Viaggio nel cinema italiano; “La ricotta” di P.P.Pasolini – Piccolo capolavoro in preparazione del Vangelo secondo Matteo

(marino demata).  Se quest’anno celebriamo i 50 anni da “Il Vangelo secondo Matteo”, lo scorso anno (2013) e’ stato il cinquantesimo anniversario della non-uscita nella sale cinematografiche de “La Ricotta” di Pier Paolo Pasolini. Il film fu al centro di una  clamorosa vicenda giudiziaria che si concluse con la condanna del regista a quattro mesi di reclusione con la condizionale per “vilipendio alla religione di Stato” e naturalmente col sequestro del film avvenuto il 1’ marzo 1963, dieci giorni dopo la prima, in maniera clamorosa e plateale, allorche’ i carabinieri fecero irruzione, su ordine del Procuratore della Repubblica Di Gennaro, nel cinema Corso a Roma sequestrando materialmente la pellicola. Per inciso l’intera vicenda giudiziaria si concluse poi con la assoluzione in appello per il regista nel maggio del 1964 “perche’ il fatto non costituisce reato”.
Al di la del furore sanfedistico e neo-fascista dei censori, la Ricotta rappresenta un piccolo grande film, ricco di significati, colmo della poesia e dei contenuti filosfici e politici di cui era portatore lo scomodo regista e poeta. A mio giudizio una grande opera.
Il film nelle iniziali intenzioni di Pasolini doveva essere un  di lunghezza normale, il terzo film dopo Accattone e Mamma Roma. Fu poi il produttore Bini a convincere Pasolini a farne un film breve, di circa trenta minuti, da collocare all’interno del film ad episodi chiamato Rogopag (dai nomi dei 4 registi dei 4 episodi: Rossellini, Godard, Pasolini, Gregoretti). 
La ricotta si pone subito come un film su un film. Infatti e’ la storia di un tentativo di girare un film sulla vita di Cristo e quindi la grandezza di Pasolini consiste qui nell’accostare e giustapporre in maniera spesso volutamente stridente e  dissacrante due piani di narrazione: innanzitutto le squallide vicende della troupe, la pletora di comparse affamate, primo tra tutti la comparsa del ladrone buono, dal nome assai significativo, Stracci, con le loro miserie e contraddizioni, gli attori con i loro capricci spesso grotteschi. L’altro piano di narrazione e’ costituito dalle scene del film sulla passione di Cristo, ove Pasolini tende a riprodurre in un tableau vivant manierista la Deposizione di Pontorno e l’omonimo capolavoro di Rosso Fiorentino. Lo stacco tra i due piani narrativi e’ ottenuto attraverso lo stacco tra il bianco e nero delle scene del set e il colore delle scene del film sulla Passione di Cristo. 
Cio’ che in primo luogo impressiona e’ l’irrompere per la prima volta in film di Pasolini della tematica della borghesia. Le prime due opere, Accattone e Mamma Roma, avevano avuto al loro centro il sottoproletariato, il mondo delle borgate, della miseria e delle miserie, un mondo in via di estinzione visto dall’interno. Con La ricotta assistiamo invece per la prima volta ad una vera dialettica e interazione tra il mondo sottoproletario e l’autoriproducente classe borghese e qui Pasolini puo’ espirmere quello che pensa di questo mondo non senza accenti fortemente provocatori. Il regista del film sacro, interpretato da Orson Welles (fortemente voluto da Pasolini, letteralmente a tutti i costi, e’ il caso di dire!), risponde ad quattro domande di un giornalista in questo modo:
“Che cosa vuole esprimere con questa sua nuova opera?” 

“Il mio intimo, profondo, arcaico cattolicesimo.” 

“Che cosa ne pensa della società italiana?” 

“Il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante d’Europa.” 

“Che cosa ne pensa della morte?” 

“Come marxista è un fatto che non prendo in considerazione”

Il regista-Orson Welles, dopo aver letto una poesia di Pasolini (“Io sono una forza del passato…), e tenendo tra le mani il libro Mamma Roma, dice ancora al giornalista: “Lei non ha capito niente perché lei è un uomo medio: un uomo medio è un mostro, un pericoloso delinquente, conformista, razzista, schiavista, qualunquista. Lei non esiste…”
E aggiunge che se il giornalista fosse morto  in quel momento avrebbe fatta una cosa utile al lancio del film ed anche a se stesso, perche’ avrebbe assunto un valore, sarebbe esistito finalmente. Infatti “il capitale non considera esistente la manodopera se non quando serve la produzione… e il produttore del mio film è anche il padrone del suo giornale… Addio.”
Pasolini ben sapeva che il suo film avrebbe ricevuto qualcosa in piu’ che semplici aspre critiche da parte dei benpensanti, del mondo borghese-cattolico e delle agguerrite frange clerico-fasciste. E tuttavia aveva voluto mettere nei titoli di testa la didascalia: “Non è difficile predire a questo mio racconto una critica dettata dalla pura malafede. Coloro che si sentiranno colpiti infatti cercheranno di far credere che l’oggetto della mia polemica sono la storia e quei testi di cui essi ipocritamente si ritengono i difensori. Niente affatto: a scanso di equivoci di ogni genere, voglio dichiarare che la storia della Passione è la più grande che io conosca, e che i testi che la raccontano sono i più sublimi che siano mai stati scritti”.  I censori e i giudici non consentirono mai la proiezione della integrale didascalia all’interno dei titoli di testa, neppure quando imposero tagli e manipolazioni per consentire dopo mesi lo sblocco del film, che naturalmente sarebbe diventato un’altra cosa dalle intenzioni originarie del regista. Fu consentita la proiezione della didascalia solo dimezzata, perche’ in particolare faceva scandalo quella parola “ipocritamente” che mondo cattolico e censori non potevano assolutamente tollerare. 
La verita’ e’ che Pasolini aveva toccato due nervi scoperti: il mondo ufficiale cattolico, con le sue “ipocrisie”, dal regista denunciate apertis verbis, e il mondo borghese, in particolare nella intervista al regista-Orson Welles nella citata frase sull’uomo medio che e’ “è un mostro, un pericoloso delinquente, conformista, razzista, schiavista, qualunquista…”.  Una definizione brutalmente vera ancora oggi e che all’epoca la borghesia non poteva tollerare proprio perche’ non poteva non riconoscersi in essa. Dunque due nervi scoperti di carattere prevalentemente politico-classista che nulla avevano di irreligioso o blasfemo e nulla a che vedere avevano con l’accusa del processo di “vilipendio alla religione di Stato”. In realta’ il vero vilipendio di cui surrettiziamente fu accusato Pasolini, dietro il paravento della religione di Stato, fu il vilipendio all’ipocrita mondo clericale ed alla borghesia.  I censori apertamente attaccarono dunque quei due elementi del film: la didascalia iniziale e l’intervista brutalmente anti-borghese al regista-attore Orson Welles. Naturalmente poi l’accusa si sostanzio’ invece  con le scene del film in cui la parte a colori, con la ricostruzione della passione di Cristo, era alternata con le volutamente sguaiate scene delle comparse e degli attori, in un tutto che fu giudicato blasfemo e offensivo per la religione. Ma di fatto certamente meno offensivo probabilmente dei due punti in questione citati! E anche nell’episodio del buffet affollato di produttori e giornalisti, realizzato sotto le croci ove si doveva poi girare la morte di Cristo  l’intenzione dell’autore e’ con molta evidenza non quella di offendere la religione, ma al contario, ancora una volta stigmatizzare “in una manciata di secondi lo spirito superficiale e consumistico che anima il senso religioso borghese”. E anchequesto per il mondo clericale e borghese era troppo.

In ogni caso  il Procuratore della Repubblica Di Gennaro defini’ il  film come “il cavallo di Troia della rivoluzione proletaria nella città di Dio”.

La Ricotta costituisce una sorta di prologo all’opera successiva di Pasolini, “Il Vangelo secondo Matteo”, girata subito dopo le brevi parentesi di “la rabbia” e  “Comizi d’amore”. Dunque ideale preparazione al “Valgelo secondo Matteo’, ove, come dice Stefano Murri, “ assistiamo ad una recupero del senso del sacro del tutto esente dal supino senso di ritualita’ vuota a cui e’ stato ridotto in questa societa’., …contro il quale Pasolini di li a poco ralizzera’ il suo Vangelo secondo Matteo.”

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