuma emblematicamente la tragedia di una famiglia, di un ceto, di un mondo.  Si, perche’ la carica “eversiva”, quella che sara’ esplicitata dai movimenti del ‘68/’69, nel film si rivolge gia’ contro i valori  considerati “sacrosanti” della famiglia, che e’ un istituto che il regista sembra considerare in disfacimento, e della societa’ borghese con i suoi falsi modelli e riferimenti, ove si conta e si vale qualcosa solo se si e’ utili e produttivi.
Film chiuso, quasi claustrofobico nella descrizione della follia entro le mura domestiche, regge al confronto con celebrati film di Ingmar Bergman, rappresentando sicuramente uno dei prodotti migliori e piu’ avanzati del cinema pre-sessantottino, ove Bellocchio non esita a confezionare il prodotto che vuole senza compromessi, anche a costo di dare pugni nello stomaco e dire quel che pensa con la piu’ grande e sfrontata franchezza. E’ un’opera di grande innovazione di contenuti ma anche di linguaggio. Bellocchio in parte manterra’ le promesse presenti in questo film, in altri lavori successivi che sicuramente sono rimarchevoli. Ma questo resta a mio giudizio una vera pietra miliare nella storia del cinema italiano per il suo carattere dirompente, per la sua carica innovativa, per il suo linguaggio gelido accompagnato nel contempo da una grande energia espressiva.
Il film fu acclamato un Francia e in Germania come un ulteriori prodotto maturo della gia’ apprezzatissima cinematografia italiana dell’epoca.

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