VIaggio nel cinema muto: “Il Gabinetto del Dott. Caligari”(1920) di Robert Weine

(chiara novelli)Film horror muto del 1920 (Das Cabinet des Dr. Caligari), diretto da Robert Weine nasce dalla sceneggiatura di Karl Meyer e Hans Janowitz, l’uno di Graz e l’altro praghese, entrambi soldati della Grande Guerra a causa della quale Mayer trascorse un periodo in un ospedale psichiatrico. La Germania, che allora si chiamava Repubblica di Weimar, era infatti appena uscita dalla disastrosa sconfitta nella Prima Guerra Mondiale, dove aveva perso una intera generazione a, seguito della quale, fu sottoposta, da parte delle potenze alleate, ad un regime di pesantissime riparazioni sottoforma di mutilazioni territoriali e pecuniarie, che finirono per metterne in ginocchio un’ economia già ridotta allo stremo e iniziarono a creare i presupposti per l’affermazione di un movimento altamente populista quale poi fu il nazionalsocialismo. Entrambi gli scrittori conducono una vita tormentata di intellettuali contro l’autoritarismo delle stesse autorità prussiane, promotrici di una società che trasformava gli individui in automi, nei confronti delle quali il film era stato pensato per rappresentare una sorta di denuncia politico-sociale che venne però mitigata dalla trovata onirica finale, senza peraltro inficiare la potenza stessa del messaggio. Ma la sceneggiatura del Dott. Caligari prende corpo da una singolare esperienza di Janowitz: un giorno, seguendo a una fiera ad Amburgo una donna che lo aveva colpito, sentì nel parco una risata, era di un uomo inquietante nascosto nella radura. La donna sparì, ma l’indomani scoprì che era stata uccisa e, quando andò a visitarne il feretro, riconobbe l’uomo della risata, probabilmente l’assassino, che, a sua volta, riconobbe lui. Nel film la storia è il racconto delle gesta di un sinistro e folle scienziato da baraccone, il Dottor Caligari, che custodisce in una cassa di legno un giovane sonnambulo di nome Cesare, in grado di predire il futuro, che di giorno espone come fenomeno da baraccone presso le fiere di paese e di notte utilizza per compiere efferati omicidi. Il finale sorprenderà. L’opera realizzata è considerata il simbolo del cinema espressionista di cui reca le caratteristiche principali del movimento, ne segna l’apoteosi e apre una nuova cinematografia. È il gioco del tema del doppio e della difficile distinzione tra visione e realtà: deformazione del visibile cui è correlata a una riflessione sulla verità dove ogni uomo porta il suo male, che ci ricorda il pensiero del tardo Nietzche e, il tutto, portato all’interno di una scenografia, realizzata in cartone, che reca chiare le disarmonie dell’incubo. Lo smarrimento, la pazzia, il terrore, si specchiano perfettamente sui volti dei protagonisti, verso i quali la cinepresa viene mantenuta costantemente fissa, così come l’ambientazione, costituita da forme irregolari,

distorte, appuntite, come appartenenti a un mondo irreale e fantastico, vuole essere la rappresentazione del panorama mentale di un folle, allucinante viaggio nella geometria non euclidea, con spigoli appuntiti, ombre minacciose, strade serpentine che diventano vicoli ciechi, specchio, nel corso della narrazione, della mente malata che sarà poi di ognuno dei protagonisti, disarmonia della psiche di ogni uomo che ora, scopre il lato oscuro del rimosso inconscio. Queste strutture distorte, queste forme allungate, queste vie labirintiche, questi angoli enormemente “acutizzati”, ci conducono in seno all’angoscia, all’inquietudine che, dietro tutta una teoria di linee oblique e ondulate, andava sviluppandosi già da qualche anno nelle sperimentazioni pittoriche di Munch, di Kirchner, delle scenografie futuriste. Il film si presenta come una radicale esperienza nel regno della visione, come una negazione forte della tradizionale impressione di realtà del cinema, depurato di ogni parvenza naturalistica e trasformato in una scena deformata, dove lo spazio della città e quello della fiera restituiscono allo spettatore un intrico cifrato in cui i gesti, gli oggetti e le persone acquistano una nuova profondità e accedono all’orizzonte delle maschere, con l’intento di creare una bidimensionalità che chiude ogni ambiente su se stesso: luoghi che devono ispirare una sorta senso claustrofobico. Ma nonostante ciò la corposità della terza dimensione è sensoriale, grazie alla mimica teatrale degli attori resa in modo fotografico dall’uso dei primi piani dove i personaggi recitano col volto pesantemente truccato, in particolare il sonnambulo, sempre gli occhi cerchiati di nero. Scene quindi come quadri viventi, cubisti e gotici, immaginifici e surreali. Ma il precorrere i tempi e i gusti che è de “Il gabinetto del Dr. Caligari” non si limita soltanto al solo discorso visivo. La trama, originale (anche il sonnambulo del film un po’ ricorda e “anticipa” nello schermo il mostro del Dr. Frankenstein), si basa su continui passaggi e intersecazioni a più livelli, spaziali e temporali, tra i piani del reale e quelli dell’irreale, tra ambienti vissuti e immaginati, tra estensione e introspezione – come in una stanza di specchi deformanti: tutto è ambiguo e straniante, o insano sogno maligno. Film-enigma, attorno a cui è cresciuta una leggenda che ci svela una struttura complessa, coordina elementi compositivi variegati in un quadro di grande coerenza formale, garantita dalla regia consapevole di Robert Wiene con cui precisa i caratteri del cinema espressionista: “Per l’artista espressionista ciò che è esterno è apparente. Egli intende piuttosto rappresentare ciò che è interiore. […] Attraverso l’espressionismo noi comprendiamo come la realtà sia irrilevante e come l’irreale sia potente: ciò che non è mai esistito, ciò che è stato solo percepito, la proiezione di uno stato d’animo verso l’esterno”. Il film doveva inizialmente essere girato nientemeno che da Fritz Lang, cui però venne

preferito in un secondo momento lo stesso Wiene, il quale in seguito non riuscì più ripetersi a tali livelli di ispirazione e a replicare il successo di questa sua pellicola, un successo clamoroso fin dall’ anteprima che si tenne a Berlino nel Febbraio del 1920 e, proprio in questi giorni, il 26 febbraio, ne ricorre quindi l’anniversario. La lunghezza del film varia nelle varie versioni e fu restaurato dal Bundesarchiv-Filmarchiv Koblenz. Le musiche sono dell’italiano Giuseppe Becce.