“Infanzia clandestina (Arg 2011) di B. Avila per il ciclo “America Latina ieri e oggi” a Firenze Vie Nuove

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(marino demata)  Argentina, 1979. In piena “guerra sporca”, Juan, 12 anni, e la sua famiglia tornano in patria, a Buenos Aires,  sotto falsa identità dopo aver trascorso diversi anni in esilio a Cuba. I genitori di Juan e lo zio Beto appartengono all’organizzazione dei Montoneros, in lotta perenne con la giunta militare al potere che continua a dare loro  la caccia. Non resta altro da fare che cambiare completamente nomi e identità e  quindi, per i compagni di scuola, compresa Maria della quale è innamorato, Juan dovrà chiamarsi Ernesto (facile da ricordare per il ragazzo perché è ilInfanziaClandestina nome del Che Guevara). Non dovrà mai dimenticarlo, a rischio di mettere a repentaglio la vita di tutti i suoi famigliari.

Robusta e originale opera di esordio del regista argentino Benjamín Ávila, il film si fa apprezzare per la sincerità e la freschezza con la quale la storia viene raccontata. Una storia che è anche in gran parte autobiografica, almeno per ciò che riguarda le ambientazioni ed alcune situazione nelle quali lo stesso regista, nel periodo buio della storia recente dell’Argentina, si è ritrovato: va ricordato a tale proposito che la madre dello stesso regista, legata ai Montoneros, era stata assassinata dai militari.  Dall’autobiografismo tuttavia il regista si distacca nei particolari della storia narrata: egli decide infatti di servirsi del suo vissuto da bambino nel periodo più duro della dittatura, per narrare una storia d’amore tra ragazzini.
Non mancano i riferimenti filmografici che hanno profondamente influenzato il regista. Egli afferma che “film come Papà è in viaggio d’affari di Emir Kusturica e La mia vita a quattro zampe di  Lasse Hallström, – per la maniera in cuiInfanziaCland rappresentano l’infanzia – uniti alla visione politica del cinema di Ken Loach e alla sensibilità narrativa di Krzysztof Kieslowski sono stati i miei riferimenti principali.”
Il piccolo Juan/Ernesto dunque si ritrova in un certo senso privato di una infanzia alla luce del sole ed è costretto ad una “infanzia clandestina”, ad oscillare tra due identità in un gioco più grande, complesso e rischioso di lui. Egli è un’anima divisa in due, tra il grande compito assegnatogli di mantenere sempre la falsa identità per non mettere a repentaglio la vita di tutta la famiglia, e la voglia e l’istinto della gioia di vivere spensieratamente, tipici di un dodicenne. L’intero film si gioca su questa contraddizione, che però non assume mai toni accentuatamente drammatici: anche quando nascerà l’amore per una sua compagna, il ragazzo sarà essere all’altezza della situazione.
Avila, per descrivere le scene più drammatiche e cruente si serve della grafica e di bei disegni e questo offre sicuramente un carattere di originalità alla sua opera prima, dandogli, anche nei momenti potenzialmente più tragici, un tocco di leggerezza.
Il film ha avuto una sua meritata notorietà e si è guadagnata la candidatura per l’Argentina quale miglior film straniero nella corsa per gli Oscar.

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