Viaggio nel cinema italiano: “In nome della legge” (1949) di Pietro Germi – La nostra recensione

 

(marino demata). Tratto dal  romanzo di Giuseppe Guido Lo Schiavo, “Piccola pretura”, “In nome della legge” rappresenta uno dei primi lungometraggi di Pietro Germi, che si cimenta per la prima volta con le problematiche sociali e civili della Sicilia, sulle quali ritornera’ poi con “Il cammino della speranza”.  E’ la storia di un giovane magistrato settentrionale inviato in prima nomina in una pretura siciliana, che diventa presto per lui un vero e proprio fortilizio per una impossibile lotta alla mafia e ai potentati locali, impersonati soprattutto dal barone Lo Verso, tra l’altro padrone della solfatara che da lavoro a tutti. La chiusura della solfatara da parte del barone, motivo che ricorrera’ anche nel piu’maturo “Il cammino della speranza”, getta il giudice nella disperazione e sull’orlo della rinuncia ad una lotta troppo impari. Solo l’assassinio del piccolo Paolino, il ragazzo che lo aveva aiutato fin dal primo momento, induce il giudice a restare e a continuare a portare avanti la sua lotta per la giustizia.
Girato in pieno periodo neo-realista, il film in realta’ se ne discosta visibilmente, malgrado le formali adesioni del regista a quel movimento, i cui influssi sono visibili nel film in maniera marginale, come nella scelta di utilizzare per molte parti attori non professionisti del luogo. Certamente e’ lontana dai canoni del neo-realismo la curata e raffinatissima messa in scena e la ricchezza del racconto, sorretto da una bella sceneggiatura curata da nomi che diverranno famosi: Fellini e Monicelli!
A proposito di questo film, non esente da difetti e definito da una parte della critica “sociologicamente poco attendibile” (Morandini), uno degli aspetti piu’ interessanti e’ l’evidente l’influsso del cinema americano e in particolare del genere western che fa capo a John Ford, a tal punto che “In nome della legge” e’ stato definito il primo film western italiano. Le modalita’ del western sono presenti soprattutto nella storia che vede l’eroe solitario in lotta contro un sistema illegale, che ha prosperato nel vuoto delle istituzioni, fatto di soprusi e sopraffazioni a danno degli strati  piu’ deboli e indifesi della popolazione. La riproposizione di questo schema classico caro al genere western e’ impreziosita dalla recitazione di Massimo Girotti, che si ispira chiaramente al genere e agli eroi del west, nel modo di porsi di fronte ad una realta’ totalmente ostile e perfino negli sguardi con i quali il giovane pretore sfida i suoi nemici. Anche i grandi spazi ampiamente utilizzati da Germi in molte sequenze del film ricordano da vicino gli spazi desertici che fanno da scenario nei film di Ford: in particolare essi sono funzionali per sottolineare l’isolamento e la solitudine della figura del pretore, ove l’ostilita’ sembra essere non solo appannaggio delle persone ma anche della natura, fin dall’arrivo del pretore in una stazione ferroviaria completamente deserta, che anticipera’ analoghe situazioni presenti poi nei film di Sergio Leone.
E’ stato rimproverato a Germi, in particolare da Leonardo Sciascia, il finale  un po’ ambiguo e nel quale probabilmente il regista non e’ riuscito a “smarcarsi” dal romanzo che sta alla base della storia, e che costituisce poi il limite di origine del film. Che, cio’ malgrado,  restera’ un punto di riferimento per opere successive, anticipando di molti anni quel genere tutto italiano di film di denuncia sociale e civile, che avra’ in Francesco Rosi uno degli autori piu’ brillanti e convincenti.

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