20 anni senza Gian Maria – “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” (1970) di E. Petri (film completo)

(marino demata). Nel 1970 si ricompone il trio Elio Petri, Regista, Ugo Pirro, sceneggiaore, Gian Maria Volontè, attore protagonista, che tre anni prima aveva segnato il successo di “A ciascuno il suo”, dal romamzo di Sciascia. Si ricompone il trio per dare vita ad una delle opere più nitidamente vitali, vero e proprio capolavoro del cinema politico italiano, apprezzato soprattutto all’estero in particolare n egli USA, insignito di premi straordinari, come il Grand Prix della Giuria al Festival di Cannes e addirittura l’Oscar quale migliore film straniero. Tra l’altro il film esce mentre è in atto una congiuntura politica e sociale particolare: la morte Pinelli, la cui colpa viene attribuita al Commissario Calabresi, fino all’assassinio di quest’ultimo. In queste condizioni ci sono stati vari tentativi di bloccare questo film, che in qualche modo presentava dei riferimenti abbastanza stretti con la realtà del tempo. Tuttavia la Magistratura ha assolto il film e per fortuna degli spettatori e del cinema in generale il film ha avuto il suo iter normale ed ha raccolto premi strepitosi e meritatissimi.
Si tratta di un film sul potere. Gian Maria Volontè offre una prova di attore straordinaria ed esemplare, impersonando il funzionario della Questura di Roma (prima a capo della squadra mobile e poi dell’Ufficio politico), che viene semplicemente chiamato nel corso del film “Dottore”. E dunque il Dottore, che uccide la sua amante (Florinda Bolkan) e poi sperimenta come l’esercizio del potere stesso sia un potentissimo antidoto ad ogni possibilità di accusa nei propri confronti, avrebbe la possibilità di uscire immune da ogni problema e fastidio. Perché è il potere che sembra essere al di sopra di ogni sospetto e i cittadini che lo incarnano. Eppure la mente contorta del funzionario di Polizia non si accontenta di questa “impunità da potere”, e dopo aver cosparso l’ambiente della vittima di proprie inequivocabili tracce, e dopo aver verificato di essere considerato effettivamente al di sopra di ogni sospetto, vorrebbe smascherare se stesso, trovando alla fine e paradossalmente ostacoli in questo compito.
Il coraggio che dimostra il film consiste nel fatto che si tratta della prima pellicola italiana in assoluto in cui viene messa in discussione l’integrità della Polizia, in cui quello che veniva considerato un tabù, viene affrontato senza alcun velo o mistificazione. La società italiana dell’epoca si è dimostrata matura nell’accettare e accogliere finalmente una svolta nella quale la figura del poliziotto corrotto viene portata sullo schermo senza problemi, dopo che tale figura è stata presente in altre cinematografie da decenni, come è il caso della cinematografia americana, ove viene raffigurata in molti film fin dagli anni ’30.
La struttura narrativa del film, punteggiata dalla efficacissima colonna sonora di Ennio Moricone, è perfetta: si inizia con l’assassinio, si va vanti con le indagini, ma la narrazione stessa viene inframmezzata da cinque flashback che illustrano incontri tra il Dottore e la sua amante e che servono ad offrire allo spettatore un quadro più puntuale e preciso delle due personalità e della situazione che si è creata col rapporto tra i due, sicuramente di stampo sado-masochistico. Così come pure di grande importanza sono i tre interrogatori negli uffici della Polizia, ai fini di verificare l’atteggiamento del “Dottore”, le sue convenienze, le sue reazioni.
Si diceva: film sul potere. E sull’esercizio di esso da parte dello Stato e dei suoi funzionari. Per questo motivo il film, pur risentendo della realtà italiana, si distacca da essa per assumere un linguaggio universale e generale, che si inscrive all’interno di un filone di altri film sul potere, che caratterizzavano un alto numero di pellicole del cinema made in USA.
Con l‘esercizio del potere, afferma Petri nel film, si riesce ad ottenere il controllo delle masse attraverso la coercizione e l’intimidazione. A tal fine il discorso di insediamento del “Dottore” a capo dell’Ufficio Politico non avrebbe potuto essere più esplicito, facendo esso riferimento quasi esclusivamente al concetto di repressione: “(…) L’uso della libertà minaccia da tutte le parti i poteri tradizionali, le autorità costituite.(…) Noi siamo a guardia della legge, che vogliamo immutabile, scolpita nel tempo. Il popolo è minorenne. La città è malata. Ad altri spetta il compito di curare e di educare, a noi il dovere di reprimere. La repressione è il nostro vaccino. Repressione è civiltà”.
Il film ha illustrissimi punti di riferimento. Pirro trova in Bertold Brecht un impareggiabile modello da tener presente, mentre per Petri i punti di riferimento sono costituti da Freud e soprattutto Kafka, una citazione del quale conclude e suggella l’intero film: “Qualunque impressione faccia su di noi, egli è un servo della legge, quindi appartiene alla legge e sfugge al giudizio umano”

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