“Nymphomaniac” – Volume 1 (2013) di Lars Von Trier

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(bruno coppola) Preceduto da un gran battage pubblicitario in cui, come sempre, è difficile distinguere la volontà promozionale e commerciale dalla critica e dall’analisi, è arrivato nelle sale il film “Ninphomaniac”, o almeno la sua prima parte (la seconda sarà visibile tra qualche settimana). Il clamore è stato determinato dal tema che tratta il film e dalle immagini esplicite e reiterate di corpi umani non solo senza veli ma anche intenti in pratiche sessuali che non lasciano nulla all’immaginazione.

Dico subito, a scanso di equivoci, che si tratta di un gran bel film che approfondisce come pochi il problema della sessualità vissuta fino in fondo e senza le remore e le inibizioni organizzate normalmente dalla vita civile, dalla convenienza e dal pudore, talvolta perfino autentico; una sessualità, per giunta, vista attraverso gli occhi di una donna che si autodefinisce ninfomane.

 Presentata magistralmente da una lunga scena di avvicinamento si vede, in mezzo a unNynphoa piazzetta buia, deserta, bagnata di pioggia e illuminata fiocamente solo da qualche fanale, una donna riversa sul selciato con sul viso e sul corpo chiari segni di percosse. Passa un vecchio, le si avvicina, cerca di aiutarla, le offre di chiamare un’ambulanza, ma la donna, per quanto le sue condizioni non le permettono neppure di parlare distintamente, fa cenno di no, che non ce n’è bisogno e prova ad alzarsi, aiutato dal suo soccorritore che alla fine la porta a casa sua e la depone su un letto.

Dopo un tempo imprecisato la donna riprende coscienza di sé e del mondo che la circonda; il vecchio ha preparato qualcosa di fumante in una tazza almeno per riscaldarla, poi si siede accanto al letto e le chiede chi e perché l’ha ridotta così, lei, rifocillata e un po’ rinfrancata, esita a lungo prima di sussurrare che è una lunga storia che richiederebbe molto tempo a raccontare e molta pazienza ad ascoltare, ma sembra che al vecchio che vive da solo nella vecchia casa non manchino né l’uno né l’altra.

E così la donna inizia il racconto della sua vita di ninfomane, dalla prima infanzia, quando sperimenta il piacere fisico inondando di acqua il pavimento del bagno per strisciarci voluttuosamente sopra “come un rana”, all’adolescenza, quando decide di liberarsi del peso e del fastidio della verginità, ricorrendo a un giovanotto che esegue il compito rapidamente e brutalmente, alla giovinezza, quando si dedica finalmente e totalmente alla ricerca del piacere del corpo in tutte le sue dimensioni e possibilità, infine alla prima maturità quando, intenta per nymphomaniac-vol-1-top-10l’ennesima volta ad accoppiarsi con un uomo scopre, e urla, di non sentire più niente, di non provare sensazioni… qui finisce la prima parte del film.

L’uomo ha ascoltato con attenzione e rispetto, spesso ha commentato il racconto di lei con argomentazioni delicate e profonde, più volte ha fatto osservare alla donna, con dolcezza e pacatezza, che i giudizi spietati che ella esprime su di se e sulla sua vita non sono giustificati e che molto, se non tutto, potrebbe essere accettato e compreso con maggiore tolleranza e apertura mentale.

E’ molto simile a una seduta psicanalitica quello che avviene nella stanza semibuia in quella lunga notte.

 

Se “Bella di giorno” è certamente il precedente più illustre del tema, un altro film, pochi mesi fa nelle sale cinematografiche, “Giovane e bella”, ha riproposto, forse con minore drammaticità e attitudine filosofica, il tema di una sessualità femminile che non si limita a esprimersi nelle forme più comuni e accettabili: anche là una giovane donna (appunto “giovane e bella”) rinuncia frettolosamente alla verginità per poter dedicarsi a tempo pieno alla prostituzione, spinta non certo dal bisogno economico (appartiene a una famiglia agiata) né da una costrizione esterna (nessuno la obbliga a farlo), ma solo da uno strano impulso che lei stessa non riesce a spiegare (ma in verità non si sforza minimamente di farlo come se la cosa non la riguardasse per niente), benché sua madre cerchi in tutti i modi, anche con l’aiuto della psicoterapia, di farla aprire, convinta che la sua giovane vita sia stata Nymphomaniac-32-photo-by-Christian-Geisnaesirrimediabilmente sporcata e sprecata.

 Tutti e due i film fanno riferimento, dunque, all’impossibilità di spiegare in termini razionali, o almeno ragionevoli – e cioè sostanzialmente maschili -, la sessualità femminile soprattutto quando si presenta in forme così estreme, nel qual caso è davvero difficile ridurla, addomesticarla, ricondurla nei binari noti e scontati della cosiddetta normalità.

La “ninfomania” è una “semplice” patologia, come la droga, il tabagismo, l’alcolismo, la bulimia? E’ una dipendenza che va trattata e curata come una malattia? Chi ne soffre vorrebbe guarire, come il fumatore accanito o l’alcolista cronico o l’anoressica agli ultimi stadi, liberarsi di questa specie di condanna e divenire finalmente “normale”, cioè come tutti gli altri?

Non è così semplice: sia la protagonista di “Bella di giorno”, sia quella di “Giovane e bella”, sia questa di “Ninphomaniac”, non sembrano aver proprio nulla di malato, esse anzi usano consapevolmente il loro corpo come un’arma, approfittando del potere che la sua bellezza conferisce loro, agli occhi di uomini disposti a pagare o a commettere atti degradanti pur di ottenerlo in prestito, pur di soddisfarsi brevemente del suo uso, visto che di questo si tratta. Semplificando brutalmente, tutti praticano il sesso in un modo o nell’altro, accompagnandolo e giustificandolo di volta in volta con altri moti dell’anima, e dunque non è esso sintomo di malessere, ma la sua morbosa reiterazione, l’eccesso e la maniacalità con cui viene vissuto.

Ma non c’è solo questo: le dipendenze cui si faceva cenno sono in un certo senso autoreferenziali, sciolte nel rapporto che ognuno ha con se stesso, almeno nella sostanza (perché nella forma coinvolgono fatalmente altri), chi ne soffre vive in una solitudine tragica, in una sorta di interminabile desiderio di dissolvimento, di autodistruzione, di morte; le due donne del film, invece, non si limitano a praticare l’autoerotismo (quello che le renderebbe invisibili e le rinchiuderebbe in una semplice relazione con se stesse e con il proprio corpo), ma la sessualità, quella che si costituisce nell’unione con “l’altro”, dunque vivono il loro disturbo, se ancora vogliamo usare questo termine ambiguo, l’eccessività della loro sessualità incontenibile, in una relazione che si costituisce, di volta in volta, con un altro essere umano che funge da specchio, senza del quale non avrebbe senso. Non riguarda, insomma, soltanto loro stesse ma necessariamente e fatalmente anche altri, nell’unione dei corpi si realizza, bene o male, una relazione dentro la quale si scatenano tutti i conflitti tipici della relazione: attrazione, repulsione, competizione, gelosia, desiderio di dominio e di potenza, gusto della sopraffazione, della provocazione, fuga dalla solitudine e, nello stesso tempo, dalla compagnia di colui (o colei) che momentaneamente la riempie.

Dunque, se proprio di disturbo dobbiamo parlare (e siamo portati a farlo appunto dall’eccessività quantitativa e qualitativa con cui il comportamento si presenta, viene vissuto e viene mostrato al mondo), si tratta di un disturbo sociale, che, allora, non riguarda il singolo individuo ma la società intera con i suoi tabù e i suoi vizi, con i suoi bisogni e le sue paure e i suoi misteri.

Per tornare infine a “Ninphomaniac”, o almeno a quella parte del film che è stato al momento presentata (ovviamente sono molto curioso di sapere “come va a finire”, se, alla luce del seguito, queste osservazioni hanno ancora un senso) la donna che si autodefinisce ninfomane, pensando così di confessare un delitto, non è una criminale – dal punto di vista poliziesco e giudiziario – e neppure una “colpevole”, una “peccatrice” – dal punto di vista morale -, come pure a molti piacerebbe concludere per comodità e pigrizia, ma una che sconvolge l’ordine costituito per soddisfare un bisogno inquietante e destabilizzante, che non le appartiene del tutto perché si rispecchia nei bisogni non meno inquietanti e destabilizzanti degli altri, in particolare degli uomini che, come la povera Gertrude, sventurati (?), rispondono.

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