“Un chant d’amour” (FR 1950) di Jean Genet – Commento italiano – Film completo

(marino demata) L’unica opera cinematografica dello scrittore Jean Genet, “Un chant d’amour è un piccolo fim di circa 25 minuti del 1950, che ha subito diviso la critica e il pubblico, tra chi lo ha frettlosamente liuidato come un’opera sbagliata e sostanzialmente pornografica e chi, senz’altro la parte più avveduta e consapevole, lo ha definito un piccolo capolavoro, ispirato alle migliori opere del cinema muto e del successivo cinema sonoro, senza dimenticare il debito con il surrealismo della regista Maya Deren. Ad illustrare questo film abbiamo scelto la attenta e documentata recensione di Eric De Kuyper, pubblicata nella Enciclopedia del Cinema della Treccani.

(Eric De Kuyper)  In asfittiche e solitarie celle d’una prigione, forse in Algeria, giovani maschi reclusi vivono in un ossessivo, reciproco desiderio erotico. Soffiano il fumo di sigaretta attraverso fori scavati nei muri, si strusciano contro dure pareti di cemento sapendo che il loro uomo è dall’altra parte. Un secondino sessualmente ambiguo li spia, e talora i prigionieri si esibiscono per lui (poi l’uomo entra, frusta uno di loro, lo obbliga a una fellatio al proprio fucile). Sequenze di sogno s’intrecciano alla realtà, sempre più indistinguibili.

Da Jean Cocteau a Marguerite Duras, da Alain Robbe-Grillet a Pier Paolo Pasolini, numerosi scrittori sono stati anche registi; il caso di Jean Genet è tuttavia particolare, perché nonostante lo scrittore sia stato affascinato e costantemente ispirato dal cinema, Un chant d’amour è rimasta la sua unica opera cinematografica. Realizzato nel 1950 con mezzi ridotti al minimo, il film di ventisei minuti, privo di sonoro e interpretato da attori non professionisti, fu da subito un’opera ‘maledetta’. Considerato pornografico e per questo a lungo vietato, divenne visibile al pubblico soltanto due decenni più tardi. Si trattava comunque di un pubblico ristretto, frequentatori dei circuiti underground dove copie scadenti del film circolavano in modo semi-clandestino. Pur occupando un posto di rilievo nella corrente del cinema sperimentale e ‘marginale’ (la sua tematica omosessuale lo avvicina ai film di Gregory Markopoulos, Andy Warhol o Werner Schroeter), Un chant d’amour contiene le tracce di un’altra epoca, quella che vide apparire Le sang d’un poète (Jean Cocteau, 1930), Un chien andalou e più tardi i film di Maya Deren. Il film di Genet è tuttavia privo di qualsiasi connotato surrealista; è l’avanguardia riveduta e corretta da un Bresson.

Per gli storici del cinema quest’opera rimane difficile da collocare: rappresenta appunto una specie di legame tra l’avanguardia d’anteguerra e l’underground degli anni Sessanta, e tuttavia trascende serenamente questi due movimenti databili per situarsi in una sorta di terra di nessuno. Film inattuale nel senso migliore del termine, uscito infine dal purgatorio underground per risultare accessibile in video (e persino trasmesso in televisione), oggi Un chant d’amour s’impone come un classico. Senza alcun dubbio la sua forza perdurante si deve a un soggetto, l’omosessualità maschile e più precisamente i suoi fantasmi masturbatori, affrontato direttamente e con straordinaria padronanza del linguaggio cinematografico. Lo spettatore che conosce Genet resta colpito dal fatto che il suo universo letterario si ritrovi in modo così preciso in Un chant d’amour, ma anche da come Genet cineasta, con assoluta abilità, eviti qualsiasi illustrazione o trasposizione del proprio stile letterario ‒ stile che, semplificando, può dirsi barocco. E anche dove si serve di metafore, tono e carattere sono assolutamente ‘non letterari’, come nel caso delle mani che cercano di afferrarsi, delle braccia che forse, dalla finestra di una cella all’altra, tentano di congiungersi. Come variante ritmica a queste immagini, nel corso del film ritorna più volte il ramo di fiori, anch’esso ondeggiante tra le finestre. Ma l’alterità poetica di questa immagine è come allontanata da un semplice dettaglio: una cordicella attaccata al ramo la rende subito ‘volgare’. Genet riporta l’immaginario poetico nella banalità quotidiana, dove esso si libera delle sue scorie letterarie. L’esempio più forte di questa concretezza poetica (o di questo lirismo depoetizzato) sono i meravigliosi momenti in cui i due prigionieri comunicano attraverso la parete del carcere per mezzo di una cannuccia nella quale soffiano il fumo di una sigaretta. Grazie a questa attenzione continua per la pregnanza del concreto, ciò che potrebbe sembrare ricercato in Genet assume una carica erotica ineguagliabile (il vero erotismo consiste nell’estrema sensibilità per la materia). Lo stesso avviene nelle scene oniriche: nonostante si svolgano in un décor idillico e agreste, il comportamento dei due protagonisti, e in particolare i loro movimenti fisici, le riconducono a un livello quotidiano. La loro grazia si sottrae così a qualsiasi maniera; è grazia autentica. Ma sono le scene nel carcere quelle in cui maggiormente emerge l’eccezionale talento dello scrittore-cineasta, talento che risiede in una ‘poetica del gesto’ (mani che accarezzano il corpo o il proprio sesso), gioco sottile in cui il corpo si offre e si ritrae davanti alla cinepresa e viceversa. Ancora una volta non siamo lontani dalla precisione dello sguardo di Bresson, con la differenza che qui l’impulso voyeuristico del regista divampa sullo schermo.

La bellezza e la forza del film di Genet risiedono probabilmente nella semplicità quasi documentaria con la quale coglie gli attori nella loro pura presenza fisica. Eppure Un chant d’amour non è un documentario; o meglio, usa e supera lo sguardo documentario. Pur su un registro completamente diverso, si pensa a La terra trema (1948); proprio come in Visconti è in gioco non solo l’attrazione, ma l’amore evidente dell’osservatore nei confronti dei suoi interpreti. Anche Genet è accecato dalla bellezza selvaggia dei suoi attori, che riprende con amore, tenerezza e passione, e anche con una certa malinconia: come nota Roland Barthes, il cineasta, così come il fotografo, è davvero colui che non può essere all’interno dell’immagine. Le sarà vicino, ma ne rimarrà escluso. Questa sofferenza, questa estrema consapevolezza della barriera che allontana inesorabilmente chi è dietro la cinepresa da chi sta davanti, questo ardore passionale del cineasta nei confronti del proprio soggetto si trasmette inevitabilmente allo spettatore, anch’egli per eccellenza voyeur. In questo senso il titolo del film è metafora d’una condizione che raramente si produce, ma che sa svelare il significato profondo dell’estetica del cinema: il momento in cui la macchina da presa si innamora dei suoi interpreti. Il cinema di Josef von Sternberg e quello della Passion de Jeanne D’Arc testimoniano un’identica passione. Preso dal fascino profondo dell’opera filmica, Genet dimentica ogni forma letteraria e si abbandona completamente all’immagine amata. Follia amorosa nei confronti della cinepresa e dell’immagine che essa crea, Un chant d’amour è film masturbatorio in tutti i significati del termine, e appunto per questo un’opera non pornografica.
da Enciclopedia del Cinema (2004)

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