“Miele” (2013) di Valeria Golino – Scheda del flim in proiezione lunedi prossimo 03 febbraio ore 20.30 a Firenze Circolo Arci Boncinelli

MIlele

(chiara novelli).”Miele”, esordio alla regia di Valeria Golino, è tratto dal romanzo evento di Mauro Covacich che pubblica qualche anno addietro sotto lo pseudonimo di Angela Del Fabbro, anche un titolo diverso, “Vi perdono”. Si perdono nel film le asprezze della scrittura e si ritrova Irene, nome in codice Miele, data l’illegalità della sua professione, una delle protagoniste dei racconti, che del testo conserva la forza vitale, netta, nel far attraversare la linea che separa la vita dalla morte ai suoi pazienti. Il tema è quello del suicidio assistito. Per Irene è l’atto estremo della sua ricerca del senso della vita, un senso che le sfugge, che le si nega, a cui lei risponde con la sua guerra personale. Dando la morte. Il giudizio sull’opera prima di Valeria Golino, da lei voluta fortemente tanto da produrla assieme al compagno Riccardo Scamarcio, visto il rifiuto di tutti i produttori a trattare in Italia questo tema, è controverso. Il film è coraggioso, mai esce dal robusto confine delle scelte della protagonista, dalle sue complessità, emblema di un irrisolto che è la morte, ma che, in realtà è la vita stessa, come ce lo ricorda Marcela Serrano nei suoi scritti: “…noi donne, fatte per dare la vita e chiudere gli occhi ai morti…”, e tale è lei, Irene. Personaggio arcano, ancestrale nel suo accompagnare le persone a morire, ma assolutamente di oggi. Seria e bambina, con profonda cognizione del dolore. Fa scelte estreme per forzarsi a sentire, per cercarsi e partorirsi, sforza anche il suo corpo allo sport in una volontà androgina di capirsi. Tenta così un lento e costante logoramento in quella ricerca del principio femminile che è il forzare le soglie: le fa male il cuore, ma vuole tenere in piedi la sua sfida, che le

costa sempre più sforzo, più ostinazione, fino a che arriva l’elemento di crisi, la tenaglia finale, lo strappo liberatore che la scaglia fuori da una ragione ormai esaurita: la sua vita era già altrove ma ancora non lo voleva vedere. Nel film è l’ingegnere Carlo Grimaldi(Carlo Cecchi), portatore dell’altro estremo di Irene, la morte per la morte. Da qui parte un altro viaggio dentro se stessa, quello che porterà la nostra protagonista là dove aveva sempre cercato e negato di essere: in un rapporto, forse, di rinnovata pienezza con se stessa e col tutto? Non si può evitare di parlare di questo film e non parlare della politica in Italia che non solo impedisce la diffusione della cultura, ma con un film come questo, selezionato alla “Un Certain Regard” del festival di Cannes, ma portatore di un tema chiave su cui gli italiani non devono interrogarsi, fa di tutto perché non venga fatto, fa poi campagna contro di esso, come anche contro il poco fortunato “La bella addormentata” di Marco Bellocchio che si concentrava sul caso Englaro, ma non solo. C’è una parte del paese che però non vuole smettere di pensare, a cui il film si rivolge, e che ha risposto. Cinema nuovo quello della Golino fatto di libertà e di perfetta visione decisionista, dove gli attori erano già nella testa della regista mentre sceneggiava assieme ad altre due scrittrici: questo li ha fatti sentire uno con lei, davanti a una macchina da presa che si muove senza portare tensione e dove tutto accade esattamente come già era. E la cosa che ricorre spesso nel cinema delle donne.

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