“J’ai tuè ma mère”/”Ho ucciso mia madre” (Can. 2009) di Xavier Dolan

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(marino demata) Mercoledì 30 luglio a Firenze, Giardino del Cenacolo di San Salvi e Venerdì 1 agosto al Chiostro di Villa Vogel,  Rive Gauche – ArteCinema proietterà il film inedito in Italia “J’ai tuè ma mère”/”Ho ucciso mia madre” (Can. 2009) di Xavier Dolan.
All’età di appena venticinque anni, con cinque film all’attivo come regista e un numero infinito di premi a Cannes, Venezia e in vari altri festival. Xavier Dolan rappresenta uno dei “casi” cinematografici più interessanti e più innovativi nel panorama del cinema mondiale. J'ai tue ma mere 2
Figlio d’arte (il padre è l’attore Manuel Tadros), Dolan già da bambino comincia ad avere dimestichezza con il set, interpretando vari spot pubblicitari e poi ruoli di attore in numerosi film. Ma la notorietà quasi trionfale arriva col suo primo lungometraggio da regista, “J’ai tué ma mère”, girato nel 2008, all’età di appena 19 anni, da una propria sceneggiatura in parte autobiografica scritta tempo prima. Ed è appunto uno deifilm “di punta” che proponiamo per le nostre rassegne estive qui a Firenze:  ci sembrava giusto rendere omaggio a questo enfant prodige del cinema, i cui film, tutti, sono stati puntualmente ignorati dalla distribuzione italiana, sicché il grande pubblico del nostro Paese ne ignora completamente l’esistenza, per non essere mai stati proiettati in nessuna sala della Penisola. Con la sola eccezione del quarto film, “Tom à la ferme” proiettato all’ultimo Festival di Venezia 2013, dove tra l’altro ha vinto il prestigioso Premio Fipresci, ma anch’esso ignorato dalla nostra distribuzione.
La dichiarata omosessualità di Xavier Dolan rappresenta un aspetto molto positivo nello sviluppo della sua personalità artistica e conferisce ai suoi soggetti caratteristiche, situazioni ed intrecci del tutto J'ai tue ma mere 3particolari ed anche appassionanti e innovativi. Prendiamo il caso del film che proietteremo questa settimana, il suo primo lungometraggio da regista. E’ la storia di una sorda conflittualità tra madre e figlio: e fin qui nulla di particolarmente originale. Ma l’intreccio della storia ci conduce al progressivo passaggio dal latente stato di conflitto al sordo deteriorarsi del rapporto, per tutta una serie di equivoci, verità solo parzialmente manifestate, rancori. E quando la madre diventa consapevole della omosessualità del figlio soltanto dalla rivelazione della madre del fidanzato, si indigna non per la stessa omosessualità, ma per esserne venuta a conoscenza per vie traverse e non direttamente dal figlio stesso.  La verità  è che il ragazzo, Hubert, non riesce proprio ad avere un qualsivoglia rapporto decente con la propria madre, che è agli antipodi del suo modo di pensare e ragionare e delle sue modalità di vita. E il contrasto diventa ancora più stridente se Hubert paragona la madre ad altre donne che ha conosciuto, la madre del suo amico/fidanzato, oppure una sua insegnante, che sicuramente rappresentano tipologie femminili di ben altro spessore, rispetto a quanto la madre è in grado di offrire per propria scelta, sotto forma di dialoghi banali, di idee trite e convenzionali, di un rapporto col figlio che oscilla continuamente tra una forma neppure tanto larvata di autoritarismojaituemameredecisionista e di affettuosità convenzionali. A tal punto che Hubert desidera la sua morte, sogna perfino di ucciderla, percependola come invalicabile ostacolo allo sviluppo della sua personalità e vita. Eppure il film riserva continuamente delle sorprese che rivelano una estrema, molto umana, contraddittorietà nei sentimenti del ragazzo verso la madre stessa: “È strano – egli dice –  … se qualcuno le facesse del male, avrei voglia di ucciderlo. Lo ucciderei.  Eppure … mi vengono in mente cento persone che amo più di mia madre.”  Insomma si ha la netta impressione (e in questo consiste l’aspetto originale della pellicola) che, a differenza di altri casi, altre storie e altri film, il rapporto con la madre non sia definito una volta per tutte, come il titolo sembrerebbe suggerire, ma è un rapporto in fieri, sempre alla ricerca di nuovi equilibri, non tanto insofferente da non valorizzare gesti ed espressioni materne capaci di lasciar intravedere affetto e solidarietà al di là degli schemi e dei ruoli,
Insofferenze domestiche non nuove per la verità in un certo cinema qualitativamente alto, che ci riportano alle insofferenze familiari descritte in “I pugni in tasca” (e poi ne “Gli occhi, la bocca”) di Marco Bellocchio e all’inarrivabile “I 400 colpi” di François Truffault. Il tutto con uno stile spesso dirompente ed agitato, ma altre volte, al momento opportuno, misurato e appropriato nell’uso della macchina da presa, nella scelta dei primi piani, nel rapporto equilibrato immagini-dialoghi. L’impressione è che Dolan abbia fatto questo film perché aveva qualcosa di nuovo e di diverso da dire e da mostrare sul problema del rapporto madre-figlio, al di la degli schemi a cui siamo abituati. E, avendo personalmente visto anche buona parte dei film successivi, mi sento di affermare che questa voglia di narrare storie non scontate, intrecci nuovi e non banali nelle relazioni umane, riesce a produrre un ottimo cinema, che affascina e ti prende e che sicuramente promette ancora tante piacevoli sorprese.

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