Il cinema e’ sguardo. Il cinema e’ occhio.

Occhio

(chiara novelli: “Occhio interno” – Firenze Biennale 2013)

(marino demata – appunti da sviluppare) Gli Stati, le polizie, l’antiterrorismo hanno scoperto con molto ritardo l’importanza dell’occhio: alcuni millenni dopo la scoperta della sua importanza da parte dell’Arte. Ed ecco che oggi, quando si arriva ad esempio negli USA, alla dogana (o immigrazione) daranno uno sguardo molto fugace al passaporto e si soffermeranno con attenzione all’occhio: un raggio individuera’ e leggera’ le sue caratteristiche confrontandole in pochi attimi con quelle dell’occhio di possibili terroristi, indesiderabili, ecc.
Per la verita’, in maniera molto meno sofisticata, gia’ da molti anni, chi si fosse presentato ad un posto di confine con un paio di occhiali scuri da sole veniva invitato a togliersi gli occhiali per confrontare il volto completo e quindi comprensivo della visione degli occhi, con la foto del passaporto.  Infatti nel film di P. Garrell “La naissance de l’amour” i due protagonisti in auto si fermano alla frontiera fra Francia e Italia e la guardia doganale chiede a Lou Castel che e’ al volante di svegliare Jean Pierre Leaud, che dorme al suo fianco e lo fa dicendo una sola parola: “gli occhi!”  L’auto puo’ ripartire verso le mete italiane solo dopo che gli occhi sono stati aperti e controllati.
Le arti da millenni invece hanno scoperto l’importanza degli occhi. Ed anche il cinema, forma artistica piu’ recente, si fonda per sua essenza sugli occhi, sullo sguardo che immediatamente evoca altre facolta’, altre funzioni. Come tutte le arti che non a caso vengono definite “visive”, il cinema e’ essenzialmente fondato sull’attivita’ dello sguardo, essendo prevalentemente un linguaggio che comunica attraverso le immagini.
Ma lo sguardo non e’ mai ricezione passiva delle immagini. E meno che mai puo’ esserlo nel cinema. Lo sguardo al cinema e’ memoria e capacita’ di organizzazione. Un grande regista, Wim Wenders, una delle menti piu’ lucide del cinema di oggi,  ha riflettuto su questo dato ed ha affermato che “lo sguardo e’ ancora capace di creare un ordine in un mondo sempre piu’ confuso”.
Il cinema dunque e’ innanzitutto l’occhio del regista, come questi vede e interpreta la realta’, la organizza in una sequenza di immagini, scegliendo le inquadrature migliori che meglio riflettono il suo punto di vista, in una continua mediazione e “fare i conti” col rapporto tra l’occhio e la tecnica.
Il cinema e’ anche l’occhio dello spettatore, che osserva dal suo punto di vista, ma anche con la propria emotivita’, i propri sogni, le proprie aspettative in un processo di identificazione o rifiuto delle immagini che appaiono al suo occhio.
Per questo motivo l’occhio dello spettatore non si identifica con l’occhio del regista. Ma c’e’ anche un motivo tecnico di questa mancata identificazione: allo spettatore non appare cio’ che il regista vede, ma il prodotto finito e complesso. Ad esempio di fronte ad una scena che appare di fronte al suo occhio il regista puo’ scegliere di filmare in campo lungo, breve, in primo piano, in primissimo piano o anche in tutti questi modi insieme in sequenza. Lo spettatore osserva dunque non  quello che il regista ha visto, ma soprattutto le modalita’ con le quali questi ha operato quella selezione di riprese, scene, montaggio e tutto l’insieme della tecnica disponibile che danno un senso compiuto e personale alla sua storia e alla sua opera.
In ogni caso, visto dal lato del regista o dello spettatore, il cinema e’ essenzialmente occhio, perche’ e’ un linguaggio per immagini, o essenzialmente per immagini. “Pochi forse riflettono sul fatto che le immagini sono piu’ importanti della storia narrata nel film, ma e’ cosi: “(Wim Wenders)
Quello che in realta’ unisce veramente lo spettatore al regista e’ propriamente la voglia di vedere, di osservare, di muovere lo sguardo e scrutare. E’ il “peccato originale”, o “magnifica ossessione” su cui si fonda il cinema: il voyerismo.

 

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