Viaggio nel cinema muto: “Faust” (Ger. 1926) di F. W. Murnau (Film integrale)

(chiara novelli) Faust, film muto del 1926 diretto da Friedrich Wilhelm Murnau approfondisce il tema della tentazione e della conoscenza dal testo di Goethe, raccontando con sapienza espressiva Mefistofele che tenta il vecchio mago Faust prima con la possibilità per un giorno di compiere miracoli, poi con i piaceri della giovinezza. Faust così può sedurre Margherita che, quando il suo bambino muore, è però condannata al rogo per infanticidio, parte del dramma dell’innaturale. Maledetta la giovinezza e ritrasformato in vecchio, Faust sale anch’esso sul rogo trasformando il suo destino. Nell’epilogo infatti, l’arcangelo Gabriele annuncia che l’amore ha reso nullo il patto e ha salvato l’anima di Faust. Il film ci da la possibilità di approfondire il primitivo elemento della leggenda faustiana che è indubbiamente storico. Sicure testimonianze intorno all’uomo Faust nato, a quanto pare, intorno al 1480 in Heidelberg, si hanno all’inizio del sec. XVI. Siamo in piena fase della Riforma Luterana quando appare in varie città della Germania un dottor Giovanni F. È un truffatore, millanta di possedere potenza taumaturgica e le persone accorrono bisognose di aiuto. Ma agli occhi dei contemporanei la figura di Faust incarna attributi diabolici, tanto che è chiamato da Melantone: “turpissima bestia et cloaca multorum diabolorum” , mentre da altri: “turpissimus nebulo inquinatissimae vitae”. Il dottor Faust quindi è soprattuto un mago: e quale effetto di magia vengono riferiti, da molte testimonianze di contemporanei, gl’innumerevoli episodî strabilianti di cui egli viene detto protagonista.

Ma il libro di questo “potenziale” Titano, fallito per insufficienza dell’arte del narratore, non rimase entro i confini della Germania luterana. Una copia della Storia, chiusa con molta probabilità nel fardello di un attore di quelle compagnie comiche inglesi che si spingevano spesso, in quei tempi, attraverso i Paesi Bassi, in Germania, attraversa il mare tra il 1587 e il 1588 e approda in Inghilterra. Viene tradotta in inglese (History of the damnable life and deserved death of DrJohn Faustus) ispira a Cristoforo Marlowe la sua Tragical History of Doctor Faustus. Nel dramma del Marlowe che viene scritto in pieno periodo elisabettiano, in un clima di umanesimo e di travaglio religioso, il personaggio subisce una trasformazione. Faust è ora un peccatore ribelle che, venduta l’anima al Maligno mediante il patto tradizionale, finisce per morire dannato per la sua brama smodata e sacrilega di conoscere oltre i limiti imposti dalla teologia. Convenzionale più che sentita, risulta la condanna che Marlowe, per piegarsi all’ufficiosità dei tempi, decreta al suo protagonista. Nel F. di Marlowe avvertiamo confusamente incarnarsi il filosofo nuovo del Rinascimento, che attira simpatie e pur suscita diffidenze.

Dall’Inghilterra ecco di nuovo in Germania la leggenda caduta nel dominio delle rappresentazioni popolari e degli spettacoli di marionette. Ma basterà una circostanza esterna coincidente col dramma filosofico dei tempi, perché Faust si orienti verso la sua più alta incarnazione poetica. Non più il Dannato: ma il Redento. Ma è con Gotthold Ephraim Lessing nel movimento germanico della Aufklärung che Faust è divenuto per Lessing un nobile rappresentante della ragione umana che senza posa aspira verso l’alto. Lessing aveva dunque fatto compiere idealmente al mito un considerevole passo nel senso della sua fase conclusiva portando al  Faust goethiano, simbolo dell’umanità che, attraverso deviazioni ed errori, a poco a poco si redime, per salire sino a un punto ove le viene incontro, assolvendo, la misericordia divina.

L’Urfaust di Goethe è il primitivo abbozzo contemporaneo, anzi in parte anteriore al Werther, che è rimasto manoscritto e ritrovato nel 1887 da Erich Schmidt. Il testo ha già in sé la potenza del grande poema che non doveva essere compiuto se non circa un sessantennio più tardi attraverso l’evoluzione etica e le molteplici esperienze del poeta, assunto a mito simbolico dei destini umani nel mondo, inquanto il fantasma di Faust è balzato dallo spirito di Goethe come forma espressiva della sua giovanile crisi di titanismo. Nell’Urfaust si fondono infatti le due tonalità discordi e avverse, il cui contrasto illumina la vera essenza dello Sturm und Drang di Goethe.

Faust ora, deluso dalla scienza, è scosso da un prodigioso bisogno di azione. Non chiede più di “conoscere”, ma di “vivere” per trovare finalmente nella vita quell’attimo di beatitudine perfetta che aveva invano cercato nella scienza. Attraverso il patto tradizionale, Mefistofele s’impegna di guidarlo nel nuovo viaggio in cui s’illude di condurre Faust alla perdizione. Il dramma è quello della seduzione, non solo del demonio, ma di lui che, ringiovanito, circuisce e poi abbandona Margherita: questa è la chiave. Margherita che, affranta dal dolore, uccide la propria creatura, impazzisce e muore mentre una voce celeste annunzia ch’ella è assolta e salvata da Dio per il pentimento che la redime, mentre su  tutto, prevale, nel film come nel testo, il senso che s’impernia sulla scommessa fra Mefistofele, il quale si propone di abbassare Faust al livello dei bruti per dannarlo, e il Signore che lo abbandona fiducioso nelle mani del Maligno perché sa che Faust reca in sé, nell’oscura inconsapevolezza del proprio istinto, le possibilità “in nuce” di ogni della redenzione.

 

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