20 anni senza Gian Maria: “ Le quattro giornate di Napoli” di Nanny Loy – Film completo

 

(marino demata) Il 6 dicembre 2014 saranno 20 anni dalla morte improvvisa di Gian Maria Volontè. E’ morto sul set di un film al quale teneva molto, “Lo sguardo di Ulisse” di Theo Anghelopulos, il più bravo e celebrato regista greco che lo aveva voluto per la difficile prova attoriale che si prevedeva che fosse la recitazione in tale film. Muore a Florina in quella Bosnia che nel frattempo era diventata teatro di una guerra contro la quale Gian Maria si era sempre battuto, come del resto contro tutte le guerre. Le circostanze della sua morte lo accomunano ad un altro grande del cinema italiano, Massimo Troisi, che il caso vuole che sia finito proprio pochi mesi prima della morte di Volontè, anche egli stroncato allo stesso modo da un attacco cardiaco e anche in questo caso c’è stato di mezzo un film, Il postino. Con la differenza che Troisi muore proprio la notte successiva all’ultimo giorno di riprese del film, mentre Volontè muore nel pieno delle riprese, sicché la produzione dovette trovare un nuovo attore come protagonista del film. La scelta cadde sull’attore bergmaniano Erland Josephson e il film fu dedicato comunque alla memoria di Gian Maria Volontè. Ho dei ricordi personali su Volontè dei qual forse mi piacerà parlare in una delle prossime recensioni. Si perché come RiveGauche-ArteCinema abbiamo deciso di dedicare a Gian Maria Volontè una ampia retrospettiva on-line, riprendendo il discorso iniziato con “Viaggio nel cinema italiano”. Essenzialmente perché riteniamo che sia stata l’attore che per ciirca 30 anni ha dato voce e personalità al malessere della società italiana, interpretando anche personaggi scomodi, ed anzi specializzandosi in certo senso nel portare sullo schermo protagonisti della vita politica sociale ed economica del nostro Paese, sempre con misura e con recitazioni non imitative dei personaggi, ma volte a coglierne l’essenza e le caratteristiche salienti funzionali alle vicende raccontate. Nel silenzio che sembra circondare questo anniversario (come è stato del resto per quello di Troisi) Rive Gauche – Arte cinema vuole ricoprire un vuoto e presentare molti film on-line di questo grandissimo attore, seguendo un criterio rigorosamente cronologico. Abbiamo scelto di iniziare con “Le quattro gornate di Napoli” di Nanni Loy del 1962, uno dei primi ruoli importanti, non da protagonista, ma di grande significato. Volontè era arrivato a questo film e all’altro sempre del 1962, “Un uomo da bruciare” dopo una vera gavetta, fatta di parti di poco conto in film insignificanti, dopo aver recitato nel teatro, al quale si era avventurosamente aggregato per necessità economiche all’età di 16 anni come semplice guardarobiere (ci riferiamo alla compagna itinerante I carri di Tespi), passato poi sulle scene dopo gli studi all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica.
Ne “Le quattro giornate di Napoli” il personaggio interpretato da Gian Maria sembrerebbe di poco conto, visto che compare sulla scena solo dopo circa un’ora di film. Ma in realtà si tratta di una caratterizzazione essenziale per la stessa economia del film. Con lui viene costruito l’unico personaggio del film circondato da un’aura di mistero: con la sua divisa appare, quasi dal nulla, in un momento difficile, quando la resistenza di un manipolo di eroici combattenti napoletano con poche armi sta cercando di salvare la vita a loro concittadini condannati alla fucilazione dai tedeschi all’interno dello stadio del Vomero. E a chi gli chiede ragione della divisa e dove sia stato finora, risponde in Jugoslavia, in Russia e mostra la protesi al la mano sinistra mozzata. Il misterioso personaggio prende subito in mano la situazione e il giovanissimo Volontè è bravissimo a mostrare la risolutezza e il coraggio di chi evidentemente voleva anche dimostrare ai suoi nuovi compagni di che pasta era fatto. Ben presto “Stimolo”, così si chiama significativamente il personaggio interpretato da Volontè, diventerà il vero leader della rivolta per la sua più accentuata consapevolezza ed esperienza maturata in molte altre occasioni analoghe in altre parti d’Europa. Portavoce ad un certo punto del popolo combattente, al fascista che chiede di desistere da azioni militari, altrimenti i tedeschi uccideranno tanti innocenti, risponde con l’autorevolezza che lui stesso si è dato “Qui siamo tutti innocenti e stiamo facendo una guerra. Rispondi al tuo amico nazista…” Assumendosi così grandi responsabilità, anche quando ordina di sparare, malgrado i tedeschi si facciano scudo degli ostaggi napoletani. Al termine di altre concitate operazioni che porteranno, anche e soprattutto grazie al personaggio interpretato da Volontè alla resa dei tedeschi, egli scompare di scena, misteriosamente, così come vi era entrato, consegnando ai compagni della resistenza napoletana il suo fucile e sorridendo come chi pensa “missione compiuta”. Non si sa per andare dove e come. Lo spettatore viene lasciato ad immaginare che lo attenderanno forse altre avventure simili a quella delle 4 giornate di Napoli, in una Italia del nord che ancora resterà per circa due anni teatro di dominio tedesco e fascista e di guerra resistenziale. Le quattro giornate di Napoli, pur evidenziando alcuni difetti, rappresenta sicuramente il film più bello e più sentito di Nanny Loy, che riesce a conferirgli una assoluta coralità, ove protagonista è il popolo di Napoli che riesce con rapide azioni di resistenza, di barricate e di quella che successivamente avremmo potuto definire guerriglia urbana a cacciare i tedeschi dalla città in soli quattro giorni, dal 28 settembre al primo ottobre del 1943. Napoli in tal modo pone fine, sospinto solo dalla propria esasperazione e forza morale, ai rastrellamenti, ai soprusi, alle decimazioni e alle fucilazioni del potere tedesco rimasto in città. Napoli riacquista la propria libertà, caso unico, con le sole proprie forze, senza attendere l’arrivo degli alleati, che troveranno una città già liberatasi.

E sotto questo aspetto le quattro giornate di Napoli costituiscono un unicum ed un problema storico-politico circa le origini reali della rivolta, e le chiavi del suo successo. Nanny Loy, con serietà e studio filologico e dei documenti fornisce una interpretazione convincente vedendone le cause remote nell’oppressione del ventennio mai del tutto metabolizzata e digerita dal popolo, ma soffermandosi particolarmente sulle cause più immediate, la rivolta politica dei ceti intellettuali napoletani, la ribellione del popolo, dei ragazzi del riformatorio di Nisida, la volontà dei militari di farla finita con la guerra e di schierarsi coi ceti popolari, la rabbia presto esplosa di fronte alle nuove uccisioni. Non c’è tempo per aspettare il lento arrivo degli alleati, bisogna agire subito ed evitare altre stragi. Ne nasce un film corale, nel quale il protagonista principale è appunto il popolo napoletano. La coralità del film non esclude momenti di liricità in cui sono narrate le vicende molto verosimili di alcuni dei personaggi desunti dalla folla dei napoletani: si alternano drammaticità e grottesco, storie lineari e storie ambigue, come sempre nella vita. Ed emergono le discussioni tra le varie voci del popolo, le differenze di vedute tra le varie interpretazioni che già il presente, sul campo, vuole dare al momento attraversato. E su tutti la saggezza di un personaggio che afferma, “Si noi facciamo la guerra. Ma la guerra non la facciamo per uccidere la gente…” Tutto questo è merito anche della squadra di sceneggiatori di primissimo piano che ha preparato questo film, a partire da quel Vasco Pratolini, non-napoletano, che pure, da scrittore esperto del sentire dei quartieri popolari della sua Firenze, sembra non avere avuto difficoltà a calarsi nell’ambiente di Napoli, e percepirne umori e tendenze, e che per questo film ha lavorato a stretto contatto di gomito con altri consumati sceneggiatori quali Massimo Franciosa, Pasquale Festa Campanile e lo stesso Nanni Loy, sceneggiatori della storia   insieme con lo scrittore napoletano Carlo Bernari. Grazie anche a lori, Nanny Loy fa un film completamente spoglio di retorica (nella quale era facile cadere), sostituendovi la ricerca della verità storica e reale, con un rigore che il film eredita da un illustrissimo e inarrivabile predecessore, “Roma città aperta”. Retorica assente anche attorno al personaggio del piccolo Gennarino, lo sgugnizzo Medaglia d’oro come piccola vittima innocente, al quale il film è giustamente dedicato. Infine merita una menzione particolare la colonna sonora di Rustichelli che punteggia le parti più drammatiche o eroiche del film con musiche incalzanti che richiamano i ritmi della tarantella.

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