20 anni senza Gian Maria: “A ciascuno il suo” (1973) di E. Petri – Film completo

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(marino demata) Può sembrare veramente strana la nostra personale convinzione che, di fronte a tanti titoli più celebrati e tanti film anche più belli del medesimo periodo, “A ciascuno il suo” rappresenti, a nostro modo di vedere, uno snodo fondamenta nella storia del cinema italiano. Vediamo perché, per quali ragioni.
1) Il film è del 1967 e con esso si apre direi ufficialmente la stagione dei film di denunzia sociale e politica. Si formerà ben pesto un vero e proprio genere cinematografico, fenomeno tutto italiano, che vedrà il fiorire di autentici capolavori.
2) Questo film rappresenta una sterzata significativa nella carriera aristica del regista Elio Petri, che fino a quel momento aveva girato solo film piuttosto disimpegnati, anche se a volte significativi, come “La decima vittima”, “Il maestro di Vigevano” e soprattutto il crudo “I giorni contati”. Da questo momento in poi la carriera di Petri sarà scandita da film di “denunzia” (nel senso che diremo più avanti) e di impegno civile.
3) Si tratta del primo film tratto da un romanzo di Sciascia, il secondo romanzo per l’esattezza. Un dato che non va trascurato perché stiamo parlando del più grande scrittore italiano del secondo novecento, che non poteva, con la sua forte personalità, non lasciare una impronta nel film da lui tratto. Ci saranno poi altri film tratti dai romanzi di Sciascia, di cui almeno quattro titoli altamente significativi.
4) Inizia con questo film una collaborazione artistica che avrà grandissimo successo, quella tra Elio Petri, sceneggiatore e regista, Ugo Pirro sceneggiatore, Gian Maria Volontè, protagonista assoluto di tutti e quattro i film che Petri girerà con lui, fino alla rottura tra le due forti personalità, consumatasi per contrasti sullo svolgimento del loro ultimo film in comune, “Todo modo”.

Teatro dell’azione del film è la Sicilia, che però sia Sciascia che Petri depurano di ogni provincialismo e di ogni caratterizzazione particolare. Entrambi volevano fare, ed hanno fatto, un romanzo e un film italiani e non siciliani, ove anche fenomeni come la mafia, l’assenza o la marginalità dell’apparato statale, il malaffare, sono visti impietosamente come fenomeni italiani, di una certa stagione della vita politica e sociale del nostro Paese, dominato da uno dei passaggi più oscuri della leadership democristiana e, col senno di poi, quasi a presagire i fatti gravissimi che dovevano poi verificarsi dopo alcuni anni e che in parte ancora oggi rientrano tra i cosiddetti “misteri d’Italia”. Insomma la mafia e la Sicilia costituiscono lenti di ingrandimento per vedere meglio situazioni e scandali che in realtà caratterizzano l’intero tessuto della società di quegli anni, nessuna area geografica esclusa.
Il malaffare, il servirsi dello Stato per i propri interessi, il cinismo che non si arresta di fronte a nulla sono rappresentati nel film dal personaggio dell’avvocato Rosello, splendidamente interpretato da un Gabriele Ferzetti in una delle sue migliori performances in assoluto. E lo schema, quello già delineato nel romanzo di Sciascia e abbastanza fedelmente riprodotto nel film, è quello classico: un duplice delitto, il sottobosco di impunità, di indagini deviate o di comodo, il mondo dei faccendieri con la sua gerarchia sempre ai limiti e in bilico tra lo Stato e gli affari esterni ad esso. E dall’altro lato, di fronte a questo mondo all’apparenze chiuso e impenetrabile, che difenderà e stesso fino alle estreme conseguenze, un intellettuale di sinistra, a cui Gian Maria Volontè conferisce grande credibilità e entusiasmo non disgiunto da una buona dose di ingenuità, secondo una tipologia riconoscibile in tanti uomini di cultura di quell’epoca. Dal passato di militate comunista, il bellissimo personaggio interpretato da Volontè non ha mai dismesso la ricerca della verità e della giustizia come abito personale, come caratterizzazione tipica di una generazione e di una collocazione politica, culturale e ideale. E allora ecco che, nei panni del prof. Paolo Laurana, Volontè caparbiamente giudica poco probabile e poco veritiera la versione data dalle autorità sul duplice omicidio. Per Laurana non si tratta di un delitto d’onore o passionale, come le indagini ufficiali dicono, ma di un vero e proprio delitto di mafia, che affonda le sue radici appunto nel malaffare ch prospera ai margini dello Stato e che non tollera crepe o interferenze. Laurana parte dalla lettura di un passo di una lettera anonima, ove si trova incollato un ritaglio di giornale (esattamente de L’osservatore romano) con la frase latina Unicuique suum, che significa appunto “A ciascuno il suo”: una frase enigmatica che conferisce già al romanzo una atmosfera di mistero e di giallo e che viene riproposta fedelmente nel film, e che sarà una delle chiavi per la soluzione del mistero di quelle due morti. E Laurana, andandosene in giro con le braccia piene di libri diventa “l’ esponente paradigmatico di un mondo della cultura che ha ingenui e velleitari rapporti con la realtà” (Tullio Kezich). In verità questo esponente anche un po ingenuo del mondo dell’intellettualità di sinistra, capirà che l’assassinio serviva a mettere a tacere chi aveva cominciato a comprendere troppe cose, sempre sul versante del rapporto stato-malaffare.
E come giustamente mette in luce Moravia in una delle sue più lucide recensioni cinematografiche, gli ingredienti del film, la Sicilia, la mafia, il delitto d’onore, la società siciliana, l’intellettuale di sinistra, non sono “romanzo” ma la realtà vera e propria del periodo storico trattato e di quello dell’epoca nella quale il film è stato girato. E che dunque proprio per questo “A ciscuno il suo”sembra un film capace di rinverdire i modi e le peculiarità del neo-realismo, ma al passo con i tempi, più disimpegnato rispetto a 20 anni prima, ove i mali dell’Italia venivano urlati dal cinema neorealista di Rossellini, De Sica, Visconti e tanti altri. Petri invece, e la sua generazione di brillanti cineasti impegnati nel sociale, ritengono ormai fuori luogo urlare: il neorealismo diventa una tecnica, sia pure certamente non manierista, ma quella che meglio riesce a rendere conto di una realtà che si denunzia da sé, che va vista e sviscerata nei suoi aspetti concreti, che va guardata e ponderata. E sempre Moravia, soffermandosi sull’aspetto neorealista, paragona “A ciscuno il suo” a “Salvatore Giuliano” di Francesco Rosi, ove addirittura il distacco o meglio la mancanza di partecipazione emotiva in certe sequenze assume aspetti quasi documentaristici: lo spettatore è invitato a guardare e a riflettere su ciò che vede. Ma in questo modo “A ciscuno il suo” finisce col divenire opera complessa, che fuoriesce dai canoni schematici delle mascalzonate di una società corrotta e ingiusta. Per capire questo bisogna soffermarsi ancora un attimo sulla figura del protagonista, che appunto non è solo vittima delle ingiustizie della società che lui condanna e di cui scopre tante scomode verità, ma anche vittima della sua ingenuità e del suo candore e in definitiva di una fiducia ottimistica mal riposta verso chi lo circonda e verso una parte della società.

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