La città dell’ArteCinema: “L’amico americano ” (1977) di Wim Wenders – Si proietta a Firenze lunedi 31 marzo 2014 a Villa Bandini

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(marino demata) Il film si proietta lunedi 31 marzo 2014 ore 21.00 a Firenze, Villa Bandini, Sala Paradiso, via di Ripoli 118. Ci sono autori di romanzi che hanno particolare fortuna nel riuscire  ad ispirare numerosi film. E’ certamente il caso di Patrizia Highsmith e del suo “Ripley’s game”, un romanzo, che è stato il punto di riferimento di  numerose versioni cinematografiche. Già Hitchcock si era cimentato col racconto precedente di Patricia Highsmith, dal tema non dissimile a quello che sarà il più maturo “Ripley’s game”, ed aveva dato vita a quell’autentico capolavoro del 1951, “Strangers on a Train” (in Italiano prima titolato “L’altro uomo” e poi, nella successiva edizione, “Delitto per delitto”), nel quale troviamo tutti gli ingredienti che saranno caratterizzanti il più celebre romanzo successivo della Highsmith, quali il tema del doppio, dello scambio di delitti da parte di persone al di sopra di ogni sospetto, il tema del conflitto fra bene e male. Direttamente a Ripley’s game si ispira invece Renè Clement col film “Delitto in pieno sole”, ove vengono accentuati i motivi del cinismo del protagonista, interpretato da un Alain Delon in stato di grazia che proprio da quella performance trarrà slancio per una carriera cinematografica inarrestabile. Il film di Clement, col suo geometrismo, si caratterizza per la perfezione con la quale il protagonista organizza il delitto e si da una blindata e invidiabile copertura, per esser poi tradito solo dal caso.

Al film di Clement è stata spesso paragonata l’edizione di “Ripely’s game” diretta da Anthony Minghella nel 1999 col titolo italiano “Il talento di Mr. Ripley”ed interpretata da Matt Damon e Jude Law, che pur essendo per alcuni critici ancora inferiore alla edizione diretta da Renè Clement, si è però meritate ben 6 nomination all’Oscar e numerosissimi altri importanti riconoscimenti.
Anche Liliana Cavani nel 2002 si cimenta col romanzo della Highsmith per una edizione di “Ripley’s game” girata in Veneto, nelle ville palladiane, intitolata “Il gioco di Ripley”, per la quale la regista chiama quale protagonista un “mostro sacro” quale John Malkovich. L'amico_americano_dennis_hopper_wim_wenders_014_jpg_faqx
Al romanzo “Ripley’s game” si accosta nel 1976 Wim Wenders col film “L’amico americano”, che rappresenta a nostro giudizio la interpretazione del romanzo della Highsmith più originale e più scopertamente piegata alla visone del mondo del regista. La prima originalità di fondo consiste nel collocare i due protagonisti in due mondi assolutamente diversi, quello classico tedesco, compassato, pieno di regole e tradizioni, e quello americano, spregiudicato, sregolato, aperto al nuovo e al rischioso. Due mondi interpretati dai due protagonisti dai quali non è certo impossibile intravedere la metafora di due differenti cinematografie alle quali Wim Wenders è costantemente attratto, come tra due poli. Wenders in questo caso coglie l’occasione per ribaltare e rovesciare i segni e le funzioni degli stereotipi narrativi del genere poliziesco: “I luoghi e le figure del cinema classico (i gangster, le pistole, gli omicidi, i frequenti cambiamenti di ambientazione) sono puri segni convenzionali, espedienti retorici che perdono il loro fascino perché raffreddati dal distanziamento della rivisitazione intellettuale” (F. D’Angelo, Wim Wenders. Pag. 87). Le modalità stesse dell’omicidio, che ritorna per ben tre volte nel film, sono spiazzanti e assolutamente non in sintonia col genere classico, dal quale Wenders prende apertamente, e con abbondanti dosi di ironia, le distanze.
“L’amico americano” è il frutto del primo grande impegno finanziario del regista tedesco, teso in tal modo, con questo sue settimo lungometraggio,  a raggiungere un pubblico molto più vasto e di carattere internazionale, che in precedenza: ciò fu reso possibile dal successo del suo film precedente, “Nel corso del tempo”, che gli fornì i mezzi  per questo ambizioso progetto. L'amicoamericano5
Fresnais sostiene che “L’amico americano” è un intrico di indizi e di tracce, come amano scoprirne i criminologi, ma che moltiplicano all’infinito le piste possibili”. E la prima pista è offerta dal titolo stesso del film, un titolo che può essere letto, come suggerisce lo stesso regista, anche in senso ironico: cioè l’improvvisa ed inaspettata amicizia tra due esser assolutamente eterogenei e distanti, abitanti di due mondi e addirittura due continenti diversi, eppure attratti l’uno all’altro dalla comune segreta paura della morte, che è anche angoscia dello stare al mondo. Jonathan (Bruno Ganz), il modesto corniciaio di Amburgo, che il destino di una grave malattia, i cui contorni vengono artatamente aggravati da Ripley (Dennis Hopper) non accetta del tutto la sua condanna a morte lenta. Vede in Ripley quello che manca a lui: la spregiudicatezza e l’intraprendenza, mentre Ripley sembra attratto dalla tranquillità familiare che caratterizza la vita del corniciaio. Logico che tra i due si instauri un rapporto a filo doppio, e il sottile filo conduttore di questo rapporto rappresenta sicuramente una delle novità più piacevoli di questra edizione del romanzo della Highsmith, che si sostanzia in scene bellissime ove emerge “l’ambigua complicità – fatta di silenzi, sguardi, emozioni più che di parole o gesti di affetto – che lega i due nella lotta contro il comune nemico interiore.”
L’altra protagonista del film è la morte, “la regola senza eccezioni”, che è il primo titolo che Wenders avrebbe voluto dare al film, prima di pervenire al titolo definitivo, che sottolinea invece l’aspetto dell’amicizia. L’idea della morte scuote Jonathan come una “sciabolata che prima lo annichilisce, poi lo scuote da cima a fondo”. Ma anche lo spregiudicato “amico americano”, il cinico Ripley, che sembra da solo dettare le regole del suo “gioco”, in realtà è in amicoamericano3balia della morte. Quando la missione sarà stata compiuta, i gangster saranno stati eliminati e lo stesso Jonathan sarà andato incontro al suo destino, si abbatte su Ripley un senso di vuoto e di morte che è anche smarrimento definitivo della propria identità. Non a caso Ripley dirà al proprio inseparabile registratore: “So sempre di meno chi sono io e chi sono gli altri”.
In definitiva “L’amico americano” rappresenta uno dei capolavori di Wenders e certamente la migliore edizione del romanzo della Highsmith: un giallo e un poliziesco dissacrati, attraverso il ribaltamento di quei generi classici, non per programmatico anti-hollywoodismo, ma perché l’interesse di Wenders è tutto incentrato non sull’intreccio poliziesco, ma sul modo “di descrivere i pensieri della gente, o di descrivere la vita che conducono, creando nello stesso tempo una tensione ed una osservazione attentissime”. Tutto questo fa di “L’amico americano” una delle opere più significative (ancorchè meno conosciute)  di Wim Wenders ed un autentico capolavoro del cosidetto “Nuovo cinema tedesco”.

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