“Gli anni spezzati/Gallipoli” (1981) di P. Weir – Mercoledi 03/12 a FI Sala dei marmi al Parterre di P. della libertà.

Gallipoli Quad

(marino demata) Peter Weir ha sempre portato con se nel suo lavoro, nella realizzazione di suoi film, da un lato la caratteristica di raccontare storie che avessero significati rimarchevoli (cito per tutti “L’attimo fuggente” col compianto Robin Williams), e dall’altro quello di dare luce e voce ad un mondo sotterraneo, oscuro, misterioso, irrazionale (e qui cito “Picnic ad Hanging Rock”). I due motivi si intrecciano così saldamente che non ti aspetteresti mai, da una storia con un percorso “normale”, l’irrompere di elementi imprevisti e irrazionali. Ma probabilmente questo doppio binario lungo il quale si snoda il cinema di Peter Weir è il retaggio della sua cultura originaria, di quella Australia che vive al suo interno le contraddizioni tra la normale modernità e l’irrazionale e il magico della cultura aborigena. Questa sensibilità al narrare storie e a scorgerne il lato oscuro e Gallipoli 3misterioso fanno di Peter Weir sicuramente il più grande e completo regista australiano di tutti i tempi.
Questi aspetti emergono anche in “Gallipoli” (Titoli italiano “Gli anni spezzati”), che rappresenta il sesto lungometraggio del regista, che ancora una volta – e questa è un’altra sua costante – si cimenta con i desideri, le angosce. Le speranze del mondo giovanile. Come protagonista sceglie un giovanissimo Mel Gibson, arrivato con l’occasione appena al suo quarto film, e che ripeterà l’esperienza di attore diretto da Weir nel successivo “Un anno vissuto pericolosamente”. L’Australia sembra una terra lontanissima dalla prima guerra mondiale e dai suoi scenari e pertanto non sembri strano che giovani australiani mitizzino questa guerra, a tal punto che essa diventa per tanti di essi un richiamo irrefrenabile. E’ quello che accade ai nostri due protagonisti, ad Archie (Mark Lee) e Frank (Mel Gibson), due giovani dal carattere diverso, che però hanno un dato in comune: la grandissima passione per la corsa, l’aspirazione a diventare campioni di atletica leggera. I due saranno legati ben presto da una saldissima amicizia, che li porterà ben presto ad affrontare il viaggio verso la tanto idealizzata guerra che già hanno gallipoli 4intrapreso altri soldati Australiani (e neo-zelandesi) partiti volontari.L’impresa viene affrontata soprattutto per iniziativa di Archie, che riesce ben presto a convincere anche il riluttante Frank. Li ritroviamo ben presto in Egitto al campo di addestramento inglese nella primavera del 1915 e poi sullo stretto dei Dardanelli, nella località di Gallipoli, che dà il titolo al film.
Weir ricorda di aver avuto l’idea di realizzare questo film dopo aver terminato Picnic ad Hangng Rock. Voleva girare un film sulla grande guerra e la cosa più naturale gli pareva girarlo in Francia , sul fronte franco-tedesco. Ma gli fu poi consigliato di fare un film con una ambientazione più originale, un film sulla battaglia di Gallipoli in Turchia, anche perché tale episodio bellico aveva coinvolto centinaia di usoi connazionali. Da Londra, dove si trovava per la prima visone del suo precedente film, Weir si recò ad Istanbul, lì prese un’auto e si recò sul famoso campo di battaglia. Lì Weir notò che i luoghi erano rimasti pressoché incontaminati rispetto all’epoca degli avvenimenti bellici, e, malgrado la zona fosse ancora vincolata come area militare, era possibile girare per un labirinto di trincee, ove non era insolito addirittura trovare ancora suppellettili e altri oggetti appartenuti ad i soldati: “mi sentii – egli dice – come un archeologo che vaga tra le rovine di una antica civiltà australiana.”
Dopo questo sopralluogo Weir ha trascorso i successivi quattro anni, aiutato dallo sceneggiatore David Williamson a cercare di “tirar fuori da questi sentimenti confusi una sorta di ordine.” Furono consulenti di Weir alcuni scrittori che avevano descritto la guerra partendo da accurate documentazioni. In particolare va segnalato il contributo di Bill Gammage, che aveva scritto ungallipoli-700x393 libri, The broken years, apppunto Gli anni spezzati del titolo italiano del film, che raccoglieva lettere e diari dei soldati. Alla fine il regista si rese conto che occorreva cambiare prospettiva, e che il film da fare doveva orientarsi “più sul viaggio che sulla destinazione, più sulle persone che sugli eventi”.
Il film è stato accolto in patria come un capolavoro, ma è piaciuto un po’ meno in Europa e in America, ove la critica ne ha messo in luce alcuni difetti, parlando addirittura in qualche caso di un’opera spuria nel panorama della filmografia di Peter Weir, una sorta di dovere di ufficio a celebrare un episodio che riguarda la sua gente. Insomma in occidente la critica si è divisa quasi su tutto: perfino sulla scelta della musica – che comunque non è cosa di poco conto – perla quale c ‘è chi ne ha sottolineato la validità e l’efficacia, soprattutto con riferimento all’Adagio di Albinoni, alternato al “capolavoro elettronico Oxygene di Jean Michel Jarre. Una scelta, quest’ultima, che risulta particolarmente efficace nel descrivere il contrasto fra l’umanità dei protagonisti e la loro riduzione a puri strumenti funzionali al meccanismo cieco della guerra.” (Raffaele Castagna). E c’è stato invece chi, al contrario, ritiene che “l’impiego reiterato dell’Adagio di Albinoni risulti stucchevole” soprattutto nella parte finale del film, “commovente e strombazzante”, che “non appartiene al vero Weir” (Lodovico Stefanoni in “Cineforum”, n. 215, 1982).
Ma, visto nel suo insieme, il film risulta essere veramente un piccolo gioiello di regia, capace di rendere conto del sacrificio inutile di centinaia di compatrioti del regista all’interno di una storia fondata non direttamente sulla guerra, ma piuttosto sull’amicizia e sulle idealità giovanili. Ne esce fuori proprio per questo un’opera priva di alcun cenno di retorica, ma che nel contempo ammonisce in ogni sequenza contro gli errori e gli orrori della guerra, costituendo un’altra pietra miliare del filone cinematografico antimilitarista, che non poteva mancare nella nostra rassegna “Storia di cinema intorno alla grande guerra”.

 

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