Viaggio nel cinema italiano – Cinema on-line – “Strategia del ragno” (1970) di Bernardo Bertolucci

(marino demata)  Liberamente ispirato dal racconto “Tema del traditore e dell’eroe” di Jose’ Luis Borges, “La strategia del ragno’ rappresenta il primo film “maturo” e consapevole di Bernardo Bertolucci, dopo le prove contraddittorie, anche se non prive di accenti molto interessanti, del pasoliniano “La comare secca”, e delle successive opere “Prima della rivoluzione” e “Partner”. 

Dopo la morte del padre Athos Magnani, trucidato dai fascisti nel 1936, il figlio dell’eroe che si chiama anch’egli Athos (un Giulio Brogi perfetto nella sua doppia parte di padre e figlio) giunge per la prima volta a Tara, piccolo villaggio nei pressi di Parma, chiamato da Draifa (Alida Valli), amante dello scomparso, con l’intenzione di scoprire la verità sulla morte del padre. Da tre vecchi amici del padre viene a sapere del fallimento dell’attentato organizzato contro il duce a causa di una spiata, della confessione, del tradimento e dell’assassinio direttamente richiesto e voluto dal colpevole per mano degli amici onde, con la morte, influire più decisamente sulla coscienza collettiva: Athos Magnani senior fu un traditore o un eroe? I cittadini di Tara sono dei vigliacchi o dei convinti socialisti? Athos jr. rinuncia a capire, e vuol ripartire. Ma da tempo non passa più alcun treno.
Innanzitutto la scelta della location: Tara e’ un paese immaginario e rappresenta per la prima volta per il regista il rifiuto di girare a Parma, sua citta’ natia, e lo strappo verso una cultura paterna ingombrante proprio come quella di Athos padre nei confronti del figlio. Bertolucci dice: “Tara rappresenta la rinuncia a Parma, forse perche’ il bisogno di condannare la cultura paterna io l’ho sentito in nodo particolare e credo sia presente un po’ in tutti i miei film.”  In realta’ Tara e’ Sabbioneta, la cittadina, o citta’in miniatura costruita dai Gonzaga non lontano dalla loro Mantova: grande teatro all’aperto, ma Tara – guarda caso – e’ anche il nome della tenuta deglo O’Hara in “Via col vento”, e’ la dimora dei re d’Irlanda e soprattutto simboleggia un limite, quello rappresentato dalla soglia dell’inconscio.
A Tara inizia per Athos figlio la ricerca della verita’: il padre e’ stato traditore ed eroe ad un tempo?  Ma Athos padre e’ stato veramente ucciso dai fascisti nel corso di un mancato attentato durante la rappresentazione del Rigoletto, cosi’ come vuole l’immaginario collettivo che si e’ impossessato di questa versione dei fatti costruendovi sopra una immagine eroica plasticamente evidenziata dal monumento commemorativo e dal circolo culturale a lui dedicato? Come in puzzle Athos figlio riesce ad avvicinarsi alla verita’, che e’ piu’ complessa di quanto si pensasse e gli consegna una immagine del padre come traditore ed eroe ad un tempo, il cui eroismo “costruito” consiste nel farsi uccidere per riscattare il tradimento e a un tenpo per creare una immagine eroica che serva ai suoi concittadini e a quanti si nutrono della memoria antifascista. Athos e’ dapprima indignato del comportamento del padre ed e’ sul punto di rivelare tutto. Ma poi desiste da questo proposito, perche’ non sarebbe giusto sporcare una memoria collettiva costruita dopotutto col sacrificio della vita. Decide dunque di andare via, ma, come si diceva sopra, a Tara/Sabbioneta non passano piu’ treni. La stazione di Tara e’ diventata, rispetto alle immagini iniziali del film, un luogo surreale, ove i binari sono invasi dalle erbacce e dove quindi Athos figlio e’ costretto a restare, metaforicamente prigioniero di quella rete che i padre, proprio come un ragno, gli ha tessuto intorno.
Si parlava di questo film come la prima prova veramente matura di Bertolucci. Si tratta infatti di un’opera che presenta una varieta’ e ricchezza di piani di lettura. Il primo di essi e’ costituito proprio dalla riflessione sul mito e sulla sua utilizzazione nel creare la cultura di un popolo e la memoria collettiva. Il sacrificio volontario del padre costituisce ormai un elemento fondante della cultura collettiva di una intera comunita’ e non si puo’ distruggere. Alla fino lo capisce Athos figlio che rinuncia a rivelare a tutti come siano andate effettivamente le cose e in questo senso il film imbocca la strada di un racconto di formazione ove si passa lentamente dalla collera impulsiva al freddo e pacato ragionamento di rinuncia ad una verita’ che nessuno vorrebbe mai sentire.

Il secondo piano  di lettura e’ quello psicoanalitico e riguarda i rapporti tra Athos figlio e la figura ingombrante del padre-eroe che schiaccia la sua personalita’. Tara, il teatro ove si e’ svolta l’epopea del padre-eroe diviene in questa chiave di lettura il simbolo dell’inconscio, di quella fitta ragnatela di  condizionamenti del passato che ci impediscono di essere veramente noi stessi. E quando nella surreale scena finale Athos figlio torna alla stazione per prendere il treno e andare via e scopre che treni non ne passano piu’ e che i binari sono pieni di erbacce, si rendera’ conto che, fuori di metafora, non si fugge il proprio passato, ma con esso bisogna fare i conti, se si vuole veramente disvelare a se stessi la propria identita’.

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