“Gran Torino” (2008) di C. Eastwood – La nostra recensione

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(marino demata & chiara novelli). Per una strana combinazione di eventi il primo film che proiettiamo a Firenze nel 2014 e’ “Gran Torino” di Clint Eastwood, che per le tematiche trattate e il clima che vi si respira rappresenta un ideale prolungamento della lunghissima serie di film sull’emigrazione che e’ stata l’ossatura della nostra stagione dello scorso anno.
Film sull’emigrazione, dunque: un fenomeno conosciutissimo in America, tanto conosciuto visto che l’America e’ nata proprio cosi’, attraverso l’emigrazione da altri Paesi, con tutti i suoi problemi e i suoi interrogativi, in  gran parte non ancora sciolti.
Nel film,, del 2008, Clint si mette in gioco anche come attore per interpretare un ruolo che sembra perfetto per lui, per proseguire con un nuovo personaggio quell’impegno contro i pregiudizi e contro le tare ataviche che caratterizzano il ventre molle di un’America dura a morire. Tare e pregiudizi contro i quali si sono impegnati altri suoi famosi personaggi, quelli per intenderci di “Un mondo perfetto”, Mystic River”, “Million dollar baby”, “Challenging”, e poi, qualche anno dopo, “J. Edgar”.
Nel caso di “Gran Torino” i pregiudizi sono appunto quelli razziali: il personaggio, Walt Kowalski, un polacco appena reduce dalla guaerra di Corea e colpito dalla improvvisa scomparsa della moglie, vive una vita di gran-torino_image3solitudine, anche per il pessimo rapporto con i figli, aggravata da tutto il complesso di problemi che un reduce da una lunga guerra lontano dal proprio Paese si porta con se. Inoltre il vivere in una tipica periferia urbana in un quartiere prevalentemente popolato da immigrati asiatici lo rende irascibile e intollerante e gli conferisce atteggiamenti razzisti.
Eppure le aggressioni e i maltrattamenti cui sono oggetto i suoi vicini immigrati da parte di bande di teppisti locali fa scattare in lui qualcosa: innanzitutto la consapevolezza che il “troppo” e’ stato superato. Anche per lui. Anche per la sua radicata intolleranza verso la diversita’, verso gli immigrati. Da qui comincia nel film un lungo percorso interiore che coinvolge tutti gli aspetti del personaggio creato e interpretato da Clint. Innanzitutto la constatazione che dopo tutto c’e’ piu’ vicinanza e consonanza con questo gruppo di immigrati vicini di casa che con i propri figli viziatissimi ed ostili. Si tratta di persone che hanno problemi fondamentali ed anche storicamente molto sentiti nella societa’ americana: la propria sicurezza e quella della propria casa, l’incolumita’ personale, la impossibilita’ di vivere una vita tranquilla, giusta…
Da queste riflessioni, dallo spettacolo della violenza cui sono esposti gratuitamente i propri vicini, nasce il lungo viaggio di Kowalski, attraverso il quale egli progredisce dall’intolleranza alla solidarieta’. Come affermato dallo stesso Eastwood a chi gli chiedeva del senso di “Gran Torino”, “Walt è uno che all’inizio insulta tutti, come spesso fanno quelli della sua generazione, apostrofa i vicini immigrati, che non conosce nemmeno, con pesanti affermazioni razziste, non riesce a trattenersi, fino a quando diventa il loro più strenuo difensore.” (C. Eastwood – Intervista a Repubblica.it 04/12/2008). In effetti questi immigrati della casa accanto sono portatori di valori che non hanno svenduto all’occidente. Al contrario, si tratta di valori che sono risuciti a conservare, mentre e’ l’occidente che li ha completamente rovesciati a favore del consumismo e della violenza. Per cui Kowalski (significativo: lo stesso nome del violento personaggio di Marlon Brando in “Un tram chiamato desiderio”) che all’inizio ha solo due passioni, la sua bellissima auto e le armi, gradatamente trova una ragione in piu’ per vivere e per morire.
Siamo in presenza di uno dei personaggi piu’ complessi e completi creati da Clint. Qualcuno ha evocato a questo proposito il ricordo dell’Ispettore Callaghan, adattato ai tempi. Ma in realta’ Clint Eastwood non e’ tipo da citarsi addosso o da evocare sue precedenti esibizioni: si tratta invece di un personaggio nuovo, umanissimo perche’ fragile nelle sue negativita’ e nei suoi preconcetti, capace pero’ di lasciarsi scoccare una scintilla dentro di se’ per rimettersi in discussione, per trovare nuova linfa, per cambiare completamente registro. grantorino4
Film asciutto nei movimenti di macchina, montaggio, film di protagonisti ma corale, film sconsolato, di un’ America fatta di separazioni, lacerazioni ma a cui Walt trova il punto di convergenza in un cammino di rinnovamento nel sacrificio di amore e redenzione che inverte il viaggio, riportandolo a una virata che andrà infine, dalla morte alla vita.
Film di sguardi, come il grande cinema sa essere, “Gran Torino” non a caso ha nel titolo la marca di un’auto che puo’ essere solo guardata, ma non adoperata. Film di sguardi che cambiano prospettiva: dagli sguardi torvi e preconcetti di tutta la prima parte del film, a quelli gradatamente piu’ compiacenti, piu’ complici, decisamente piu’ sereni. Film di sguardi attraverso i quali si osserva la morte che e’ presente all’inizio e alla fine del film, e la vita, che si snoda ancora piu’ misteriosa nel mezzo….

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