“Hereafter’ (2010) di Clint Eastwood – La nostra recensione

 

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(marino demata) Da una magistrale sceneggiatura dell’inglese Peter Morgan, che gia’ aveva firmato lo script di Frost/Nixon e, per il regista inglese Stephen Frears, lo script di The deal, sul rapporto tra Tony Blair e Gordon Brown e successivamente anche la sceneggiatura di The Queen/La regina, i diritti di Hereafter furono acquistati, non senza qualche esitazione, dalla Dreamworks per farne un film. La regia fu offerta a Clint Eastwood, che dopo le rituali trattative accetto’ l’incarico, affascinato da una materia che non aveva mai trattato prima di allora, inserendo la sua casa produttrice, la Malpaso Production nei credits del film.hereafter-406472_0x410
Hereafter significa letteralmente “L’aldila’” e cioe’ cio’ che c’e’ dopo la morte. In realta’, a ben vedere, la morte non e’ mai stata del tutto estranea alle opere di Clint Eastwood: dall’ironico sguardo del pistolero dei film di Leone, che lo porta a scrutare tra le tombe negli sperduti e scalcinati cimiteri del West, fino alle grandi prove di regista, dove i suoi personaggi, potremmo affermare proprio in tutti i film, devono fare i conti con la morte: la morte riparatoria di ingiustizie di “Mezzanotte nel giardino del bene e del male”, che rimette in equilibrio i piatti della bilancia della famosa statuetta simbolo dell’intero film, a “I ponti di Madison County”, ove la morte porta al disvelamento dei segreti e dei sentimenti della protagonista, a “Million Dollar baby” (premiato con ben 4 Oscar), ove il regista affronta il problema della morte come rimedio estremo per una vita che non valga piu’ la pena di essere vissuta se procura solo afflizioni e degrado della persona, a “Mystic River”, ove la morte aleggia dalla prima all’ultima sequenza, fino a “Gran Torino”, che si apre e si chiude con due scene di funerali.
In Hereafter pero’ la morte ha direttamente a che fare con tutti personaggi che in un modo o nell’altro ne hanno fatto una qualche esperienza: George (Matt Damon) è un operaio americano che ha un rapporto speciale con l’aldilà, e’ un sensitivo che riesce suo malgrado ad instaurare un rapporto con chi non vive piu’, Marie (Cécile de France) una giornalista francese che ha avuto una terribile esperienza tra la vita e la morte, sommersa per pochi lunghissimi istanti dallo tsunami, che ha sconvolto tutte le sue certezze e Marcus (George McLaren e Frankie McLaren) uno studente londinese che ha perso la persona che gli era più vicina, il fratello gemello,  e cerca disperatamente delle risposte. Le loro storie finiranno con l’intrecciarsi in un finale che non ha nulla di teatrale, ma che invece stupisce per la sua misurata semplicita’.hereafter1
Eppure,  paradossalmente, proprio questo film che parla piu’ di altri direttamente del problema della morte, in realta’ ha come soggetto principale la vita, e si pone la domanda: cosa e’ la vita per chi abbia in un modo o nell’altro avuto gia’ a che fare con la morte? Per George la possibilita’ di colloquio con chi  non vive piu’ non e’ u n dono (come sostiene il fratello che cerca di trarre vantaggio da questa situazione), ma una sorta di dannazione che gli impedisce di vivere una vita normale; per Marie l’esperienza dello tsunami resta un ricordo indelebile e sconvolgente , assieme alla convinzione di avere in quella circostanza varcato, sia pure per qualche attimo, il confine tra la vita e la morte e dunque per lei nulla sara’ piu’ come prima: per Marcus la morte ha portato via la persona piu’ cara e vicina, il suo fratello gemello, lasciandolo con tanti dubbi e tanto bisogno di chiarimenti, che il sottobosco di ciarlatani, mestieranti della morte, non potranno sciogliere prima dell’irruzione nella sua vita dello stesso George.
Come sempre nell’ultimo decennio e oltre di regie eccellenti, Clint Eatwood si accosta con grande misura e straordinario equilibrio a queste problematiche e come sempre ci fa capire di non avere in tasca la ricetta pronta  ne’ la carta della verita’. E come sempre il grande regista ci inocula dei dubbi che in qualche modo mettono d’accordo credenti e non credenti. Lo spettatore e’ il destinatario dei dubbi che il regista manifesta ed e’ l’unico deputato a dare le proprie risposte, sulla base delle proprie sensibilita’ culturali e non certo dei suggerimenti che Clint, facendo come sempre dei passi  indietro nel territorio della riservatezza e della discrezione, rifiuta giustamente di offrire.hereafter-still
Il quadro che viene fuori e’ quello di un film che ha il coraggio di affrontare una tematica di grande spessore, per la quale sarebbe facilissimo sbagliare, andare oltre le righe, e dove invece Eastwood riesce a conservare quella misura e perfino quella levitas che sono le caratteristiche essenziali delle sue regie piu’ riuscite.
Tra le note piu’ liete non possiamo mancare di sottolineare la straordinaria interpretazione di Matt Damon, finalmente in un ruolo capace di esaltare le sue capacita’ migliori. Eastwood ha creduto fortemente in lui, avendolo gia’ avuto come suo attore nel film Invictus dell’anno precedente, a tal punto da interrompere la lavorazione del film per aspettare che Damon completasse un altro film per il quale aveva un contratto precedente.
L’altro aspetto da sottolineare e’ l’insieme delle ricorrenti citazioni da Charles Dickens, che come e’ noto pure si accosto’ ad un certo punto della sua carriera di scrittore al paranormale: ebbene e’ proprio nel nome di Dickens che la storia narrata da Eastwood volgera’ al suo epilogo, ad un rinnovato e del tutto terreno equilibrio.

 

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