“Isla 10” (2009) di M. Littin per il ciclo America Latina ieri e oggi

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(marino demata). Ci siamo già occupati di Miguel Littin, questo grande regista cileno, capace da sempre di mantenere viva la memoria dei fatti storici accaduti nel suo Paese, dalle lotte per la terra, alle sanguinarie dittature, alla elezione democratica del Presidente Allende, al suo rovesciamento col colpo di Stato che portò al potere i generali di Pinochet, fino alla fine di quella stessa dittatura. Di questo grande regista, dalla vita tra l’altro estremamente avventurosa, ci siamo già occupati lo scorso anno, allorchè abbiamo voluto celebrare l’11 settembre cileno col suo film “La tierra prometida” del 1973 (proiettato prima del film di Troisi/Radford “Il postino”). Regista ISOLA_10_23e.phpdi 20 tra film e documentari, tutti incentrati sulla storia cilena, ha portato sempre, anche nella fiction, i valori della storia e il suo stile propenso al documentarismo e all’utilizzo frequente di riprese storiche di repertorio. Si parlava della sua vita avventurosa: lo è stata a tal livello che il grande scrittore e poeta Gabriel García Márquez, premio Nobel per la letteratura nel 1982, purtroppo scomparso solo pochi giorni fa, ha dedicato un romanzo alla più folle delle sue avventure, intitolato “Le avventure di Miguel Littín, clandestino in Cile”. Garcia Marquez infatti era rimasto affascinato dal coraggio e dallo spirito di avventura di questo regista, che, colpito da un mandato d’arresto permanente, ha intrapreso la rischiosa avventura di andare a vedere e filmare la vita cilena sotto la dittatura di Pinochet, dopo dodici anni di oppressione, violando a proprio rischio il mandato di arresto. Tutto questo avveniva nel 1985, con lo scopo…di fare il suo lavoro di regista militante, e cioè di girare, come in effetti riuscì a girare, 7000 metri di pellicola, realizzati con la collaborazione di tre troupe europee e di sei giovani della resistenza interna e riuscendo solo per caso alla fine a sfuggire in modo rocambolesco alla cattura da parte degli uomini di Pinochet. Il film che proponiamo come terzo titolo per il ciclo dedicato all’”America Latina ieri e oggi”, è per il momento l’ultimo realizzato da Littin nel 2009/10, “Isla 10” che fa riferimento ad un altro aspetto del periodo buio della dittatura dei generali di Pinochet: subito dopo l’11 settembre del golpe Pinochet fece rinchiudere l’intera classeisola 10-01dirigente di Unidad Popular sull’inospitalissima e gelida isola di Dawson, nell’arcipelago della Terra del Fuoco,.ex ministri del governo di Allende e intellettuali cileni di sinistra invisi al regime. Tra gli ex ministri troviamo Sergio Bitar, già Ministro delle miniere del governo Allende, a cui si deve il libro di memorie su quella terribile esperienza, da cui è stato tratto il film. E Sergio Bitar è appunto Isola 10, che da il titolo al libro e al film. Infatti i prigionieri venivano spogliati di tutto, anche del loro nome e dovevano chiamarsi con la parola isola seguita da un numero. Solo per un deciso intervento della Croce Rossa viene risparmiata la vita a questo gruppo di irriducibili seguaci di Allende, ma non vengono certo risparmiate le torture fisiche e psicologiche, i lavori forzati, le violenze, gli abusi e probabilmente le uccisioni. Il film, che si sofferma su singole storie e singoli episodi, più che sottolineare le violenze subite, tende invece a mettere a fuoco lo spirito di adattamento e soprattutto la dignità con la quale quel gruppo di intellettuali riesce ad affrontare quella prova così terribile. Una dignità talmente alta che finisce per non lasciare indifferenti alcuni dei carcerieri più sensibili, alcuni dei quali non esitano a fraternizzare coi prigionieri. I limiti del film sono a nostro giudizio due: il primo di tono generale, il secondo di scelta del taglio da dare al racconto. Sotto il primo aspetto, il film indugia troppo sulla routine della vita dei prigionieri e piega le scelte stilistiche  e perfino i colori sempre lividi e cupi dalla ambientazione della storia. Ma è soprattutto il secondo aspetto che determina qualche discussione e riflessione: si ha l’impressione che alla fine la scelta di Littin, pur nel quadro di una forte ennesima denuncia verso il regime di Pinochet, faccia una sorta di scelta “buonista” del materiale offerto dal racconto di Bitar. Il regista infatti, come si diceva, indugia sui rapporti umani che si determinano grazie alla lezione di dignità offerta dagli intellettuali verso i carcerieri e trascura un elemento fortemente polemico presente nelle pagine dello scritto da cui è tratto il film. Infatti il racconto di Bitar è incentrato non solamente sulla permanenza degli intellettuali all’isola di Dawson, ma anche al ritorno sull’sola molti anni dopo da parte di un  gruppo di sopravvissuti. Ebbene Bitar ci descrive molto ISOLA_10_u.phppolemicamente come tanti di quegli aguzzini che avevano vessato ex-ministri e intellettuali, coprendosi di infamie e forse anche di assassinii continuassero ad esser li, questa volta come impiegati del Governo democratico, essendo passati dall’una all’altra situazione senza rispondere per nulla dei propri soprusi. Di tutto questo non c’e’ traccia nella parte finale del film, e la fugace scena del ritorno di “Isola 10”/Bitar a Dawson è solo l’occasione per una breve riflessione sul periodo attraversato in quel luogo. Probabilmente Littin non ha voluto affondare le mani nella parte più polemica del racconto, eppure qualche interrogativo avrebbe potuto forse lasciarlo nel merito allo spettatore, soprattutto quello cileno che ancora si interroga sul come mai nel trapasso dalla dittatura al Governo democratico determinato dal referendum, a ben pochi degli amici di Pinochet sia stato presentato il conto delle malefatte, delle uccisioni, delle torture, delle persone scomparse che hanno caratterizzato quel periodo. Tutto questo ci fa venire in mente il modo diverso col quale si conclude il bellissimo film di Florestano Vancini, “La lunga notte del ‘43”, tratto dalle “Storie ferraresi” di Giorgio Bassani e dall’eccidio perpetrato dai fascisti ad un gruppo di antifascisti fucilati davanti alle mura del castello. Ebbene l’ultima scena del film è il ritorno a Ferrara, anni dopo la liberazione, di uno dei sopravvissuti di quel periodo, interpretato da Gabriele Ferzetti. Il caso vuole che questi incontri e riconosca in un bar di Ferrara proprio quel gerarca fascista (Gino Cervi), che aveva organizzato la cattura degli antifascisti, il plotone di esecuzione e la fucilazione. Vancini con grande vis polemica ci fa vedere  l’ex gerarca  tranquillo nel bar a discutere di calcio. Il film dunque si conclude con questa nota amara e polemica, che Littin, in una situazione abbastanza simile invece vuole risparmiare, pur essendo ben presente nel racconto di Bitar. Dunque alla fine ci si rende conto che Littin in Isola 10 riesce a dare il meglio di se quando tocca momenti di magica poeticità e lirismo, in particolare all’arrivo di una chitarra all’interno del gruppo dei carcerati, con la toccante esecuzione della canzona Cielito Lindo, e soprattutto la corsa di un figlio dietro il camion che sta riportando il padre al campo perché troppo malato per poter proseguire nel viaggio. Il film si è guadagnata la nomination all’Oscar come miglior film straniero. Prima dei titoli di coda possiamo leggere la didascalia:  “Gli uomini di Dawson vivono oggi integrati nella vita politica e culturale del Cile. La loro volontà è più forte dell’oblio.”  

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