Pasolini ad Assisi – Intervento della prof. Gianna Galiano all’evento sui 50 anni dal “Vangelo secondo Matteo” del 4 aprile 2014

pasolini

 

(La prof. Gianna Galiano, laureatasi in  Lettere Classiche al’Universsità di  Bari, dopo una iniziale esperienza di insegnamento, decide di diventare Volontaria della Pro Civitate Christiana di Assisi, fondata da don Giovanni Rossi. L’attrazione per un Cristianesimo aperto al dialogo con i non credenti e con le altre culture e religioni, ha sostanzialmente caratterizzato il suo impegno nella preparazione dei CONVEGNI GIOVANI, nella  Cittadella  pensata da don Giovanni Rossi, come moderna Abbazia, crocevia di dialogo e di testimonianza. E’ tuttora impegnata nei Corsi di studi cristiani per il confronto costantemente aggiornato tra il messaggio cristiano e le scottanti tematiche della cultura contemporanea.)gianna galiano (1)

Breve presentazione della Cittadella ( don Giovanni Rossi l’ha ideata come una moderna Abbazia negli anni cinquanta; era giunto in Assisi nel Natale del ’39 con un gruppo di giovani con un grande progetto nel cuore:annunciare la Buona Notizia del Vangelo in dialogo con tutti gli uomini del proprio tempo e,in particolare, con quelli che si dicevano o si ritenevano lontani dalla fede).

Tre sono i punti focali della nostra originale Abbazia:la chiesina ricavata da un antico frantoio, impreziosita di opere d’arte, luogo di preghiera e di celebrazioni liturgiche,il settore dell’ospitalità per l’accoglienza,l’Osservatorio come complesso culturale,con una ricca biblioteca,una Galleria d’Arte Contemporanea in prevalenza cristologica e altro ancora…

Fin dagli inizi, Don Giovanni ,con i suoi Volontari/ Volontarie che egli volle laici ( un piccolo numero di sacerdoti) di età non superiore ai trenta, ciascuno con una laurea, oltre alla predicazione nelle varie città del nostro Paese,organizzava Incontri, Convegni per ogni settore sociale,culturale,artistico e religioso. In tale contesto si colloca anche il Convegno per i registi, gli attori, gli operatori del Cinema,alla vigilia degli anni Sessanta.

Pier Paolo Pasolini viene invitato al Convegno dei cineasti,in Cittadella,dal 1°/3 ottobre 1962;Egli però rifiutò di venire scrivendo testualmente :”non posso sopportare i farisei che usano la religione per i propri interessi.Se verrò da voi,ci verrò a Convegno finito”.E fu di parola.

 

A questo punto mi sembra opportuna la seguente digressione:

l’entrata in scena di Pasolini, in Cittadella, coincide con la vigilia di alcuni eventi storici particolari diciamo veri e propri spartiacque : l’arrivo in Assisi,di Papa Giovanni XXIII che si reca in pellegrinaggio, a San Francesco, in vista del grande evento del Concilio Ecumenico Vaticano II,dallo stesso Papa progettato e inaugurato l’11 ottobre 1962, quindi a distanza di appena una settimana (anche dall’arrivo di Pasolini in Cittadella).

 Tali eventi rallegrano in modo particolare Don Giovanni Rossi

e i Volontari/e, in quanto essi vi leggono una felicissima conferma del proprio carisma,della singolare vocazione,o per dirlo più chiaramente,del progetto di evangelizzazione, già  peraltro, decollato da alcuni decenni, con una straordinaria risposta di popolo nelle città e con l’arrivo ai Convegni in Cittadella, di personalità di grande spessore nei vari ambiti culturali,anche non credenti, che  si riveleranno come maestri di pensiero e di vita.Particolarmente frequentati i Convegni per i giovani che invadono letteralmente Assisi.

 Quando Pasolini approda in Cittadella,il 2 ottobre 1962,come ho già ricordato,Assisi è tutta un fremito di attesa per l’insolita visita del Papa.

Il 3 ottobre, con i Volontari Lucio Settimio Caruso, Paolo Scappucci e Guido De Guidi si reca in visita al Casolare delle

Piccole Sorelle di Charles de Foucauld,e rimane fortemente impressionato dalla loro scelta evangelica di vita di preghiera e di condivisione con i poveri .(cfr.Alessio Passeri in L’eresia cristiana di Pier Paolo Pasolini il rapporto con la Cittadella di Assisi,pag.19 e segg.ed.Mimesis Ed.MI-Udine; Giancarlo Zizola Don Giovanni Rossi “ L’utopia cristiana nell’Italia del ‘900,CE 1977).( Pasolini è impressionato dalle aperture della Cittadella e dirà provocatoriamente a Lucio Caruso: “ voi siete eretici?Come mai la Chiesa Cattolica vi riconosce?; e aggiunge: se il Cristianesimo fosse questo, forse molti lo accetterebbero”)

Ma veniamo alla “folgorazione”, all’idea generatrice del film.

La mattina del 4 ottobre Pasolini confida a Lucio Caruso di non aver passato “una buona notte”.La sera,a tavola, con don Giovanni, dice di aver letto e riletto il VANGELO DI MATTEO,“ E’ un testo letterario bellissimo, una sceneggiatura già pronta” e con scherzosa ironia aggiunge:”vostro delizioso, diabolico calcolo”, alludendo al Vangelo trovato sul comodino della sua stanza ( certo non sapeva che il Vangelo ,nella Cittadella, c’è in tutte le stanze).

 Nella lettera del febbraio 1963 a Lucio Caruso con cui aveva più confidenza, avendolo conosciuto per primo,comunica che dopo quella lettura “esaltante” del Vangelo di Matteo, gli è venuta l’idea di farne un film.E aggiunge testualmente: “Un’idea che da principio mi è sembrata utopistica e sterile.”esaltata” appunto.E invece no. Col passare dei giorni e poi delle settimane,questa idea si è fatta sempre più prepotente e esclusiva:ha cacciato nell’ombra tutte le altre idee di lavoro che avevo nella testa, le ha debilitate,devitalizzate.Ed è rimasta solo lei,viva e rigogliosa in mezzo a me. Solo dopo due o tre mesi quando ormai l’avevo elaborata e mi era diventata del tutto familiare, l’ho confidata al mio produttore ( Alfredo Bini) ed egli ha accettato di fare questo film così difficile e rischioso,per me e per lui” (cfr. Il Vangelo secondo Matteo – un film di P.P.Pasolini redatto da Giacomo Gambetti ,Garzanti 1964 pag.16)”Ora ho bisogno del vostro aiuto,di don Giovanni e dei suoi colleghi…” io non credo che Cristo sia Figlio di Dio,perché non sono credente,almeno nella coscienza.Ma credo che Cristo sia divino:credo che in lui l’umanità sia così alta, rigorosa,ideale, da andare al di là dei comuni termini dell’umanità…e ora la famosa affermazione che a tutti noi, 

Prevolontari e Volontari è rimasta impressa:” Vorrei che il mio film potesse essere proiettato nel giorno di Pasqua in tutti i cinema parrocchiali d’Italia e del mondo…” Spero tanto che abbiate fiducia in me.”

Si può senz’altro dire che la fiducia, la disponibilità a contribuire con le competenze bibliche esegetiche , con il confronto con gli studiosi di livello ,amici di don Giovanni e con lo stesso Papa Giovanni XXIII prima e Paolo VI dopo non sono mancate da parte ,appunto, della Cittadella.

 Viceversa,da parte di molti ambienti anche cattolici, si grida allo scandalo, si giudica immorale che un marxista, ateo, e per giunta omosessuale, diventi il regista di un film sul Vangelo. Molti, all’epoca, disdicono l’abbonamento alla nostra Rivista ROCCA.

 Non saranno meno tenere le banche ( i presidenti di cinque importanti istituti bancari rispondono negativamente al primo progetto del Vangelo nell’autunno del ’62 ) cfr.gambetti a pag.7 Una vera e propria muraglia di preconcetti…e ciò nostante, ripeto, da parte di don Giovanni Rossi e dei suoi Volontari,  si è fatto breccia, grazie alla volontà di dialogo, alla fiducia nell’arte e nella sua bellezza rivelatrice …

“Ogni uomo è portatore di un messaggio che va ascoltato e interpretato” Era questa la convinzione di Don Giovanni Rossi, non disgiunta,anzi indissolubilmente legata alla fede in Cristo.

 Pasolini, sollecitato da don Giovanni e anche dal suo produttore Bini, decide di fare dei sopralluoghi in Palestina:
è accompagnato da don Andrea Carraro, Volontario della Cittadella, valente biblista, dal suo produttore Bini e da alcuni operatori; Lucio Caruso li raggiungerà dopo qualche giorno. ( 27 giugno 11 luglio 1963: cfr. il documentario “sopralluoghi in Palestina”).Molto interessanti le sequenze dei dialoghi tra il regista e don Andrea con il quale Pasolini stabilirà un rapporto di sincera stima e di amicizia; ( verrà, tra l’altro, in Cittadella, a rendere omaggio alla salma di don Andrea,scomparso ancora giovane,all’età di 44 anni nel ’69)

 Dei suddetti dialoghi mi limito a ricordare alcuni punti focali;

Pasolini manifesta a don Andrea una certa delusione in riferimento all’idea che si era fatto,cioè che avrebbe trovato la scenografia e i volti adatti per realizzare, in quei luoghi, il film del Vangelo;si rende conto che ,specialmente la parte israeliana ha una “forte contaminazione con la modernità”; nei villaggi arabi ha l’impressione di vedere “facce precristiane”(sic).Per quanto riguarda la “grandiosità” dei luoghi della predicazione di Cristo, quali il monte delle Beatitudini, oppure il monte Tabor e altri, dice di avere avuto un’impressione “di modestia,di piccolezza, di umiltà”: “tutta la vita e la morte di Cristo sta entro un pugno”( personalmente ricordavo l’espressione “ in un fazzoletto di terra”,quando vidi il documentario molti anni fa per la prima volta).

Trova somiglianza con i paesaggi dell’Italia meridionale, dagli antichi uliveti pugliesi ai “sassi “ di Matera…

Don Andrea ,che ha acquisito ormai una considerevole autorevolezza per la sua preparazione e per la modalità esplicativa chiara e profonda,alla perplessità del regista di ambientare il suo Vangelo nei luoghi di origine del Cristo di Matteo ,risponde in forma pacata ma ferma:” E’ necessario  però, prima assorbire lo spirito di questi luoghi per poterlo reinventare altrove”.

E ancora: allo stupore manifestato dal regista per la modestia dei luoghi scelti da Cristo , in un modo che risulterà stimolante per Pasolini, don Andrea cita San Paolo,(1^Corinzi,cap.1,27-28):

“ …Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti …e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono” ( Sappiamo che dal ’68 al ’74 Pasolini si dedicherà al progetto per un film su San Paolo)

Il Vangelo secondo Matteo è stato realizzato durante la primavera e l’estate del ’64, con “un ritmo di lavoro intensis

simo e inconsueto ,per un’opera di tanto impegno artistico,e finanziario” (cfr. Giacomo Gambetti già citato)

n.b.:

La frequentazione di Pasolini con la Cittadella si intensifica

nel periodo di preparazione; il regista consulta la Biblioteca,

la notevole raccolta di fotografie artistiche,la fonoteca dalla quale,almeno in una prima stesura, sceglierà le musiche per la colonna sonora.

Il film farà la sua prima apparizione alla XXV Mostra Intern. di Venezia del 1964,dove subì i fischi di gruppi di fascisti organizzati.Contemporaneamente,però, il film riceve il premio speciale della GIURIA OCIC. 

In Cittadella, il 27 settembre, sempre del 1964, alla 1^ Settimana cinematografica dei cattolici ( Office Catholique International du CINEMA ) riceve il GRAND PRIX per il Vangelo secondo Matteo.”Quest’opera d’arte,dice tra l’altro la  motivazione,(come ricorda il critico Giacomo Gambetti ,su ROCCA del 1° ottobre ,sempre del 1964),attesta una incontestabile preminenza su quanto fin qui tentato dal cinema,nel campo della Sacra Scrittura; L’Autore ha trovato una chiave per illustrare il Vangelo per restituirci la sua realtà senza caricarla con ricostruzioni storiche.Per la prima volta ha optato per una ragguardevole fedeltà al testo sacro.Le immagini, spesso molto realistiche, contribuiscono a  prolungare il messaggio fino ai nostri giorni” ( In occasione del Giubileo del 2000 comparve al primo posto, nell’elenco dei film religiosi consigliati dalla Chiesa Cattolica).Pasolini secondo il giovane studioso Alessio Passeri. non è presente alla Premiazione e  non si trovano documentazioni che ne chiariscano i motivi,  (ibidem  pag.78 e segg.).Interessante /

Giancarlo Zizola che, a proposito del Gran Premio, osserva:

“ In realtà ,nemmeno questo riconoscimento rendeva giustizia

della forza dell’ispirazione evangelica di una narrazione nella quale il regista si era probabilmente identificato,

incamminandosi egli stesso sul Calvario ( cfr. in Don Giovanni Rossi L’utopia cristiana nell’Italia del ‘900 pag.332 e segg.)

Durante la preparazione di questo mio intervento ho potuto rileggere la prima stesura della sceneggiatura del Vangelo, redatta dal critico Gambetti, nel settembre 1964;

Tale stesura ,pur con le varianti rispetto a quella effettiva giunta sul set,corrisponde, nella sostanza, al film.

 In particolare, la descrizione con cui introduce, nelle varie scene, il Cristo, a mio modesto avviso,non solo è poetica,ma a ME SEMBRA UN VANGELO NEL VANGELO per l’acuta esplorazione dei sentimenti e del senso della predicazione, anche se noi spettatori ascoltiamo ,ovviamente, le parole del testo del Vangelo di San Matteo alle quali il regista è stato fedele.   

 Vorrei concludere ricordando uno dei momenti forti dell’incontro di Pasolini con don Giovanni Rossi:

il suo Natale in Cittadella, in compagnia della madre, Susanna.

In quella occasione, prima della Messa di Mezzanotte,durante la quale un gruppo di giovani farà la promessa di Volontariato nella Cittadella, Pasolini ha un lungo colloquio privato con Don Giovanni.

 Non conosciamo ,naturalmente, niente di quel dialogo…ma, due giorni dopo, il regista scrive una lettera a don Giovanni Rossi, lettera che, ormai, è un documento indimenticabile della ricerca inquieta, al limite della disperazione, ma autentica, con un presagio sconvolgente di quella che sarà la sua tragica fine, in quel 2 novembre
del 1975 all’Idroscalo di Ostia.

Passano 22 anni da quella tragica data e voglio riferire un episodio che riguarda le drammatiche giornate del terremoto di Assisi e in molte altre città dell’Umbria.

 Era il settembre del 1997, un gruppo di cittadini,dalla sensibilità artistica, prese l’iniziativa di affiggere, lungo le vie della città ferita, sulle pareti dei ponteggi di legno che davano un’aria surreale, i testi di poeti e di scrittori, allo scopo di sollevare gli animi afflitti dalla triste esperienza sismica…

Cercando di non badare al tormentone dello sciame sismico sempre incombente,con un taccuino alla mano, mi accingo a fare un giro nella città fantasma.

Giunta davanti alla basilica di San Francesco, all’altezza della curva che fa vedere la facciata,scopro un grande pannello grigio sul quale mi appare scritta la famosa lettera di Pier Paolo Pasolini che ovviamente conoscevo…ma in quel contesto,mi è sembrata un paradossale grido di speranza, …senza accorgermi, dico a voce alta:”forse è questa l’esperienza cristiana di Pier Paolo”!

Vedo la strada deserta…ma sento stranamente veri i miei pensieri e mi dispiace non condividerli con qualcuno…

 Oggi non so rinunciare a leggere quella  lettera e mi sembra di poter rendere omaggio al poeta assassinato, proponendo di levarci in piedi per un ascolto interiore:

“ Caro don Giovanni,La ringrazio tanto per le sue parole della notte di Natale:sono state il segno di una vera e profonda amicizia,non c’è nulla di più generoso che il reale interesse per un’anima altrui.Io non ho nulla da darle per ricompensarla.Non ci si può sdebitare di un dono che per sua natura non richiede di eseere ricambiato,ma io ricorderò sempre il suo cuore di quella notte.

Quanto ai miei peccati…il più grande è quello di pensare in fondo soltanto alle mie opere,il che mi rende un po’ mostruoso:e non posso farci nulla,e un egoismo che ha trovato un suo alibi di ferro in una promessa con me stesso e gli altri da cui non mi posso sciogliere.

Lei non avrebbe mai potuto assolvermi da questo peccato, perché io non avrei mai potuto prometterle realmente di avere intenzione di non commetterlo più.

Gli altri due peccati che lei ha intuito, sono i miei peccati “pubblici”: ma quanto alla bestemmia glielo assicuro, non è vero.Ho detto delle parole aspre contro una data Chiesa e un dato Papa:ma quanti credenti ora non sono d’accordo con me?L’altro peccato l’ho ormai tante volte confessato nelle mie poesie,e con tanta chiarezza e con tanto terrore,che ha finito con l’abitare in me un fantasma famigliare a cui mi sono abituato,e di cui no riesco più a vedere la reale,oggettiva entità.

Sono “ bloccato” caro don Giovanni,in un modo che solo la Grazia potrebbe sciogliere.La mia volontà e l’altrui sono impotenti .E questo posso dirlo solo oggettivandomi e guardandomi dal suo punto di vista.

Forse perché io sono da sempre caduto da cavallo:non sono mai stato spavaldamente in sella( come molti potenti della vita,o molti miseri peccatori):sono caduto da sempre,e un mio piede è rimasto impigliato nella staffa,cosicché la mia corsa non è una cavalcata,ma un essere trascinato via con il capo che sbatte sulla polvere e sulle pietre.

Non posso né risalire sul cavallo degli Ebrei e dei Gnetili, né

cascare per sempre sulla terra di Dio.

La ringrazio ancora ,con tutto l’affetto, suo Pier Paolo Pasolini.

 

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