“Detachment” (USA 2012) di Tony Kaye

 

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Detachment saraà priettato venerdi 18 luglio ore 21.15 a FI Chiostro di Villa Vogel e sabato 19 luglio alle ore 21.15 sempre a FI al Giardino del Cenacolo di San Salvi.

(chiara novelli)Dal regista di “American History x” ha un incipit che, come in Nymphomaniac, è preso da “Il crollo della casa degli Usher”, racconto breve di Poe:

“Durante un giorno triste, cupo, senza suono, verso il finire dell’anno, un giorno in cui le nubi pendevano opprimenti e basse nei cieli, io avevo attraversato solo, a cavallo, un tratto di regione singolarmente desolato, finché ero venuto a trovarmi, mentre già si addensavano le ombre della sera, in prossimità della malinconica Casa degli Usher. Non so come fu, ma al primo sguardo ch’io diedi all’edificio, un senso intollerabile di abbattimento invase il mio spirito. Dico intollerabile poiché questo mio stato d’animo non era alleviato per nulla da quel sentimento che per essere poetico è semipiacevole, grazie al quale la mente accoglie di solito anche le più tetre immagini naturali dello sconsolato o del terribile.”

In questo film si fa l’esperienza di seguire un filo che diventano più strade, di vivere l’esperienza di personaggi/protagonisti a cui manca un punto di appoggio che manca a te, a loro, al film che ruota sempre attorno a un centro che non riesci mai a raggiungere, anzi, te ne allontani spesso grazie detachment_2anche a uno stile cinematografico che sceglie personalità artistiche antitetiche, si avvale di primissimi piani quasi distorti, di macchina da presa che ti trascina in un suo ballo, di colori che si sfuocano, di flash back opprimenti, di disegni su una lavagna virtuale, di una fotografia che crea dinamiche conseguenti di momenti visivamente incompatibili per stati d’animo di inquietudini nell’indefinito del dolore proposto dalla memoria del presente. E poi c’è la parola, lo sfogo potente, la voce dello specchio interno, intervista “postuma” che ritma il film, voce fuori campo che spiega, analizza, descrive, racconta della violenza a cui non c’è riparo né a casa né a scuola, gratuita, modo di rapportarsi di un mondo senza padri e madri che porta, senza ritorno, alla morte del Sé. Anche nell’ insegnante, che è uomo dal dolore senza radici, che preferisce la condizione transitoria della supplenza come espressione della ferita radicale alla sua infanzia interrotta, ma adulto suo malgrado al sopravvivere in un mondo di mostri adulti, nella liberatoria alternativa che consente l’amore che, al di là di ogni ragione, ha in se le radici nel comprendere e, con sforzo, nel lasciare andare al tempo e così si salva e salva.

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