Pasolini: Intervista al Prof. Marco Marchi dopo l’evento celebrativo del 50′ dal “Vangelo secondo Matteo”

 

Marco Marchi per Rive

(Marco Marchi insegna Letteratura italiana moderna e contemporanea alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Firenze. Ha esordito come saggista con Sul primo Montale (Vallecchi, 1978) e ha curato il «Meridiano» delle Opere di Tozzi (Mondadori, 1987). Tra le sue pubblicazioni più recenti: D’Annunzio a Firenze e altri studi (Le Lettere, 2000), Novecento. Nuovi sondaggi (2004), Immagine di Tozzi (ivi, 2007), Altro Novecento (2009), In breve (Cesati, 2010), Stagioni di Tozzi (Fondazione Monte dei Paschi di Siena-Le Lettere, 2010), Per Luzi (Le Lettere, 2012), Per Palazzeschi (2013), Per Pasolini (2014). Ha curato importanti edizioni di testi (tra cui, negli «Oscar» di Mondadori, Il Codice di Perelà e Interrogatorio della Contessa Maria di Palazzeschi, 2001 e 2005), antologie, cataloghi, atti di convegni e libri d’arte. Autore di «drammaturgie critiche», ha scritto testi scenici per Piera degli Esposti, Marco Baliani, David Riondino e Iaia Forte.)

Intervista di Rive Gauche – ArteCinama al Prof. Marco Marchi:

– 1 – Rive Gauche-ArteCinema: L’iniziativa del 4 aprile scorso all’Università di Firenze, a cui hai partecipato attivamente,  per celebrare i 50 anni da “Il Vangelo secondo Matteo” è stata la prima di questo genere in Italia. Altre si svolgeranno a Matera e in altre città. Quale il giudizio su tale iniziativa?Pasolini12  

– Marco Marchi: Un giudizio senz’altro positivo, considerata la partecipazione suscitata dall’iniziativa non solo in ambito accademico. Accanto agli studenti universitari, tanti liberi cultori della letteratura e del cinema d’autore, fiorentini e non, convenuti per apprendere su una personalità avvertita culturalmente rilevante e ancora attualissima come quella di Pier Paolo Pasolini. E la chiamata a raccolta, non dimentichiamolo, si incentrava su un film-capolavoro come Il Vangelo secondo Matteo

– 2 – RGAC: Il tuo intervento a quell’evento aveva come tema “L’attrazione cristologica”. Vuoi spiegare, per tutti coloro che ci seguono, cosa esattamente intendevi con questa suggestiva espressione riferita a Pier Paolo Pasolini?  

MM: Mi riferivo al richiamo, singolarmente forte e singolarmente precoce, esercitato su Pasolini dalla figura di Cristo. Questa figura gli proponeneva una sorta di specchio, un modello a cui riferirsi, in cui potersi espressivamente immedesimare. Il tema dell’attrazione cristologica, come ho precisato in apertura del mio intervento, non è in realtà un tema limitato a Pasolini. Il Novecento abbonda di testimonianze in questo senso, di possibili, significative condivisioni. Faccio due esempi, derivandoli da autori a me particolarmente cari: Federigo Tozzi e Aldo Palazzeschi: il Tozzi, mettiamo, del romanzo Il podere che si cala nel personaggio a sfondo autobiografico di Remigio Selmi (ma non solo); e il Palazzeschi futurista del Codice di Perelà, fantasticamente fattosi “uomo di fumo” acclamato e poi sospettato, processato e condannato a morte da quell’irreale ed insieme umanissimo regno di Torlindao in cui le sue vicende di Perelà, resurrezionale ricongiungimento al cielo compreso, si svolgono. In ambedue i casi, come del resto pure in Pasolini accade, il rispecchiamento nei confronti del modello si basa su fondanti ragioni autobiografiche all’insegna della sofferenza. Per tutti e tre gli scrittori citati insomma il Cristo che seduce fino alla immedesimazione è il Cristo in croce, il crocifisso, il Christus patiens, e non quello, sparizione-ritorno al cielo di Perelà a parte,  ottimisticamente e risolutivamente triumphans. Su questa scia si pongono anche i “poveri cristi” del cinema di Pasolini, da Ettore di Mamma Roma a Stracci della Ricotta: figure in cui si traspone ed allegoricamente si lascia raccontare il dramma dell’autore che ha dato loro forma, che ha immaginato e artisticamente svolto per immagini la loro esistenza. Naturalmente, secondo la mia preparazione e secondo la mia stessa professione di studioso e di docente, l’“attrazione cristologia” è stata verificata sul piano della scrittura, soprattutto poetica, dell’autore, e questo sopralluogo di cui ho tentato di dare in sintesi dati e risultanze critiche da essi derivabili si presentava di rilievo per almeno due ordini di motivi: innanzitutto per la sua precocità, dovendosi arretrare nella certificabilità del fenomeno ai primi testi in versi di Pasolini degli anni quaranta, e cioè le poesie in dialetto della Nuova Gioventù e soprattutto quelle dell’Usignolo della Chiesa Cattolica. In seconda istanza l’accertamento documentario doveva essere di necessità vagliato alla luce dei trattamenti PasoliniDavolilinguistici, suggerendo accezioni varianti e per così dire in progressdi un ricorrente modello accolto, già letterariamente accolto e poi svoltosi nel corso del tempo secondo precise dipendenze storiograficamente rilevabili: dapprima, dai Chants de Maldoror di Lautreamont al privilegiato maledettismo di Rimbaud. Il mio intervento mirava soprattutto a comunicare al pubblico che dietro l’approdo al Cristo del Vangelo cinematografico datato 1964 (anch’esso, come in letteratura, fortemente debitore di precedenti con cui confrontarsi, qui ovviamente in preferenziale chiave di cultura figurativa, da Mantenga, ai “crudeli manieristi” Rosso e Pontormo, a quello Zurbaran cui l’individuato Enrique Irazoqui nella sua fisicità umile ed energica poteva meravigliosamente accordarsi…) c’erano non solo antecedenti omologhi di tipo filmico, ma antecendenti squisitamente letterari arretrabili di più di vent’anni. Un’attrazione a lunga, lunghissima incubazione, insomma, non a tutti presente.

-3 – RGAC:  Sempre nell’intervento, ti sei particolarmente soffermato sul senso del sacro in Pasolini e come esso sia stato presente in qualche modo fin dalle poesie giovanili. Quali esemplificazioni offriresti per riaffermare questo concetto?  

– MM: Il riferimento a sue stesse ammissioni e affermazioni, inequivocabili a questo proposito. Lo sguardo di Pasolini non era uno sguardo laico, razionalista e marxista; era uno sguardo poeticamente acceso, religiosamente calamitato da ciò che di non immediatamente, fisicamente rilevabile c’è dietro le cose. Un’altra “attrazione” irresistibile di cui tutta l’arte di Pasolini si è costantemente alimentata.

4 – RGAC: Recentemente hai pubblicato una interessantissima raccolta di saggi e articoli dal titolo “Per Pasolini”.  Nella Prefazione viene ribadito ciò che si evince dalla lettura stessa del volume, cioè una sorta di primato della Pasolini- UCCELLACCI UCCELLINI - TOTO' E PASOLINI DURANTE UNA PAUSAPoesia sulle altre attività artistiche di Pasolini, definita “denominatore comune delle molte incarnazioni letterarie ed artistiche” e “quindi motivo conduttore e collante interno dei testi raccolti”. Puoi aggiungere qualcosa a questo interessante versante di discussione e cioè al rapporto tra la poesia e le altre attività letterarie e artistiche in Pasolini?  

– MM: Sono convinto, e non da ora, che sia la poesia l’elemento che tiene insieme tutti i molteplici, poliedrici e diversificati aspetti dell’espressività  pasoliniana. La prima chiamata dell’arte in lui, a partire da un’assolata mattina estiva friulana del 1941 rievocata in Empirismo eretico, è stata una chiamata poetica, sub specie linguistica e prima ancora, direi, squisitamente sonora. Una folgorazione che ha segnato un destino così potente da sovrintendere ad ogni sperimentalismo, perfino, in negativo, ad ogni constatata impossibilità ed ad ogni abiura. Anche gli “sfregi” di cui Pasolini è stato intenzionalmente, programmaticamente capace nei “testi a fronte” di un libro di poesia terminale come La nuova gioventù si risolvono, io credo, in qualcosa non di testamentario o di nostalgico, ma di dinamicamente propulsivo per chi legge, secondo un effetto che potremmo definire, in tema di poesia e di alta poesia, effetto Leopardi. Poesia anche la negazione della poesia, oltre la sue constatate insufficienze e le sue sconfitte, oltre la sua rilevata inammissibilità moderna.  

5 – RGAC: Sempre nel tuo volume “Per Pasolini” ti soffermi sulla attività di scrittore di saggi brevi, critiche, interventi sulla cultura e attualità del suo tempo, soffermandoti particolarmente sulla raccolta “Descrizioni di descrizioni”. Mi ha impressionato la tua definizione di questa raccolta come “uno dei più bei libri di saggistica letteraria che siano stati scritti in Italia negli ultimi decenni del Novecento”.  Quali sono le caratteristiche principali di questa raccolta che avvalorano questo giudizio?  

– MM: La riconferma dell’intelligenza, della sensibilità e della cultura  di Pasolini in un momento biografico in cui, pure avendo eliminato dal proprio vocabolario la parola “speranza”, l’autore riprendeva a fare il proprio lavoro letterario di critico-recensore al meglio delle sue capacità e, vorrei dire, della sua pazienza. Ma potrei anche rispondere affremando che Descrizioni di descrizioni è il libro in cui integralmente mi pare manifestarsi quello che io ho chiamato il “saggismo poetico” di Pasolini. Il titolo stesso della PasoliniconMadre22asilloge, scelto dall’autore nononostante il libro sia uscito postumo, è un titolo poetico: lo è nella sua esponenzialità retoricamente pensata di titolo al quadrato che rimanda ad altro, nel suo alluso intento rappresentativo e delucidante che, come dicevamo prima, è un po’ lo sguardo attratto da quel che c’è di misterioso e ineludibile oltre le apparenze del reale.

6 – RGAC: Il 2015 ricorrerà il quarantesimo anniversario della tragica scomparsa di Pasolini. Quale pensi sia il modo migliore per celebrarlo?  

– MM:  Leggerlo e rileggerlo, vederlo e rivederlo. Ed invitare gli altri a farlo, certi di consigliare loro un’esperienza altamente formativa, un confronto intellettuale ed artistico di primissimo ordine.

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