Viaggio nel cinema italiano – I film on-line: “…E la nave va” (1983) di Federico Fellini

(by (Daylamarble)

(marino demata) Prima di ogni altro critico cinematografico, e al fine di evitare equivoci ed inutili discussioni, Fderico Fellini in prima persona avverte tutti noi a non cercare nel film significati reconditi ed oscuri, al di la di quello che egli chiaramente mostra attraverso le immagini, e cioè un viaggio in mare di una nave piena di bella gente, in parte incaricata e fiera di spargere le ceneri di una celebre cantante lirica in mare in prossimità di un’isola greca. Ma nave si ritrova ad un certo punto nel mezzo di un’azione bellica (siamo agli inizi della prima guerra mondiale) e viene affondata. E tra coloro che si salvano c’è anche un rinoceronte, che si scopre essere femmina e che darà alla luce un figlio: “Vorrei che negli ingressi del cinema venissero posti dei cartelloni con su scritto: ‘Non c’è nient’altro che quello che vedete’. Oppure: ‘Non sforzatevi di vedere che cosa c’è dietro, se no rischiate di non vedere neppure quello che c’è davanti’. […] Il film racconta semplicemente un viaggio in nave per disperdere al largo le ceneri di una celebre cantante degli anni ’20. Degli amici mi hanno detto che è un film terribile, che ha qualcosa di oscuramente minaccioso, mentre io credo che abbia invece una sua allegrezza di fondo. […] In E la nave va io ho espresso, più o meno sinceramente, più o meno artificiosamente […] il senso di smarrimento che c’invade. Il timore del peggio è uno stato d’animo o un presentimento con il quale conviviamo da lungo tempo e che non sembra destinato ad abbandonarci..” (Fellini. Raccontando di me, conversazioni con Costanzo Costantini, Editori Riuniti, Roma, 1996, pp. 182-185)
E ancora, sempre col tono bonario, ma di chi comunque vuole mettere le mani avanti, Fellini avverte che anche la ricerca di similitudini del rinoceronte col mostro sulla spiaggia nella scena finale de La dolce vita sarebbe priva di senso: “Non mi pare che il rinoceronte che naviga sulla ‘Gloria N.’ abbia nulla a che fare con il mostro che appare sulla spiaggia nel finale della Dolce vita. Un simbolo è tale in quanto non si può spiegare, in quanto va oltre il concetto, oltre la ragione, in quanto contiene degli elementi irrazionali o mitici. Perché mi si vuole costringere a spiegarlo? In ogni caso, il rinoceronte che è sulla nave, se ha un significato, questo significato va inteso in senso totalmente opposto. Il mostro di La dolce vita era uno specchio della degenerazione del protagonista, mentre il rinoceronte di E la nave va potrebbe suggerire un’interpretazione, ad esempio, di questo tipo: l’unico tentativo per evitare il disastro, per non precipitare nella catastrofe, potrebbe essere quello diretto a recuperare la parte inconscia, profonda, salutare di noi stessi. E’ in questo senso che si potrebbe spiegare la frase “farsi nutrire dal latte del rinoceronte”. Ma si tratta sempre di spiegazioni un po’ goffe, com’è goffo l’accostamento del rinoceronte al mostro di La dolce vita. Una fantasia, se autentica, contiene tutto, e non ha bisogno di spiegazioni”. (F. Fellini: Ibidem)
Ma sarà poi vero quello di cui ci ha avvertito in maniera così (o troppo) esplicita il regista?
Ho sempre dubitato, leggendo e rileggendo queste note felliniane, non della buona fede che sta alla base di esse, ma della oggettiva adeguatezza di esse a rendere pienamente conto della complessità e della ricchezza di significati che si celano e che qua e la emergono in questo film che è veramente difficile vedere, come avverte e vorrebbe l’autore, solo per quello che è e che appare. D’altra parte lo stesso Fellini, proprio in quelle note citate, non manca di fornirci alcune chiavi di lettura di tipo, se ci si passa il termine, “metafilmiche”, allorché afferma che nel film lui ha espresso “il senso di smarrimento che ci invade. E subito dopo che “il timore del peggio è uno stato d’animo…con cui conviviamo da tempo.”
E più avanti afferma che “l’unico tentativo per evitare il disastro, per non precipitare nella catastrofe, potrebbe essere quello diretto a recuperare la parte inconscia, profonda, salutare di noi stessi.”.  Di quale disastro e catastrofe sta parlando Fellini? Intanto il film si rifà al 1914, al tragico attentato di Sarajevo e allo scoppio del primo grande conflitto mondiale. Ma è difficile non allargare lo sguardo a disastri a noi ben più vicini o addirittura a venire, ove i disastri storicamente narrati, fino all’affondamento della nave, non possono non essere metafora di altri disastri, come abbastanza esplicitamente ci avverte l’Autore. Si tratta del disastro a cui Fellini stesso assiste inerte e di cui vuole in qualche modo essere testimone: lo scollamento della attuale società, enfatizzato ed amplificato da un uso non sempre proprio dei mezzi di comunicazione di massa, dai giornali, al cinema e alla televisione. Di fronte alla crisi di Sarajevo che porterà alla grande guerra, e di fronte alla crisi della attuale società che non si sa bene dove porterà,ma che non promette nulla di buono, lo stesso Fellini esplicitamente ci dice che c’è un’unica possibilità di salvezza: “recuperare la parte inconscia, profonda, salutare di noi stessi.” Insomma un ritorno alla parte più naturale e meno artificiosa e sovrastrutturale dell’uomo. Ma con quante speranze?
Sceneggiato dallo stesso Fellini e da uno dei suoi più fedeli collaboratori, Tonino Guerra, “E la nave va” è un altro film onirico del Regista, con delle peculiarità che ne fanno in certo senso un unicum: lo scorrere della vita sulla nave, lo scorrere della nave sull’acqua, resa con vari accorgimenti tecnici, lo scorrere della vita dei vari personaggi, primo tra tutti il giornalista Orlando, che intervista vari passeggeri della nave stessa e costruisce una nota umoristica del film, l’omaggio alla musica lirica, in passato trascurata da Fellini e della qual cosa qui il regista sembra voler fare ammenda (“” Per tutta la vita ho resistito a ciò che piace a tutti o che ci si immagina che piaccia a tutti. […] Da poco ho sviluppato un certo interesse per l’opera, ma è difficile ammettere di essere interessato a qualcosa a cui per anni hai veementemente negato qualsiasi importanza”. (Io, Federico Fellini, di Charlotte Chandler, Introduzione di Billy Wilder, Arnoldo Mondadori Editore, MI 1995). Queste solo alcune delle coordinate che è possibile ricavare da questo film così inusuale anche nel panorama felliniano.  Così come inusuale è l’incipit del film, tra i più riusciti della filmografia felliniana: una comica muta (trasparente omaggio a Chaplin) che piano piano dal bianco e nero si trasforma in seppia e poi si trasforma in splendido colore. Anche questo  Enrico Ghezzi tiene presente allorchè sostiene che questo film, assieme al Casanova, è un capolavoro assoluto della filmografia felliniana. (E. Ghezzi, Il Patalogo, 8-9, 1986), E altrove lo stesso Ghezzi accosta il Fellini dei due “capolavori”, Casanova e E la nave va, al cinema di David Lynch, perché come Lynch, anche Fellini è “produttore e scopritore di corpi e volti mostruosi e eccessivi che arriva anche lui ad una visione oscura, al colore annerito, alla stasi confusa”.  E per entrambi il luogo (deserto) è “un destino, una meta comune.” (E. Ghezzi, La cosa vista, 1, 1985, ora in “Paura e desiderio” pag 340). 

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