“Messia selvaggio” (1972) di Ken Russell – Mercoledi 26/11 ore 21.00 a FI Parterre Sala dei Marmi, P. Libertà

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(marino demata) La guerra non guarda in faccia nessuno e non rispetta nessuno e niente, neanche l’Arte. Per sottolineare questo triste verità abbiano voluto inserire nella rassegna “Storie di cinema intorno alla Grande Guerra” il film di Ken Russell “Messia selvaggio”, ispirato alla storia del giovane grande pittore e scultore della corrente del Vorticismo Henri Gaudier e del suo amore per la scrittrice polacca Sophie Brezka di quasi vent’anni più grande che lo accompagnerà per tutta la carriera. Si tratta di un bellissimo film, per il quale Ken Russell resta lontano, una delle rare volte, dagli eccessi a volte diabolici e straripanti che caratterizzano gran parte della sua filmografia, affidandosi invece ad una cifra stilistica questa volta misurata, rispettosa della volontà di rendere fino in fondo la bellezza di quella storia d’amore, e anche rispettosa della capacità degli attori (Dorothy Tutin, Scott Anthony, e una giovanissima Helen Mirren) di renderla in tutta la sua valenza.Messia sekvaggio2
Siamo dunque lontani dal regista visionario de “I diavoli”, “Stati di allucinazione”, “Gothic” del quale ultimo ci siamo occupati nel nostro blog a proposito di Mary Shelley e della famosa notte dei prodigi, nella quale fu concepita l’idea del romanzo “Frankenstein”. Siamo invece in una atmosfera rarefatta ed ad un tempo entusiasta ed esaltata quale solo l’arte può suggerire senza alcun bisogno di altri effetti ed eccessi visionari, ai quali il regista ci ha abituati quale propria caratteristica preminente.
Ma non si creda che Russell ha modificato il proprio modo di fare cinema in “Messia selvaggio”, rispetto agli eccessi e alla visionarietà degli altri film, perché magari in soggezione rispetto all’arte di Gaudier e alla voglia di darne un quadro il più possibile sereno ed equilibrato. C’è indubbiamente anche questo. Ma questo non spiega tutto, perché Ken Russell in molti film si è cimentato con altri grandi artisti in celebri biopic, senza mai rinunciare al suo stile e alla sua visionarietà. C’è un intero filone di film-biografie di grande valore e interesse: mi riferisco ai film La perdizione, su G. Mahler, Valentino, il citato Gothic, al film su Bruckner, a quello su Uri Geller, e ancora L’altra faccia dell’amore su Čajkovskij, Lisztomania (1976) su Liszt, Isadora sulla vita di Isadora Duncan.
In tutti questi film la grandezza dei personaggi che tratta non gli fa rinunciare ai suoi eccessi, ad essere se stesso, più degli stessi personaggi in questione, creando spesso disequilibri narrativi e discrasie. Non è così, come si diceva, in Messia selvaggio, ove Russell sembra voler fare un passo indietro, lasciando che la delicatezza della storia parli da sé e la grande bravura degli attori scelti con sapienza faccia il resto.ken_russell
Russell avrebbe voluto fare un altro film biografico che non gli riuscì di girare, un film su Sarah Bernhadt. Perché? Perché “fu la prima attrice, dopo tutto, la prima che capì il valore della pubblicità; fu realmente il modello di tutte le future attrici…” Per questo film che Russell avrebbe voluto assolutamente girare, pensò per il ruolo di protagonista a Barbara Streisand, perché, come lui ci racconta, “è tagliata per farlo, voglio dire che è la sua idea. Quando sentì che volevo fare il film si mise in contatto con me. Naturalmente prima di combinare qualcosa saremmo dovuti venire ad un accordo…ma penso che se due persone sentono totalmente la stessa meta c’è una probabile occasione di riuscita.” Non se ne fece nulla e dunque il film su Sarah Bernhadt fa parte di quel capitolo dei film fortemente voluti da ogni regista e che mai si sono potuti realizzare, restando nel cassetto dei sogni che non diventano realtà.
Ma il film realizzato che ha suscitato più discussioni e diciamo pure grande scandalo è stato senz’altro “I diavoli” (1971), ove la visionarietà e l’eccesso di cui è solitamente portatore Ken Russsell hanno modo di esprimersi pienamente e in maniera del tutto funzionale alla narrazione, alle scabrose e difficili tematiche con le quali si cimenta con successo il regista. Basato su un vero processo per stregoneria celebrato nel 1634, in pieno clima controriformista, e che è al centro del romanzo “I diavoli di Loudun” di Aldous Huxley, dal quale era già stati tratto il dramma teatrale “I diavoli” di John Whiting e altre precedenti versioni cinematografiche, il film di Ken Russell viene considerato tra i più trasgressivi dell’intera storia del cinema. Di questo film purtroppo si occupò molto la censura in vari Paesi. In Italia fu presentato a Venezia ove suscitò un vespaio di polemiche, e fu quindi sequestrato sull’intero territorio nazionale pochi giorni dopo la sua uscita nelle sale, per iniziativa della Procura di Verona. Soltanto la Cassazione successivamente ne ordinò il dissequestro con una esemplare messiaselvaggiosentenza di assoluzione. Restarono tagliate alcune scene anche nella edizione inglese, il che sempre costituisce un atto grave verso la cultura, un vero scempio assolutamente ingiustificato rispetto al resto del film, una mutilazione inaccettabile che ha privato lo spettatore di una sequenza bellissima con l’alternanza di scene di alterazione satanica di un gruppo di monache e la celebrazione della messa da parte del protagonista interpretato da un Oliver Reed veramente in stato di grazia (è il caso di dire).
Per ritornare al film inserito nella nostra rassegna, Ken Russell riesce ad avere, come si diceva, mano lieve nel trattare la storia d’amore dell’artista Henri Gaudier e la scrittrice polacca Sophie Brezka, di venti anni più grande di età. Una storia d’amore che, malgrado la sua forza e intensità, le cronache dell’epoca assicurano essere stata del tutto platonica, essendosi i due promessi di celebrare il loro magrimonio al ritorno di Vaudier dalla guerra. Ebbene Ken Russell di consentire appieno con questa versione dei fatti e ne fa esplicito riferimento in una memorabile scena del film, la scena della spiaggia.
Bisogna aggiungere che il film ha avuto una lunga gestazione dovuta alle minuziose ricerche nelle quali Ken Russell si è impegnato per mesi, come egli stesso ci racconta: “Per Messia selvaggio “ feci un mucchio di ricerche. Vidi tutti i quadri di Gaudier che mi potevano capitare sotto gli occhi, andai a Parigi e vidi lì i suoi lavori, vidi la biblioteca dove incontrò la misteriosa donna che avrebbe trasformato la sua vita….Andai in giro per Londra, vidi dove viveva, incontrai tutte le persone viventi che lo conoscevano, ascoltai le interminabili trascrizioni delle lettere di Sophie Brzeska dalla casa di cura….Si ascoltai qualunque persona noiosa che ha qualcosa da dirti….Finchè c’è un giorno, un secondo in cui si dice: – non voglio sapere più niente di questo personaggio- “

(Le due citazioni contenute nella recensione dagli scritti di Ken Russell sono contenute nella pregevole monografia “Ken Russell” di Rino Miele, ed. Il Castoro Cinema, La Nuova Italia ed. 1975.)

 

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