Viaggio nel cinema italiano – “L’uomo di paglia” (1958) di Pietro Germi

 

 

(chiara novelli) Nel centenario della nascita di Pietro Germi trasmettiamo il secondo(1958) dei tre film che Pietro Germi ha sia girato che interpretato, con cui prosegue l’indagine, raffinata e senza retorica, nella contraddittorietà e doppiezza della morale sociale. Questa, infatti, confligge, senza soluzione di continuità e chiarendo la mancanza di coraggio etico in un’Italia dove vive solo il conformismo mutilato del compromesso di cui sono portatori, con esiti simili, la chiesa cattolica e il PCI, tra i ruoli sociali e psicologici e la verità del viaggio esperienziale dell’uomo nuovo e, soprattutto, della donna nuova che, con il ’68, romperà le catene dell’avere, come unica affermazione sociale, il matrimonio e ogni ragione per ottenerlo e mantenerlo, per approdare, profeticamente, al nulla della contemporaneità. Ma approfondire oggi questo film vuol dire soprattutto entrare nell’incipit della sua creazione, ossia in quel verso della poesia di Thomas Stears Eliot da cui ne è tratto il titolo: “ The Hollow men”(Gli uomini vuoti).

« We are the hollow men
We are the stuffed men
Leaning together
Headpiece filled with straw… »
« Siamo gli uomini vuoti
Siamo gli uomini impagliati
Che appoggiano l’un l’altro
La testa piena di paglia… »

The Hollow men prosegue il lavoro che Eliot fa dal poema La Terra desolata e può essere letto come un’estensione dello stesso modello con maggiore incisività sul tema della ricerca e della perdita . Questa poesia è introdotta da due momenti epigrafici e, con il primo che è Un penny per il vecchio Guy, si fa riferimento al fantoccio di paglia bruciato ogni 5 novembre, anniversario della morte di Guy Fawkes, organizzatore del “complotto delle polveri”  del 1605 contro re Giacomo I. La seconda che è Mister Kurtz… he dead  viene fatta vivere dalle parole di un servitore nero nel romanzo di Joseph Conrad Cuore di tenebra. In essa viene enfatizzata la specularità  tra la ritualità selvaggia e gli uomini vuoti del mondo. La storia di Kurtz è stata analizzata come studio dei rituali primitivi di successione, iniziazione e fertilità secondo le teorie dei saggi di James Frazer, dove Kurtz viene iniziato nella tribù diventando il simbolo della discesa iniziatica nelle proprie tenebre personali per trovare la strada della verità interiore che non può prescindere dalla realizzazione della purezza, ma che vediamo finire, per lo più, con la sconfitta del prescelto. Il principale legame tra Cuore di Tenebra e questa poesia infatti consiste nel tema di degradazione attraverso il rigetto del bene, della disperazione attraverso la conseguenze della colpa. Eliot rivendica di aver costruito il titolo usando la parola hollow (cavo, vuoto) che viene pronunciata da Bruto rivolgendosi ai cospiratori nella scena seconda del quarto atto del Giulio Cesare di William Shakespeare. Gli uomini vuoti dell’oggi si presentano direttamente attraverso un monologo drammatico: essi non hanno identità, personalità, non riescono a stare in piedi da soli e sussurrano parole vuote “come il vento nell’erba secca o i piedi dei topi sul vetro rotto”. Questi sono il correlativo oggettivo dell’uomo moderno, quegli stessi viventi moribondi che affollavano la terra desolata, figure senza forma, ombra senza colore, forza paralizzata, gesto privo di moto. Non sono come Kurtz o i dannati danteschi, anime violente, ma solo uomini cavi e di paglia. Essi non riescono a sostenere lo sguardo degli occhi degli uomini virtuosi poiché questi per loro sono “luce solare su una colonna rotta”, sottolineando una morte prematura della loro coscienza, analisi platonica di quell’uomo che, se non vive l’esperienza terrena conquistando lo spirito e le sue categorie, nell’atto di credersi un padreterno, è e resta soltanto, niente più, di un’ombra che passa senza esistere.

Gli uomini vuoti vivono in deserto, una terra morta, arida come loro sia psicologicamente che religiosamente a causa della mancanza di acqua. In questa terra vivono solo cactus, un altro correlativo per indicare la loro sterilità spirituale e creativa, le loro cattiva coscienza che si esemplifica in atti crudeli di cui il mondo moderno si copre. Qui hanno costruito immagini di pietra che in realtà sono solo falsi idoli che ricevono: “la supplica della mano di un uomo morto sotto il bagliore di una stella che svanisce” per poi svegliarsi soli, come in Cuore di Tenebra:  “viviamo come sogniamo, soli”, non potendo far altro che innalzare preghiere a quella pietra infranta a sottolineare la mancanza di comunicazione, empatia e condivisione dei sentimenti, privi di ogni di intelligenza emotiva. Declino del mondo moderno dove non ci sono più anime e tutti brancolano insieme senza parlare, ammassati, usando parole le infantili e volgari della loro arroganza. Non torneranno ad essere anime a meno di una speranza miracolosa come la Rosa di molte foglie del Paradiso che appare vana, perché gli uomini vuoti si trovano bloccati in questa situazione di inerzia e paralisi, di debolezza della volontà, incapaci di affrontare qualsiasi salto esistenziale, ombre di una vita nella morte che non riconosce la differenza tra salvezza e dannazione: nel rigettare questa possibilità hanno scelto di non scegliere tra le due, e vivranno per sempre in un Limbo di inutilità, nell’illusione di muoversi. Irrompe così una voce esterna, come la voce narrante del nostro film, che dice “Perché Tuo è il Regno Perché Tuo è La vita è Perché Tuo è il …”, fino a che il mondo non finirà in un gemito :”Così il mondo finisce / Così il mondo finisce / Così il mondo finisce / Non con uno schianto ma con un lamento”.

 

 

 

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