“La signora della porta accanto” (FR 1981) di F. Truffaut – Mercoledì 06/08/2014 a FI Giardino del Cenacolo di San Salvi ore 21.15

La signora dell aporta accanto2

(marino demata)  “La signora della porta accanto”, uscito esattamente venti anni dopo “Jules et Jim”, molto apprezzato dal pubblico  del Giardino del Cenacolo di San Salvi sabato scorso, ne rappresenta l’estrema e più radicale e drammatica prosecuzione e in certo senso compimento.

Fra i due film, Jules et Jim quasi all’inizio della carriera del regista e questo purtroppo quasi alla fine, ci sono in mezzo grandi capolavori che hanno segnato la storia della Nouvelle Vague. Difficile fare una graduatoria, ma personalmente ricorderei naturalmente il ciclo di film che raccontano la storia e lo sviluppo della personalità di Antoine Duanel (che secondo le sincere affermazioni di Truffaut à un personaggio che fonde due personalità, quella dell’attore Jean-Pierre Laud e quella di Truffaut stesso), ma soprattutto la-femme-d-a-cote_2, Effetto notte (omaggio al cinema), Le due inglesi (dall’altro romanzo di Rochè), L’ultimo metrò, senza dimenticare “La camera verde” un po’ trascurato dalla critica, eppure film coraggioso per il tema difficile che tratta, “Il ragazzo selvaggio”, di cui Hitchcock, con rara finezza,  dichiara di apprezzare soprattutto…l’ottimo protagonista! In questo contesto Truffaut non ha dimenticato frequenti immersioni in quel tema dell’amour fou con almeno due o tre  titoli significativi, “Adele H” e “La mia droga si chiama Julie (ennesima storpiatura italiana del titolo francese che suona invece “La sirene du Mississipi”), senza dimenticare La peu douce/La calda amante. Ma come si diceva il più radicale di tutti è sicuramente “La signora della porta accanto”, ove il registra ritorna al tema a lui caro dell’amore folle, al quale sarebbe probabilmente ritornato ancora in seguito, se la sua prematura scomparsa non avesse purtroppo reso questo film come il penultimo dei meravigliosi 21 lungometraggi della sua splendida carriera cinematografica.
Perché lo definiamo il film che tratta dell’amour fou in maniera più radicale? Perché mai in precedenza Truffaut era riuscito in maniera così estrema a stringere i due amanti nella morsa di Eros e Tanatos, In maniera così terribilmente e fatalmente distruttiva che la considerazione potrebbe benissimo allargarsi da Truffaut all’intera storia del cinema, che difficilmente ha conosciuto un tale meraviglioso radicalismo in una vicenda d’amore e di passione.: “In La signora dell aporta accanto2amore ci si scambia spesso colpi di una violenza terribile – egli dice all’epoca della lavorazione del film, quasi a giustificare l’accesa violenza dell’amore folle della sua storia – … Se dovessi rifare oggi Jules et Jim non sarei più così idillico”.  Eppure, se è vero che l’atmosfera in Julet et Jim è più soft e scanzonata, sono innegabili alcune consonanze fra i due film. Io ne ho notate e ne sottolinerei almeno due: in primo luogo in entrambi i film il personaggio più risoluto è la donna: è lei che prende le decisioni più importanti, fino a quelle più estreme, decidendo per sè e per il suo amante in entrambi casi. In secondo luogo in entrambi i film Truffaut si affida ad una voce narrante: in Jules et Jim si tratta di una autentica e neutra voce narrante, che è un espediente che dà l’opportunità al regista di inserire squarci importanti della narrazione presente nel libro di Rochè, che non avrebbero potuto comunque trovare debito spazio nel limitato percorso di un film di 100 minuti; ebbene anche ne La signora della porta accanto Truffaut sente il bisogno di una voce narrante, solo che in questo caso si tratta di un vero personaggio che ha una sua importanza fondamentale nell’economia del film:  Madame Jouve, che introduce la storia. E che a sua volta – e qui sta la singolarità dell’invenzione – è stata vittima dell’amore folle. Una sorta di sottocapitolo dell’amour fou presente nel più radicale dei film su tale tema. Infatti Madame Jouve, lasciata dal suo amore, fuggito lontano per ammogliarsi, si getta disperatamente dal settimo piano riuscendo a salvarsi la vita solo per miracolo, ma rimanendo storpia per l’intera esistenza rimastale. Un espediente questa volta dunque non letterario, ma di vita vissuta, come esplicitamente Truffaut voleva che fosse, la signora della porta accanto3anche perche’ in questo film egli non attinge ad alcuna storia e ad alcun libro, ma solo alla sua personale  inventiva e voglia di raccontate una storia estrema. Un espediente di vita vissuta con personaggio vero, che ritroviamo a più riprese nel film, che mi fa ritornare in mente il personaggio della vicina di casa in “Revolutionary road”, l’anziana e noiosa Helen Givinsa (tanto noiosa che quando lei parla, il marito abbassa il volume del suo apparecchio acustico a quota zero!) cui è appunto affidata la narrazione della storia, anch’essa radicale  e tragica, anche se più “americana” e borghese soprattutto dal lato maschile. E anche qui, per inciso, a decidere  è la donna, anche se il destino ci metterà del suo a perfezionare un finale tragico.
Il destino, il caso, è presente, almeno inizialmente, già nel film di Truffaut: solo uno scherzo del destino può mettere improvvisamente, dopo otto anni di reciproca assenza, in due case l’una di fronte all’altra, in un piccolo villaggio vicino a Grenoble, due ex amanti che hanno già a loro tempo penato non poco per porre termine ad una storia sicuramente terribilmente distruttiva. A tal proposito la protagonista, Mathilde/Fanny Ardant, rievocando al suo amante le ragioni che le fecero decidere di lasciarlo, dice “tu me ne hai fatte passare di tutti i colori, lo sai, partivi, tornavi, dicevi di non sopportarmi poi dicevi di non poter vivere senza di me; allora presi coraggio e ti lasciai:  o lo facevo o diventavo pazza.” Dunque il destino gioca un ruolo fondamentale almeno all’inizio della vicenda, anche se poi abbandona i due protagonisti a se stessi, alle dinamiche della loro rinata, perche’ mai del tutto sopita, passione.
Il ruolo di vera protagonista del film viene da Truffaut assegnato alla sua compagna fedelissima e amatisisma nell’intera ultima sequenza della vita di Truffaut, Fanny Ardant, che nell’ultimo film “Vivement dimanche”/”Finalmente domenica”,  non nasconde, anzi al contrario quasi ostenta, la ben visibile pancia da cui doveva poi dare alla luce la figlia del regista. Truffaut purtroppo non ebbe il piacere di conoscerla ne’ di vederla mai.  Truffaut ha scelto per il suo personaggio (e per il resto della sua vita) una bellezza tutta sanguigna e mediterranea, adattissima alla parte, e di una “carnalità’” ben lontana dalle algide bellezze hitchcockine, delle quali Truffaut aveva spesso parlato con lo stesso regista americano nella lunghissima intervista divisa in capitoli, che rappresenta un vero capolavoro letterario, un colloquio infinito tra due mostri sacri del cinema. Ma ben lontana anche da altre protagoniste femminili utilizzate dallo stesso Truffaut, probabilmente a volte suggestionato dal modello Hitchcockiano, come e’ il caso della glaciale Catherine Deneuve, protagonista in La mia droga si chiama Julie e piu’ perfettamente in parte solo in L’ultimo metrò.
Del protagonista amschile, Gerard Depardieu, anche lui perfetto nella parte dell’amante folle, Truffaut dice di aver sempre desiderato di averlo come protagonista in  un film simile. Ed ecco che dopola feliciesima esperienza de “L’ultimo metro’” il sodalizio tra i due si arricchisce di un altro fondamentale tassello. P.Malanga ricorda in “Tutto il cinema di F. Truffaut” le parole del regista: “Volevo lavorare con Depardieu da quando l’ho visto in un piccolo ruolo in “Stavinski, il grande truffatore”, nel 1973. C’e’ una scena in cui incrocia per le scale Belmondo, che impersona Stavinski e scambia alcune parole con lui. Ecco, per me quest’incontro ha simboleggiato l’incontro di due generazioni di attori…”
E proprio a Gerard Depardieu si deve uno dei ricordi piu’ belli perche’ piu’ veri del grande regista, le cui ceneri riposano nel cimitero di Montmartre accanto a quelle di un altro grande cantore dell’amore, Stendhal: “Con Francois eravamo sulla stessa frequenza. C’era una violenza magnifica. La naturalezza si conquista quando si e’ posseduti dal suo desiderio. E’ raro. E lui era cosi’. Aveva una grandissima intelligenza cinematografica e una grande innocenza” (G. Depardieu da “Il romanzo di Francois Truffaut” ed. Ubulibri.)

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