Le ragazze di San Frediano – Pratolini sceneggiatore

  Le ragazze di San Frediano.1

(marino demata)  E’ noto che la passione per il romanzo e per il cinema sono equamente divisi nella forte personalità di Vasco Pratolini. Ne sono una prova le numerosissime citazioni di film o di attori che Pratolini inserisce nei suoi romanzi e racconti, a testimoniare una passione per il cinema che non venne mai meno e che lo portò a lavorare molto spesso per e nel cinema.
E’ un fatto incontestabile inoltre che quasi tutti i romanzi e racconti di Pratolini furono trasformati in film, alle cui sceneggiature o idee portanti ha partecipati lo stesso scrittore.
Quello che emerge con forza fin dalle prime opere è la coralità del disegno, il fatto che più che parlare di singoli protagonisti, si deve parlare di un popolo, di una strada, di una atmosfera, che è quello che Pratolini vuole rendere attraverso soprattutto le prime opere.

E in questo quadro i fiorentini si riconobbero subito nelle finalità e nelle caratteristiche del’opera pratoliniana. Ad esempio nel 1953 Carlo LIzzani diresse “Cronache di poveri amanti” con Marcello Mastroianni e Antonella Lualdi e i fiorentini vasco-pratoliniassistettero alle riprese con grande partecipazione emotiva, avendo proprio poco tempo prima assistito a scene reali di quello squadrismo fascista che gli attori interpetavano. Naturalmente anche lo stesso Pratolini assistette alle riprese e ci ha lasciato una importante testimonianza:
“si avvicinarono alla macchina due uomini sui cinquant’anni, chiesero di Lizzani e di me. Uno portava occhiali neri […] “Mentre gli attori recitavano, mi venivano i bordoni” (i brividi) disse uno dei due. L’altro, quello che portava gli occhiali, annuì. Poi disse: “Sono cose di cui, senza odio, ma nessuno se le dovrebbe mai dimenticare”. E aggiunse: “Io chissà se arriverò a vedere il film. Mi è cascata anche quest’altra cataratta”. Così sapemmo perché portava gli occhiali neri. Era stato bastonato a sangue e ferito, più volte, “a’ tempi de’ tempi”, come disse, “a questi tempi qui”, e accennò attorno alla scena, si portò la mano agli occhiali: “e queste sono le conseguenze”, concluse.

Il film ebbe un grande successo al festival di Cannes ove conquistò il Premio internazionale della giuria..
L’anno successivo, il 1954 fu fondamentale per la carriera artistica di Pratolini. Uscì “Le ragazze di San Frediano” e la sua versione cinematografica, che fu però molto contrastata e suscitò molte polemiche. Infatti l’esordiente regista Valerio Cronaca familiareZurlini non soddisfece per nulla Pratolini, che lo accusò addirittura di aver trasgredito completamente il testo del romanzo e l’dea che ne stava alla base. In epoca successiva, ritornando sull’episodio affermò che Zurlini a suo avviso trasgredì “tutto quello che io penso – e che lui stesso pensava – e cioè l’idea che un regista deve essere fedelissimo al testo, al significato del testo, ma non ai suoi contenuti, ovvio. E quando io vidi il film mi arrabbiai terribilmente perché aveva fatto il film cercando di dimostrare il contrario di quello che io volevo dimostrare con il mio romanzo”.
Si trattò del primo screzio di un certo rilievo tra Pratolini scrittore e il mondo del cinema. A ciò aveva indubbiamente contribuito il fatto che lo scrittore non aveva potuto collaborare per una serie di motivi alla sceneggiatura. L’inimicizia tra Pratolini e Zurlini durò alcuni anni e trovò modo di comporsi nel migliore dei modi possibili solo quando Zurlini, nel 1962, riuscì infine a convincere Pratolini ad affidargli al regia di “Cronaca familiare”, alle strette condizioni di fedeltà al testo imposte dallo stesso Patolini. E fu una fortuna. Cronaca familiare rimane quel capolavoro che tutti conosciamo e che la critica ha riconosciuto essere. L’affermazione a Venezia col Leone d’oro risulta essere pienamente meritata.
Ma a parte l’episodio di “Le ragazze di San Frediano”, per il quale come si è visto non ci fu partecipazione alla sceneggiatura, Pratolini fu presente come sceneggiatore di moltissime trasposizioni cinematografiche dei suoi romanzi, perché il lavoro di sceneggiatore lo appassionò moltissimo ritenendolo vitale per il collegamento tra romanzo e film.
Le sue capacità di sceneggiatore gli vennero presto riconosciute e così egli fu chiamato a sceneggiare film non tratti dai suoi romanzi, ma che avevano caratteristiche nelle quali Pratolini in qualche modo riusciva a riconoscersi. Ricordiamo a questo proposito la sceneggiatura di alcuni episodi di Paisà di Roberto Rossellini, di cui divenne grande ammiratore, e poi successivamente la impegnativa collaborazone alla sceneggiatura di “Rocco e i suoi fratelli” di Luchino Visconti. Da segnalare anche la collaborazione per “La viaccia” per la regia di Mauro Bolognini, tratto dal romanzo “L’eredità” di Mario Pratesi.
E infine in questo quadro di collaborazioni, che però andarono scemando dopo la realizzazione de “Lo scialo”, va ricordata un’opera che riprende i modi corali e popolari del primo Pratolini: “Le quattro giornate di Napoli”. Qui Pratolini mostra di poter stare a suo agio anche in una realtà molto dissimile da quella toscana, illustrando con la coralità della partecipazione popolare dei napoletani un grande episodio della lotta di resistenza: la liberazione della città di Napoli dai tedeschi e dai fascisti PRIMA dell’arrivo degli alleati, ove moti spontanei di ribellione, uniti a prime forme di organizzazione resistenziale riescono a far maturare il miracolo di un popolo che da solo riesce a fare i conti col passato e col presente rappresentato da governo tedesco e dai fantocci fascisti. E’ pur vero che Pratolini nel frattempo aveva sposato una napoletana ed aveva vissuto a lungo a Napoli e probabilmente si sarà giovato di molti consigli e suggerimenti,e avrà direttamente sentito parlare di molti episodi poi entrati nella trama del film, ma è pur vero che è stupefacente il modo col quale lo sceneggiatore Pratolini riesce a dare voce ancora una volta corale ad un popolo.
Egli rimase sempre fedele al romanzo e al cinema: questo rapporto così stretto che ha nella sceneggiatura il suo trait d’union, venne più volte riaffermato e nel cinema egli vide proprio le più grandi potenzialità e possibilità creative:
“Il cinema è l’unica arte a possedere un grande dono, la “possibilità non più (o non soltanto) di trasfigurare o simboleggiare o imitare la natura, ma di rappresentarla fisicamente. La cinematografia è dunque la sola arte in grado di possedere totalmente la vita dell’uomo nella sua dimensione di spazio, di tempo e di luogo e nella sua immediatezza di gesto, di sguardo, di emozione”.

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